Annali di Storia delle Università italiane - Volume 2 (1998)

Studi

Nicola Aricò - Fabio Basile
L'insediamento della Compagnia di Gesù a Messina dal 1547 all'espulsione tanucciana

[English summary]

 

1. La città dei Gesuiti

Il 7 dicembre 1547 il Senato di Messina formalizzava alla Compagnia di Gesù la richiesta di istituire in città un insegnamento pubblico condotto da quattro maestri della Società.

Li Jurati nobili et populari di la nobili cita di Messina considerando et advertendo che in qualsivoglia republica ben governata et ordinata, lo che principalmenti si ha di procurare è di teniri et trovare viri et personi approbati et forti perché iunctamenti insegnano, legano et demonstrano amare et temere a Idio [...] et la reppublica tanto è gubernata quanto è regita di viri sapienti et che amano la sapientia [...] voglia mandare quattro maestri in theologia che legano ogni giorno una lectione in theologia, altra de casi di conscientia, altra in arte [ars logica] et altro maestro che lega grammatica et rethorica1.

Ispirato da tali principii 'repubblicani', il Senato cittadino nel febbraio dell'anno successivo2 provvedeva a farsi consegnare, dal Rettore e dai confrati della chiesa di S. Nicolò dei Gentiluomini, l'edificio ecclesiastico completo delle pertinenze edilizie, dove i religiosi medesimi fino a quel tempo avevano risieduto, nel preciso obiettivo di destinarvi la nuova sede della Compagnia di Gesù.

Tra il gennaio e l'ottobre dello stesso anno il Senato acquistava ulteriori tre case dai Campo, Reitano e Rizzo per annetterle al gruppo edilizio della chiesa. Provvedeva altresì alla ristrutturazione del complesso secondo le modifiche tipologiche concordate con il padre della Compagnia Girolamo Domenech, giunto in città al seguito del viceré De Vega. "La Chiesa [di S. Nicolò] per allora - scriveva Alberti - non fu in veruna parte alterata: il rimanente si mandò giù, trattene alquante mura che al nuovo edificio doveano valere di fondamenta"3. Di questo primo nucleo i padri gesuiti prendevano possesso con atto pubblico del 22 dicembre 1549, ma già dalla fine del settembre 1548 vi si erano definitivamente trasferiti, avendo alloggiato sin dal loro arrivo a Messina (8 aprile 1548) in un appartamento interno alla sede arcivescovile.

Da tale atto insediativo trae origine il complesso rapporto tra la città e la Compagnia, le cui fitte vicissitudini attraversano ben oltre due secoli. Nei duecentoventi anni che vanno, infatti, dal 1547 al 1767 la Compagnia di Gesù coniugherà il proprio istituto alla città in sei episodi insediativi di particolare valenza 'urbanistica'. La operatività di questi regolari non si misura soltanto con la politica degli amministratori cittadini o vicereali, oppure con la mera attività didattica non disgiunta da quella spirituale: il loro ruolo deve essere indagato anche nel disegno di un rapporto fisico-insediativo con la morfologia urbana in ragione delle attività che le loro 'case' - e quindi la loro Regola - propongono alla cittadinanza. I Gesuiti a Messina introducono, nell'attenta selezione delle loro sedi, un particolare concetto di zonizzazione 'urbanistica', interpretabile e interpretata attraverso l'evoluzione dall'originario pensiero ignaziano. La loro integrazione nel reticolo delle istituzioni cittadine e vicereali consentirà, nel corso del XVII secolo, per le loro fabbriche, di ottenere l'autorizzazione a poter fruire di talune disposizioni legislative, prodotte nel Cinquecento per i grandi lavori urbanistici di Palermo e Messina. La Compagnia, quindi, assumeva - sia pure in occasione di un episodio insediativo - i medesimi poteri espropriativi di chi amministrava la cosa pubblica.

Rileggere, pertanto, il ruolo culturale della Compagnia a Messina nei due secoli considerati, benché limitatamente all'architettura e all'urbanistica, è compito articolato e complesso, che in questa sede può soltanto essere avviato.

2. Il complesso edilizio di San Nicolò dei Gentiluomini

L'idea di città e la percezione urbana di metà Cinquecento costituiscono i riferimenti da cui trae origine il primo episodio insediativo. Non vi è dubbio alcuno circa l'interesse con cui la Compagnia valuta la proposta messinese. L'impegno cosmopolita degli ignaziani vede in Messina una importante metropoli mediterranea da presidiare: scala troppo opportuna a navigar ver l'Oriente e a passare in qualunque altra parte del mondo, dispiega Ignazio ai dieci gesuiti che stanno per lasciare Roma alla volta di Messina4.

La scelta della prima sede in San Nicolò dei Gentiluomini non era stata definita dalla giurazia cittadina, ma dal padre della Compagnia Girolamo Domenech, inviato da Roma a Palermo al seguito del viceré De Vega nella qualità di "direttore spirituale della famiglia vicereale". Dopo circa un mese di soggiorno palermitano il Domenech scriveva a Ignazio di Loyola:

La signora viceregina (Donna Eleonora Osorio) desidera di farci qui un collegio che sarebbe di non poco servizio a Nostro Signore, perché sarebbe un grandissimo bene di tutto questo regno, e specialmente di questa città. Qui infatti v'è tra i chierici una profonda ignoranza da non credersi se non da chi l'habbia veduta; e ciò in buona parte perché manca la comodità di studiare. Infatti anche in questa città, che è la capitale del regno, non v'è neppure una lezione pubblica di grammatica5.

Giunto il nuovo viceré a Palermo negli ultimi giorni di maggio 1547, il 9 settembre lo si trova già a Messina con la sua corte. La lettera del Senato, riportata in apertura del saggio, è del 7 dicembre.

Ciò che Palermo non aveva colto, veniva dunque immediatamente assunto dagli amministratori messinesi.

La identificazione del San Nicolò veniva selezionata negli ultimi mesi del 1547 e lo stesso Alberti, che scriveva nel 1702, non rinunciava a evidenziare come la concessione della sede di San Nicolò non fosse proprio determinazione amministrativa semplice: "la concessione di un cotal luogo, ancorché troppo riuscisse aspra ad alcuni, pure fu fatta alla Compagnia"6. L'assegnazione dovette provocare non poche reazioni a partire da quegli ecclesiastici che improvvisamente dovettero abbandonare la fruizione dell'ambita sede. La determinazione dei gesuiti e l'effetto esercitato sulla città portava ancora il Senato, che aveva già nel 1548 espanso la sede originaria con l'acquisto delle tre case sopra citate, a ulteriori acquisizioni intese ad attrezzare in maniera più soddisfacente il complesso di San Nicolò: nel 1554 casa La Rocca e l'anno successivo la casa grande di Bernardo Faraone7.

Il concetto secondo cui l'importanza dei nuovi Regolari dovesse accompagnarsi, sin dall'inizio, alla centralità liturgico-urbana, così come veniva definita dall'ubicazione della Chiesa Maggiore, era immediatamente dichiarato nella pretesa del complesso di San Nicolò.

In rapporto di prossimità immediata con il plano de la majuri ecclesia, il prospetto di questa prima sede affacciava, inoltre, sulla medievale ruga Magistra, l'asse nord-sud più importante della città, garantendo il sicuro coinvolgimento nei circuiti di maggior flusso cittadino e, soprattutto, ancora in tema liturgico-rappresentativo, nei percorsi processionali.

Merita, a tal proposito, di esser letta una testimonianza contenuta in una lettera quadrimestrale del 1563, quindi a circa un quindicennio di attività della Compagnia.

Il giorno del SS. Sacramento fecimo a lato della porta della nostra chiesa [in strada Maestra] un bello altare sopra cui posemo una cassetta indorata di molte venerande reliquie che appresso noi serbiamo e una non men divota che bellissima imagine di S. Maria Maddalena che dal viceré ci fu accomodata et altre simil cose. Era la strada adombrata di vele e, dall'una e l'altra parte, di fini panni d'arazza, di verdi frondi e simil cose acconcie; e si aggiunse a questo apparato il musaico di molti versi che in hebreo, in greco, in latino et in italiano dai panni dipendevano. E, poiché fermossi all'apparato il viceré con la processione, si recitò, per spatio d'un quarto d'hora, un'elegia in dialogo d'un huomo che domandava e d'un angelo che rispondeva con non poca ricreatione di tutti. E acciò che le medesime cose non generassero fastidio il giorno dell'Ottava (che per di qua si passa ancora), vestite le mura di corij indorati, ricopersimo la strada con panni e con sete e due figlioli parimente salutarono con belli versi (come fecer anche in Musica i cantori del viceré) il santissimo corpo di Cristo, laonde, oltre l'edificatione che di ciò crediamo habbiano apreso, si hanno eccitato i cittadini che habitano alla strada e specialmente i gentilhuomini ad acconciarla honorevolmente. Il che per il passato non solea farsi. Chiaro segno di ciò ne diede l'apparato loro dell'ottava8.

La testimonianza è di una ricchezza sorprendente non soltanto perché conferma l'ubicazione strategica della prima sede, ma perché indica il coinvolgimento della strada attraverso le tecniche della teatralità condotta nell'aperto della contrada: sedurre gli animi fino a promuovere un costume è possibile laddove sia disponibile una scena urbana congiunta alla platea urbana. Strada Maestra e Chiesa Maggiore stabiliscono le coordinate di inequivocabile riferimento all'annuncio di una innovazione cultural-religiosa che mira a conquistare la città.

A giudicare dal numero di studenti esterni, riferiti in una lettera quadrimestrale del 1562, pari a 316, l'amministrazione dei Padri aveva riscosso subito evidenti riconoscimenti9.

Non è, pertanto, casuale che un primo segno di superamento dell'impianto edilizio di San Nicolò giunga già nel 1560.

Quanto alle prediche di padre Geronimo [Domenech] per grazia del Signore si va al solito: che ogni domenica è festa nella nostra Chiesa, predica con gran concorso del popolo, tal che ci è stata causa di ampliarla; e così il R. Padre Rettore, con l'aiuto di alcuni devoti, ci ha fatto tre archi di nuovo, e con essi si è fatta più capace10.

Ancora tra settembre e ottobre del 1562 si intende ristrutturare il complesso mediante l'acquisto e la demolizione di case limitrofe, studiandovi altresì un ampliamento della chiesa. A fine anno successivo, a fronte di reiterate richieste per tutte le esigenze siciliane, giunge a Messina il consiliarius aedilicius Giovanni Tristano, che appronta una soluzione progettuale dell'intero complesso di S. Nicolò (la traça del collegio); il Tristano ritornerà a Messina nell'estate del 1564, nel gennaio 1565 e ancora prima di Pasqua dello stesso anno e, verosimilmente, perfezionerà l'originaria stesura del proprio progetto11. Nell'attesa che da Roma si maturino le decisioni sul futuro del complesso di San Nicolò e soprattutto sulla opzione della chiesa, di cui si avvertono, ormai indifferibili, nuove esigenze, nel 1566 si provvede alla ristrutturazione di alcuni ambienti.

Si sono accomodate questo anno alcuni stantii di modo che si sta più comodo hora che il passato. Et s'attende a far provisione di pietra e calcina acciocché, havuta la risoluzione da V.P., si habbia da dar principio alla nuova chiesa o ad alargare questa che hor habbiamo12.

Da un documento del 1567, chiarendo finalmente la causa dell'immobilismo, non dipendente soltanto da decisioni romane, si imposta una importante valutazione che investe nuovamente l'architettura e l'urbanistica della città.

Al padre Visitator e a noi ci ha parso di mandar a questo nostro fratello [Francesco Costa] per conferire con mastro Giovanni [Tristano] le difficoltà che noi troviamo qua sopra il suo disegno; e per haver più presto la risolutione di quello habbiamo da far. Mastro Giovanni presupponeva che havessemo d'haver certo loco che sta appresso di noi per far le scuole, il quale, oltra che costarebbe solamente il sito più di duemilla scuti, non si potrebbe haver senza gran favore di qualche viceré che fosse molto propitio, e con inimicarsi con un gentilhuomo molto principale, il quale è vicino di questo loco e pretende d'haver detto loco per alargar la casa sua e per esser vincolato; a noi ci parrebbe che, poiché per ogni modo si ha da comprar altro loco per le scuole, e questo che era designato è designato, oltre le dificultà è loco stretto, che si pigliasse un altro loco il qual non è molto discosto, anzi molto appresso, il qual è molto più a proposito, così per esser di più bel airo e per poterse più facimente stendere, et in questo loco si facesse il collegio e che dove stiamo fosse la casa di probatione con l'essercitio della chiesa; et così si comodarebbe l'uno e l'altro e si farebbono li detti essercitii con più quiete e sadisfattione perchì in vero in collegii grandi, haver questi due essercitii congiunti delli studi e della chiesa troviamo molti inconvenienti e per tanto giudichiamo che oltra della necessità che di questo habbiamo convenerebbe per molto13.

I Padri hanno tentato di rendere praticabile il progetto del Tristano, indagando sulla possibilità di occupare un sito adiacente alla chiesa di San Nicolò. Ma avendo verificato che una delle famiglie più influenti della città, ha identici interessi espansivi sullo stesso sito, maturano l'idea di un nuovo insediamento, dividendo ciò che era stato amministrato congiuntamente nel complesso di San Nicolò: gli esercizi della chiesa dagli studi, la casa di probazione dal collegio.

Il processo cariocinetico dalla cellula madre inizia, dunque, da un ostacolo morfologico: ciò che non può essere sviluppato in sito è molto più opportuno che si evolva nell'assunzione di un rapporto in cui coniugare parte della vecchia destinazione del servizio (le Scuole) con la scelta di una nuova area edificabile.

I Padri hanno già identificato ciò di cui si ha bisogno per le scole, ed enumerano i requisiti del nuovo sito: non è molto discosto, anzi molto appresso alla sede madre; è molto più a proposito in quanto è di più bel airo e si può più facilmente stendere. Le scuole, se richiedono spazi aperti e una non remota possibilità di estendere i loro corpi di fabbrica - sembra affermare, in altri termini, il Domenech - è opportuno, tuttavia, che rimangano vincolate al centro cittadino quindi prossime al complesso di San Nicolò.

3. Tirone/Noviziato

Il medesimo processo si concretizza, tuttavia, qualche anno dopo, non già per il collegio ma per il Noviziato, peraltro l'unico realizzato in Italia in sede autonoma.

Quanto alla casa di probatione [al Tirone] ovvero sito, quando io venni qua trovai che già era pigliato dal padre Rettore con parere delli consultori, sendo stato giudicato, al parer loro et ancora mio, hora, al proposito [...] Qua si scusa il padre Rettore che non potte aspettar altra risposta né consultare, perché il loco parse tanto al proposito che non poteva esser più14.

La lettera, del Domenech, è inviata da Messina il 2 gennaio 1574. I Padri avevano acquistato l'area del Tirone nell'ottobre 1573 perché rispondente alle caratteristiche insediative di una nuova casa per i novizi. Sebbene all'interno delle mura urbiche, il terreno acquisito, di fatto, si trovava in aperta campagna, in un belvedere naturale isolato dalla città, rimoto dalla moltitudine e da' rumori secolareschi, scriverà il Samperi15.

La sede madre originava altro istituto la cui specializzazione richiedeva l'individuazione di un'area al proposito che, una volta identificata come ottimale, veniva immediatamente acquisita, scavalcando finanche la precedente idea di trasferire gli studi da San Nicolò. Questo è un duplice passaggio molto importante per comprendere l'attività insediativa della Compagnia in dipendenza della zonizzazione ispirata dalla Regola ignaziana. Nel 1567, come si è detto sopra, si avverte come improrogabile l'esigenza di staccare dalla sede madre l'attività didattica, quindi di avviare in altro sito le funzioni del Collegio: in mancanza di soluzioni definitive i lungimiranti Gesuiti ottengono l'affitto di uno stabile nei primi anni settanta. Nell'ottobre 1573 il rettore della Compagnia, padre Carminata, chiude un accordo con Nicoletta Bufalo per la fruizione di un terreno al Tirone, dove certamente non si intende trasferire nessuna sede degli studi, ma la casa dei novizi o casa di prima probazione, vale a dire un esercizio dell'istituto che certo non costituiva il maggiore affollamento a San Nicolò, posto che, peraltro, era stata alleggerita la pressione sulla sede madre con il 'provvisorio' trasferimento degli studi.

L'area del Tirone, come, peraltro, l'area del futuro collegio, era stata già bene identificata dai padri della Compagnia, molto prima dell'effettiva possibilità di fruirne nella qualità di proprietari.

In una lettera del 1558 si legge che i padri avevano acquistato in quell'anno un luogo di buona aria, fuori dalla città, ma raggiungibile in mezz'ora: ha una bella vista, essendo in luogo alto soprastando alla città16; nel 1563 dello stesso luogo parla il Ribadeneira:

Ay tambien una viña fuera de la ciudad, y cerca della, que esta en un alto de muy buen ayre y vista, porque descubre el Faro, y en el a Scylla y Caribdi, y a Calabria, y tiene de bajo la ciudad de Mecina y su puerto17.

La tipologia del sito, non essendo il Tirone, perché la contrada acquisita è esterna alla città murata, gli è tuttavia molto prossima e ispira alla soluzione Noviziato. L'intera area, infatti, dalle falde del castello Gonzaga fino alla fiumara di Santa Marta, ivi inclusa l'area del Tirone, in epoca precedente l'addizione meridionale della cinta muraria del 1537 - spiega un padre della Compagnia - veniva identificata con l'unico toponimo di Seggio (da ob-sidium=assedio)18; e soltanto dopo il perfezionamento della cinta muraria - continua il medesimo padre - la parte del Seggio acquisita alla città veniva identificata come Tirone, ma anche come Monte Oliveto essendo interamente ricoperta di ulivi.

Il 24 ottobre 1573 Nicoletta Bufalo donava alla Compagnia di Gesù di Messina un giardino nel Tirone confinato con la chiesa di San Giovanni Laterano seu di Monte Oliveto, seu di Santa Maria della Pietà19. Contestualmente il Bufalo concedeva ancora ad enfiteusi "un certo spazio di terreno vacuo ed isolato in detta contrada confinato col detto giardino e con la via pubblica" alla ragione di un tarì per canna quadrata; a questo terreno se ne aggiungeva, nello stesso anno, altro di canne 8 per 10 "dalla parte delle mura della città tirando dall'oriente all'occidente".

Complessivamente si trattava di 220 canne quadrate cui si sommavano la chiesa di S. Maria della Pietà, casuncule e terreno ad essa aggregati che tira e confina con le mura della città in detto Tirone, già possessa20.

Ma erano intanto accadute due diverse contingenze. Dopo il 1567 i travagliati rapporti tra Compagnia e Senato erano tornati in una certa sintonia. I Padri coglievano l'opportunità di ottenere il pagamento del fitto di un edificio provvisorio per gli studi e nuovi finanziamenti per ristrutturare il complesso di San Nicolò. La seconda contingenza originava dalla presenza in città, da metà 1565, di uno scultore che sapeva di architettura 'fiorentina', Andrea Calamecca, cui i Padri messinesi si rivolgeranno per ogni problema di natura tecnica a far data dagli ultimi anni sessanta, risolvendo la questione progettuale che tanto affliggeva la Compagnia per i molteplici cantieri della Sicilia. Con Calamecca a Messina si apre una nuova stagione per l'attività edilizia dei gesuiti, a iniziare dalla ristrutturazione del complesso di San Nicolò con nuova sacrestia e oratorio.

Ad Andrea Calamecca, subito dopo l'acquisizione dell'area, si affidava il progetto del Noviziato al Tirone, elaborato rapidamente in due mesi, se già il 2 gennaio 1574 Domenech scriveva a Roma:

[...] Quanto al metter mano alla fabrica, solamente si ha pensato di serrare il loco di maragme, si manda con questa il disegnio che qua ha fatto l'architetto di questa città, non si metterà mano a detto disegno fino a tanto che sia approbato da V.P., supplicandola che faccia rivedere detto disegnio21.

Il progetto Calamecca viene respinto da Roma, da dove si provvede, dopo una nuova elaborazione di Giovanni Tristano, a inviarne uno nuovo. Ma questi, non avendo mai visitato il sito del Tirone, quindi non avendo contezza dell'andamento orografico accidentato dell'area acquisita, proponeva soluzioni talmente inapplicabili da provocare l'irritazione del Domenech, colta nella sua nota del successivo 4 marzo.

Poco ha ho ricehuto due di V.P. di 6 e di 10 d'il passato con li disegni della casa di probatione. Sopra quello ha fatto Mo Giovane trovamo alchuni inconvenienti; come non ha visto il luogo, non ha potuto advertir ad alchune cose che bisognava. Se V.P. vol che si proceda avanti, bisogna o che mandi qualchuno architetto nel quale più se confidi, overo si remetta a quelli che si trovano presenti, perché invero per littere non vediamo come se possano tractar et risolvere22.

La valutazione finale lascerà spazio al progetto Calamecca che, infatti, veniva subito dopo messo in opera ed eseguito celermente se il 6 settembre 1576 si poteva procedere all'inaugurazione della Prima casa di Probazione, anche se i lavori non erano certo conclusi.

4. Prodromi della Casa Professa ovvero la consulenza di Andrea Calamecca

Ancora una lettera del Domenech del 30 gennaio 1574 disvela che il Calamecca aveva già progettato per i Gesuiti di Messina, oltre la casa di prima probazione, anche una impegnativa ristrutturazione del complesso di San Nicolò, nel cui sito era stata inserita una nuova chiesa.

Qua in questa Isola ci è mancamento di architetti. Solo ne conosco io uno che sta qua in Messina, il quale ha fatto il desegno di questa nostra chiesia et anchora di la casa di probatione, quale ho mandato a V.P., ma sta molto occupato, et bisognerebbe, quando esso potesse attender, darli alcuni centenari di scuti per far lo che uno delli nostri potrebbe far in doi mesi23.

Ma se la nuova chiesa, lasciando in piedi la vecchia, rientrava in un impegnativo riuso del complesso, il cui studio progettuale anticipava certamente il progetto per il Noviziato al Tirone, e se a partire dal 1570 alcuni documenti confermano la costruzione di "nuove scuole" dei Gesuiti24, combinata, peraltro, all'affitto di locali adibiti a scuola, finanziato dai Giurati, le conclusioni dovrebbero essere ovvie.

Si sta studiando la ristrutturazione di buona parte del complesso di San Nicolò, da dove, essendo stato trasferito provvisoriamente, nei locali presi in fitto, l'istituto delle lezioni, quindi del collegio, si sta provvedendo a eseguire il progetto Calamecca, che potenzialmente contiene risoluzioni sui tre fronti in cui è impegnata la Compagnia, vale a dire casa professa, noviziato e collegio. La data di acquisto del Tirone e i documenti epistolari sopra citati pongono l'esigenza di nuove fruizioni del San Nicolò, che, non dovendo più ospitare l'attività di noviziato, può meglio distribuire i propri spazi per il Collegio. Con la celebrazione per la posa della prima pietra al primo dicembre 1573 la variante è stata sicuramente aggiornata alle nuove esigenze, dal momento che è lo stesso Calamecca a disegnare in quegli stessi giorni la nuova casa di prima probazione nell'area del Tirone.

A coniugare questo intervento edilizio del 1573 nel templum e nel collegium è l'annalista Aguilera il cui passo offre importanti dettagli.

Hoc item anno Calendis Decembris, Joannes Baptista Carminata, Mamertini Collegi Rector, intra insulam quae nostri juris erat, amplioris templi fundamenta jecit. Jam euim Divi Nicolai Aedes, quamvis magnis incrementis semel atque iterum amplificata fuisset, angustior inveniebatur, quam quae frequentiorem in dies confluentium multitudinem exciperet. Effossis itaque, ad legem, et elegantissimi operis normam, novi templi fundamentis, Joannes Retana, Pontifex Mamertinus solemni ritu, coram Senatu, et Principibus Civitatis aream parietibus claudendam, lustrali aqua dedicavit, et primum lapidem, cymbalis, tormentisque plaudentibus, posuit. Sed praecipuam Collegii partem institutae aedificationis ambitus sibi vendicavit25.

In quella circostanza, quindi, si rendeva concreta l'ipotesi che la sede originaria avrebbe potuto divenire esclusivamente casa professa se si fosse portato a compimento il definitivo trasferimento del Collegio, già ipotizzato e localizzato, come si è detto sopra, sin dal 1567. Con il noviziato al Tirone e il collegio in altri locali l'autonomia del San Nicolò poteva finalmente ospitare-divenire ciò che la regola ignaziana aveva concettualizzato e perfezionato nel corso delle varie Congregazioni generali e provinciali. Una triplice attività in relative opportune sedi: la totale autonomia della Casa Professa, autentico motore della politica spirituale e 'temporale' della Compagnia, "madre dei noviziati e dei collegi"26; l'isolamento della Casa di Prima Probazione, così come era stato decretato nella Seconda Congregazione Generale del 1565; quindi l'infrastruttura pubblica del Collegio, aperto alla città.

La peste avrebbe paralizzato i lavori tra il 1576 e il 1577 e con i postumi della pestilenza si affacciava un nuovo costume opportunamente agevolato dalla Compagnia: le Congregazioni di cittadini, fondate all'interno delle strutture della Compagnia, ma destinate ad essere ospitate soprattutto nelle case professe. Nel 1583 finalmente si inaugurava la nuova chiesa di San Nicolò e nello stesso anno tre congregazioni venivano fondate a Messina. Ciascuna con una propria stanza in cui i congregati si riunivano per programmare azioni di volontariato prendendo a emuli i padri della Compagnia.

Or per dirne in brieve qual fosse tutto il lor fare, era null'altro che imitare i Padri in tutto ciò che avean veduto praticarsi da loro in quella stessa Città in servigio di Dio e in ajuto dell'anime. E sì veramente cominciarono a imitarneli, ch'era una gran maraviglia a vedere27.

Una delle tre congregazioni ha per propria sede la vecchia chiesa di San Nicolò. Ed è proprio dalla chiesa vecchia, dove un faber lignarius stava costruendo nuovi sedili per la maggiore congregazione, che il 10 aprile 1585 divampava un incendio domato soltanto sette ore dopo con il concorso dell'intera città.

[...] Quanto poi si attiene al Collegio nostro, tutto che se ne fosse abbruciata una buona parte col refettorio e con la Chiesa antica, onde due anni avanti eravamo passati alla nuova, e dove si consumò quanto si apparteneva alla suddetta Congregazione28.

L'incendio avrebbe provocato nuovi lavori di ristrutturazione e ancora nel 1595 è documentata la costruzione della cupola nella chiesa nuova del Collegio29, opera postuma di Andrea Calamecca, morto nel 1589, con probabili varianti di Natale Masuccio.

Sembra opportuno avviare in questa sede talune considerazioni a margine della chiesa nuova di San Nicolò, sulla cui bibliografia permane una consolidata confusione, mantenuta anche dai più recenti contributi. La pianta pubblicata da Hittorff e Zanth nel 1835 corrisponde all'edificio progettato da Andrea Calamecca (e non dal nipote Jacopo) tra il 1567 e il 1573 e aperto al culto nel 1583. Coincide altresì, ad eccezione della porta laterale, aperta sulla strada Doria, di cui si parlerà più avanti, con il rilievo 1616-1641, che qui si pubblica. L'opera è molto importante nella storia dell'architettura siciliana del rinascimento maturo perché documenta l'importazione dei modelli brunelleschiani, condotta dal Calamecca a Messina e nelle provincie messinese e catanese. Da una lettura non superficiale, da cui è evidente l'analogia con il 'mediceo' San Lorenzo, si deduce che la variante calameccana delle cappelle laterali sia null'altro che l'assunzione della soluzione vignolesca del Gesù di Roma, definito proprio nel 1568. Le 'cinque' navate sono, dunque, rigorosamente tre e sui fianchi delle navate laterali corrono cinque cappelle per lato, comunicanti tra di esse così come è nel Gesù di Roma. La più significativa variante calameccana sull'opera del Vignola consiste nell'assumere l'arco, adottato nel pannello murario tra navata e cappelle, come setto di separazione percorribile nell'infilata prospettica delle cappelle laterali30.

5. Il Collegio

L'origine del nuovo Collegio è legata, non casualmente, alla Casa Professa, quindi al testamento del 4 giugno 1605 del vecchio mercante Girolamo Conte, che lasciava alla Compagnia ben seimila onze per fondare a Messina la Casa Professa. Si realizzava finalmente il disegno delineato nel lontano 1567. Il lascito, esplicitamente dedicato a questa fondazione, sarebbe stato investito, mediante 'partita di giro' dalla Casa Professa al Collegio che le cedeva i locali, nell'acquisto di quegli immobili già identificati come idonei all'istituto degli Studi.

Il complesso di San Nicolò, con le interminabili ristrutturazioni, avrebbe così ospitato la Casa Professa e avrebbe continuato ad adeguare i propri spazi a tale nuova fruizione.

Qui è opportuno chiarire alcune incomprensioni bibliografiche. è noto che negli Statuti del 1597 il capitolo XXXXXI è dedicato alla Casa ove s'haverà di fabricare per li studi31. Si fa originare da questa data il fitto che la città pagava per ospitare i propri Studi, diversi da quelli della Compagnia, nel palazzo dei Marchese undi si leggino li lectioni per li lecturi dilli studij di essa città, la cui pigione costava alla pubblica amministrazione ben cento onze annue, importo pagato dalla città certamente fino al 160432. Ma il fitto di palazzo Marchese deve datare da epoca precedente: si ha ben ragione di credere, nell'altalena dei rapporti tra Compagnia e Senato, che una prima utilizzazione di questo immobile - anche parziale e non continua - possa essere anticipata al 1567, vale a dire alla data di quel documento (vedi qui nota 12) in cui i padri della Compagnia manifestavano la chiara idea del sito che avrebbe dovuto occupare l'istituto del futuro Collegio, che poi, infatti, occuperà.

Dopo il 1597 si avviano i lavori per il Collegio "laico", di cui parla il Buonfiglio e Costanzo nel 1606 in questi termini:

Et vicino il Torrente delle Luscinie non lungi dalla porta delle legna si vede ancora la nuova fabrica, non perfettionata, della casa dello studio, dove si ereggono le stanze per habitatione de Lettori, et parimente gli altri luoghi dove i scolari habbino da intendere le lettioni, distintamente, in tutte le scienze33.

Nel 1597 era ancora attivo Jacopo Del Duca, quale architetto della città, morto il 17 gennaio 1600: l'incompletezza delle fabbriche al 1606 potrebbe essere stata causata dall'avvicendarsi di figure che succedono, nel ruolo, all'anziano Del Duca.

Il 20 luglio 1607 i fratelli Antonio e Giuseppe Marchese vendono al rettore del Collegio la loro domus magna sita in loco nuncupato la Porta de Jannò, in contrada S. Antonio, consistente in pluribus corporibus, domibus, domunculis, officiniis et aliis membris et pertinentiis, per l'importo ragguardevole di quattromila onze34, dove viene intanto trasferito il Collegio.

Da questo atto trae origine un importante processo di acquisizioni immobiliari che attraversa tutto il secolo XVII, nel preciso e ambizioso obiettivo, da parte della Compagnia, di pervenire alla proprietà di una superfice urbana che copra un'area pari a circa undicimila metri quadrati (quasi coincidente con l'attuale sede centrale dell'Università), compresa tra la strada principale delli Porcelli (attuale via Giacomo Venezian) a nord-ovest, la strada principale alla Judeca (strada interna parallela all'attuale via Tommaso Cannizzaro) a sud-ovest, non arrivando ad affacciare per circa venti metri sulla strada Cardines (attuale via Cesare Battisti). Le contrade in cui ricadono gli immobili riferiscono ancora di retaggi medievali: in lo piano detto dello Banditore seu di santo Astasio, in planitio S. Anastasii, in contrata ecclesie dive Marie de Itria seu lu fossu di Sancta Dominica, in la contrata di Jannò, in la contrata di S. Antonio.

Tra i vari beni acquisiti dal Collegio sono di notevole interesse le proprietà già appartenute a Vincenzo La Cameola, che i Padri perfezionavano attraverso una serie di atti tra il 1614 e il 1653. Tra i beni è la torre sveva che la giurazia cittadina aveva concesso in enfiteusi a Vincenzo La Cameola nel 1547: di pianta ottagona con lato pari a circa tre metri (12 palmi) si ergeva per una altezza di quindici metri (7 canne e 4 palmi)35.

Ma ciò che più impegna la realizzazione dell'ambizioso progetto è costituito dal rapporto architettura/urbanistica in cui, superata la categoria progettuale del 'riuso' del patrimonio edilizio esistente, si mira una soluzione architettonica il cui organismo, originato sia dalla prassi della regola ignaziana che dall'avvenuta sperimentazione della didattica, ricerca il modello formale in una nuova 'macchina' a misura della città. Non sorprende, infatti, che per la realizzazione della complessa opera venga invocata la normativa urbanistica, già assunta dal viceregno nella seconda metà del Cinquecento per normare i grandi lavori pubblici, la cui realizzazione doveva inevitabilmente transitare attraverso sostanziali modifiche della proprietà privata. Già nel 1620 il Senato aveva concesso al Collegio

pro ampliatione ipsius Collegii [...] illud spatium strate existentis intermedie domus ditti Collegii cum domibus eiusdem Collegii ad angulo ipsius Collegii ubi in presentiam est quedam gebia aquarum usque ad aliud angulum domus eiusdem Collegii que olim fuit quondam magistri Marii Prestiandria largitudinis ab cono angulo ad aliud retta via cannarum duarum cum dimidia et longitudinis, eundo versus orientem, ut dicitur a toccari un muro novo di detto Collegio, quam etiam illud spatium terreni, incipiendo ab angulo domus don Vittorini Carbuni, eundo versus orientem retta via, consistentem in cannis vigintitribus in circa; et a ditto angulo domus ditti de Carbuni versus occidentem et ab angulo in quo fixet dictum spatium terreni cannarum vigintitrium in circa ad confinandum cum domibus existentibus intus soriatum [?] que sunt Francisci De Marino et heredum quondam Melchionis Pagliarino et [...] alia spatia terreni seu stratas inclusas ad uno angulo ad aliud versus occidentem inclusive usque ad angulum domus Beatricis Mannelle et filiarum nec non posse ad recta linea edificare murum scalarum supra viridarium ditti Collegi ab angulo Collegii usque ad angulo domus ditte Beatricis Mannella et filiarum36.

Sono brani della morfologia urbana, ereditata dal Medioevo, che verranno inghiottiti dal perfezionamento del grande lotto su cui è stato avviato il cantiere. Non è una novità, anzi è la prassi di una cultura urbanistica cinquecentesca tendente a regolarizzare i tracciati stradali, avviata a Messina nel 1572 con i lavori per strada Austria. E infatti quindici anni dopo, nel 1635, il Senato delibera, nell'esecuzione di un programma più vasto, già parzialmente realizzato, di tracciare una strada 'ortogonale' alla via Cardines, che metta in diretta comunicazione le strade dei Porcelli e Cardines.

Quoniam his annis retro elapsis fuit incohata strata nominata Cardines in antiqua strata Judaice pro ornamentum huius urbis et fuit determinatum quod fiant aliae strate parvule ex lateribus preditte strate Cardines pro commodo civium et ut ipsa strata pulcrior appareat unde huc usque fuerunt facte due vie ex lateribus in dicta strata versus planiciem Sancti Mercurij et alia versus ecclesiam Sancti Marci. Et quia est necesse quod alie vie similes in dictis lateribus construerentur pro ornatu dicte strate Cardines et pro beneficio publico, et ut civitas ut magis magnis edificis decoretur, propterea per dictus illustrissimus Senatus, vigore presenti actus, ordinavit et ordinat, mandavit et mandat quod in planitie Sancti Astasii fiat alia via parvula que incipiat a cantonera domus D. Antonini Portio versus domum Reparatarum Virginum prope Collegium Jesu Societatis, que est latitudinis palmorum quadraginta ex recta linea perveniat et exeat ad dictam stratam Cardines olim della Judeca, que fieri debeat de pecuniis destinatis pro constructione preditte strate Cardines et prout fuerunt facte supra dicte alie vie in lateribus preditte strate Cardines37.

L'allineamento previsto delimitava il Collegio e forse favoriva qualche 'espropriazione' che i padri della Compagnia non riuscivano a perfezionare. Infatti circa un quadriennio avanti, a seguito di un memoriale del Rettore, in cui si richiedeva uno strumento legale per procedere all'esproprio di case nell'obiettivo di ampliare il Collegio e costruire l'attigua Chiesa, si rinviava nella sostanza al privilegio noto come 'Toledo e Maqueda', anche se non veniva esplicitamente citato. Bisognerà attendere il 1686 e le strenue resistenze di quei privati che non intendono cedere le loro case per il perfezionamento del sito della futura chiesa del Collegio, onde ottenere chiare lettere osservatoriali con cui i Padri, impugnando il privilegio cinquecentesco, potevano procedere all'espropriazione delle ultime sei case che ostacolavano la costruzione della chiesa di San Giovanni Battista.

Come per decoro e ornamento di detta città fu ordinato farsi la strada Cardines seu de la Giudeca per farsi la quale strada furono uscite lettere di S.E. acciò si costringessero le padroni delle case o di fabbricare o di vendere dette loro case e ciò giusta la forma capitoli e con l'istrutioni della strata Toledo seu Cassero e strata di Maqueda e lettere spedite da signori Viceré di quel tempo per farsi le dette strate, una sotto li 12 luglio 1567 e l'altra sotto li 2 di maggio 1600; e per maggior ornamento di detta città, fu parimente determinato e stabilito dall'olim Senato di detta città, nel mezzo di detta strata Cardines seu della Giudeca aprirsi e farsi, sì come si principiò a fare, la strata chiamata d'Alcalà olim di S. Marco seu di S. Filippo e doppo nell'anno 1639 fu parimente per maggior decoro et ornamento di detta città, fu determinato farsi et aprirsi un'altra strata di larghezza di palmi 30 incominciando della porta maggiore di detta chiesa di S. Marco per andare insino alla chiesa di S. Domenica et ultra, quale sia intermedia tra la venerabile casa delli PP. della Congregazione dell'Oratorio di S. Filippo Neri e tra il venerabile Convento della SS. Trinità, come si vede per più atti fatti da detto olim Senato della città sotto li 30 aprile 1639 e 13 settembre 1664 e 20 aprile 1665; per la petizione di quali strate, giusta la forma del disegno, dovendosi buttare in terra alcune case e venendo renitenti alcuni delli padroni d'esse in vendere dette case, domandando esorbitanti prezzi, si ottennero alchone lettere osservatoriali delle dette lettere Reali circa il privilegio della strata Toledo e Maqueda [...] E perché E.S. si sta costruendo e fabricando in detta città di Messina la casa di detto venerabile Collegio, quale della parte di dietro viene a corrispondere verso detta chiesa e piano di S. Domenica e si deve di nuovo incominciare a fabricare per il culto divino [...] la chiesa, collaterale a detto venerabile Collegio, quale per incominciarsi a fabricare, perfetionare e dall'intutto finire, giusta la forma del disegnio, si deveno buttare in terra molti predii e case, tanto di persone secolare come ecclesiastiche e religiose, e molti delli padroni d'esse vengono renitenti in vendere le dette loro case e predii, volendo quelle vendere a prezzi vigorosi, conoscendo essere necessari tanto per la fabbrica di detto Collegio, quanto per la detta nuova chiesa da farsi, il che risulta in grave danno, pregiuditio et interesse di detto venerabile Collegio, ritardamento del servitio del culto divino e di servitio del puplico di detta città di Messina; che perciò l'esponente ditto nomine ricorre a V.E. supplicandola restasse servita provedere et ordinare che per la fabrica di detta Chiesa e Casa di detto Collegio e compra di tutte le case necessarie per farsi la detta fabrica si dovessero osservare tutte le sudette lettere e capitoli di detta strata Toledo seu del Cassero e della strata Maqueda, quali accluse si mandano38.

Il testo sopra trascritto è uno stralcio della lunga lettera osservatoriale inviata da Palermo per autorizzare il Rettore del Collegio a operare alla stregua di un ente pubblico. La lettera viene presentata nell'ufficio dei giurati il 3 aprile 1686 e avrà, a seguito di ulteriori resistenze, un nuovo ciclo di riconferma viceregia, tre anni dopo, con lettera del 14 settembre 1689 e nuova presentazione in ufficio il 30 settembre dello stesso anno. Appare istituzionalmente rilevante l'assimilazione di uno strumento di legge, prodotto per l'amministrazione della cosa pubblica, a vantaggio di un ordine religioso, sia pure per la costruzione di edifici a parziale fruizione pubblica. La Compagnia di Gesù equivale al Senato cittadino, il Collegio e - nella fattispecie - la futura chiesa di San Giovanni Battista equivalgono alle strade pubbliche Austria, Cardines e Alcalà. è loquacissima in tal senso la stesura del memoriale da parte del rettore del Collegio. Legati alla prossimità morfologica dell'intervento edilizio che si intende sostenere, i termini di confronto tra Collegio-Chiesa e strade pubbliche da perfezionare nel loro allineamento esprimono la medesima tipologia di intervento. Impedirne la realizzazione significa ritardamento del servitio del culto divino e di servitio del puplico di detta città di Messina.

Seguivano infatti le espropriazioni di tutte quelle case i cui proprietari non avevano inteso cedere alle offerte dei padri gesuiti e le cui stime venivano, adesso, affidate a 'pubblici ufficiali'. Nel 1686 la casa angolare di Placido Vento e congiunti, morata et solerata con suo scoverto seu giardinello della parte di dietro sita dietro il venerabile Collegio della Compagnia di Gesù nella contrata e piano detto dello Banditore seu di santo Astasio per settanta onze39. Nel 1689 la casa grande angolare degli Averna, con soi appaltati, carrettaria, scrittori, potegha et altre stanze et appartati di sotto e casotta collaterale dalla parte della vinella ed altri a detta casa grande aggregati, sita in Messina collaterale e contigua con il Collegio, per l'importo di onze 461,13,1640. Nel 1690 due case collaterali dei coniugi Barresi, morate e solerate a due solai, site dietro il Collegio nella contrata e piano detto dello Banditore, consistenti in diverse stanze, membri, corpi et officine, scrittore, catoio, puzzo, fischia, confinanti dall'uno e l'altro lato con le case del Collegio vinella e strada pubblica, per l'importo di 170 onze41. Ancora nel 1690 casa Marigliano e Cappello, a due solara posita dietro il Collegio nella contrata e piano del Banditore, consistente in due stanze solerate, scrittore e catoio di sotto, puzzo, fischia, baglio da parte di dietro, confinante con la casa del Collegio, stimata per onze 6042. Nel 1691 una casa di proprietà dell'Oratorio di San Filippo Neri, morata et solerata a dui solara sita et posita dietro il Collegio nella contrada e piano detti dello Banditore, confinante con le case dell'una e l'altra parte del venerabile Collegio e strata publica, consistente il primo solaro in una sala, camera e cucina e l'altro solaro in due stanze eguali con suo puczo e fischia di abasso, valutata in onze 63,17,2. E infine nel 1693 casa Patti e Brunaccini, solerata, isolata, con suo puczo, pila e catoio e sua potega nella contrata del piano del Banditore, valutata in onze 122,1543. Ma questi non sono che gli ultimi immobili.

Perché il progetto del 1615 si potesse attuare, a partire dai beni dei Marchese, il cui ultimo atto di compravendita è del 1653, la Compagnia aveva provveduto ad acquisire numerosi cespiti. Le concessioni enfiteutiche deliberate dal Senato in favore del Collegio nel 1620 e il perfezionamento della strada collaterale nel 1635, di cui si è detto, costituiscono, dopo i beni dei Marchese, gli interventi indispensabili a spianare e impostare il cantiere. Nel 1638 vengono acquistate, per novanta onze, due case solerate collaterali di Anna Xonti e Ridi site in contrata ecclesie dive Marie de Itria seu lu fosso di Sancta Dominica44. Nel 1646 Agostino Strano vende al Collegio due case nella contrada del fosso di Santa Domenica per onze 74,1045. Nel 1647 vengono vendute al Collegio altre due case: una dei coniugi Di Gregorio Greco, solerata, in contrata vulgo appellata lo fosso di Sancta Domenica confinantem cum parietibus veteris huius preditte urbis et in reliquo isolata, per trentasei onze46; l'altra della suora Clara Svaglia in contrada S. Anastasio, per onze 62,2047. Ancora tre case nel 1650: due dei Manzo in contrata planitii S. Anastasii, entrambe solerate, una delle due consistente in uno magazenio cum duabus eius stancis et astraco existentibus supra preditto magazenio, per onze 183,548; l'altra di Felicia Botta, ancora in planitie S. Anastasii al presente ditta lo chiano dello Bandituri, per onze 59,549. La conseguenzialità di questi acquisti era geometricamente impostata dal palazzo dei Marchese verso oriente, quindi dalla strada dei Porzi o Porcelli verso strada Cardines ex Giudecca. Il progetto Masuccio, infatti, non prevedeva una fabbrica del tutto nuova, ma faceva originare il grande edificio del Collegio da una "ristrutturazione" di palazzo Marchese. Motivo indiscutibile era il fatto che si escludeva la demolizione di un edificio acquistato, da meno di un decennio, per un importo di quattromila onze. Spia indiziaria dell'intervento di ristrutturazione è lo stesso sito della chiesa, che rimane sempre incerto fino al 1686, ed è in tutti i disegni semplicemente ipotizzato. Il motivo è elementare: la chiesa doveva occupare un sito attiguo al palazzo nel suo prospetto principale; soltanto dopo avere ultimato il Collegio si sarebbe compiuto l'atto di forza per espropriare le case aderenti al palazzo, come di fatto avvenne. Altra spia indiziaria è il disegno esecutivo in cui è documentato lo stato dei lavori con una grafia che il Vallery-Radot assimila ai disegni del Masuccio: si riferisce soltanto al cortile, consentendoci di opinare che la struttura del palazzo, intorno al cortile, sia rimasta intatta, almeno nei muri perimetrali e nei solai. Vi è un ultima spia, fornita dalla necessità del Masuccio di riprogettare, nell'ala orientale del palazzo, due blocchi di scale, agli angoli nord e sud, con cui relazionare la corte esistente, a occidente, con la corte futura, a oriente, al fine di collegare gli ambienti pubblici delle Scuole con quelli privati dei Padri. Ne viene fuori un groviglio di scale, giustificabile soltanto in ragione di un riuso di collegamenti verticali esistenti. Il groviglio è così evidente che, negli emendamenti successivi al disegno del 1615, tutti i blocchi scala verranno integralmente riprogettati.

L'ambizioso progetto del Masuccio, tuttavia, non avrebbe mai trovato integrale risoluzione. Non verrà realizzata la corte e gli annessi corpi orientali, come si evidenzia dai rilievi cronologicamente ricadenti a cavallo dell'espulsione della Compagnia, eseguiti da Giovanni Ottone di Berger (1753) da Pietro Bardet di Villanueva (1773) e da Gianfrancesco Arena (1784).

6. Strada Doria

Prima di concludere con il duplice insediamento della Terza casa di Probazione e con l'appendice extra moenia della Casa degli Esercizi è opportuno esporre un altro episodio 'urbanistico' di cui sono protagonisti i padri della Compagnia tra i secoli XVI e XVII in contrapposizione ai padri domenicani, loro diretti concorrenti, dagli anni novanta del Cinquecento, a causa delle lezioni che si leggono nel Convento di S. Domenico50. L'episodio è loquacissimo, ancora in tema 'urbanistico', del potere raggiunto dalla Compagnia lungo il secolo XVII: nel momento in cui invocano per il grande intervento del Collegio le normative urbanistiche sopra riferite, rigettano, a vantaggio della Casa Professa, i medesimi diritti invocati dai Domenicani. Vediamo perché.

Nel 1591 il Senato cittadino deliberava l''apertura' di una piccola via, ortogonale alla strada Maestra, sul fianco meridionale della chiesa nuova del San Nicolò. A trarne vantaggio erano soprattutto i Domenicani, il cui convento rimaneva mal servito dalla viabilità, arretrato com'era, rispetto al complesso di San Nicolò, sia nella comunicazione con la Strada Maggiore, sia nel rapporto con la Chiesa Madre. Ne beneficiavano anche i Gesuiti che, non essendo ancora riusciti ad acquistare le case dei Sollima, confinanti appunto con il fianco meridionale della chiesa, avrebbero ottenuto l'affaccio, sulla nuova strada, dell'intero prospetto laterale della chiesa nuova. I Gesuiti accettano di buon grado tale soluzione, almeno fino al 1598: è confermato da un esplicito memoriale del Rettore del Collegio, inviato alla corte l'11 settembre di quell'anno51. La strada non viene realizzata per indisponibilità finanziaria nel 1591, quindi per il fallimento del Banco Balsamo nel 1598. Ma qualcosa cambia nei primi decenni del Seicento. I Domenicani tentano di acquistare alcune case nella parte meridionale dell'insula del complesso di S. Nicolò, sulla strada Maestra. L'obiettivo è di trasferire la loro chiesa a pochi metri dal nuovo edificio dei Gesuiti, sul limitare meridionale dell'insula, ad angolo tra strada Maestra e la venella delli Moci. Per realizzare questo disegno tentano di impossessarsi dell'intera superfice su cui ricadono le case Zapata e le case Sergi, essendo già in loro possesso una coppia di piccole case a queste limitrofe. Nella giurazia cittadina il 'partito' pro Domenicani ha intanto acquisito e demolito una parte delle case degli Ansalone e dei Saccano, site tra strada Maestra e piano della chiesa Maggiore, proprio nella proiezione, verso il piano medesimo, di quel lotto cui sono interessati i Domenicani. Questa addizione dello spazio plateale è dichiaratamente finalizzata al trasferimento di sito della chiesa di S. Domenico e trova negli stessi Ansalone gli alleati più determinati. Ma non è da escludere che gli stessi Gesuiti corrano ai ripari. Nel 1616, in occasione dell'acquisto, da parte dei padri Minoriti, di una casa di Scipione Grimaldi in strada di Jannò, retrostante al palazzo Spatafora (che prospetta sul piano della chiesa Maggiore), i nuovi acquirenti, che intendono costruirvi il loro convento con chiesa annessa, trovano il Capitolo della Chiesa Maggiore assolutamente contrario, perché la nuova struttura ecclesiastica, così concepita, avrebbe avuto un eccessivo rapporto di vicinanza con il Duomo. Il contrasto viene ricomposto mediante la sottoscrizione di alcuni accordi da valere per il futuro, anche nel caso di successive acquisizioni immobiliari verso il Duomo, tra cui l'obbligo di edificare la porta maggiore della chiesa con un preciso affaccio, a debita distanza dal piano della chiesa madre. Tale vincolo potrebbe essere stato suggerito dai padri della Compagnia per creare il precedente contro i Domenicani. è certo, comunque, che i padri di San Domenico non costruiranno mai alcuna chiesa con affaccio su strada Maggiore e che successivamente lo slargo, ottenuto mediante l'abbattimento di un'ala del palazzo Ansalone-Saccano, verrà riedificato, così come lo troviamo in un rilievo urbano che anticipa il 1675.

I Gesuiti, che, nel tempo e secondo le varie esigenze, avevano sempre lavorato per espandere il loro edificio, acquistavano, verosimilmente tra il primo e il secondo decennio del Seicento, la casa della Marchesa (La Rocca?) ubicata subito dietro il complesso di San Nicolò, prevedendo un'espansione del complesso a occidente, probabilmente studiata da Natale Masuccio52. Dopo poco tempo acquisivano la tanto agognata casa dei Sollima sul cui sito, parzialmente, era stato designato, sin dal 1591, il passaggio della strada. Ma intanto i Domenicani stavano per concludere l'acquisto di casa Zapata (per capire le relazioni di questi immobili con i siti dei Domenicani e dei Gesuiti si confronti qui il rilievo del comparto databile tra gli anni 1616 e 1641). Ed ecco dunque l'ennesima trovata della Compagnia: impugnano uno ius amplificatio-
nis
, vantando un diritto di prelazione in quanto proprietari di casa Sollima. Questo, infatti, è uno dei motivi con cui si giustifica "il nuovo progetto della Casa Professa".

[...] Senza buttare a terra niente, né il nostro casamento, né quella bella casa della Marchesa, ma questa la vendiriamo perché è fuor del quadro, come ho detto, con la strada a mezzo, et col medesimo danaro compririamo la casa della Signora Vittoria [Zapata], quale è in quella parte [meridionale] et poco fa l'habbiamo cavata dalle mani delli Domenicani con una citatione, servendoci del ius amplificationis in virtù della possessa casa dei Sollima che ho comprato per questo effetto53.

Nel 1634 i Gesuiti tentano di avviare nuovi lavori nella parte meridionale, ma ovviamente vengono bloccati dalla denuncia dei Domenicani. Rileggiamo l'interessante memoriale, inviato nel 1639 a Palermo dal Senato messinese, nell'intento di tracciare una ricostruzione 'storica', premessa indispensabile per dirimere la lite intercorsa tra i due Ordini.

Nell'anno 1591 fu per l'Ill.mo Senato della città di Messina, causa cognita, concluso e determinato per decoro d'essa città e beneficio publico, far una strada puplica et ampla di larghezza di palmi vintiquattro e di longhezza cominciando dalla strada maestra per insin'alla vanella del convento di S. Domenico, affinché li cittadini con maggior commodità potessero frequentare la chiesa di S. Domenico e quella dei padri Giesuiti, come appare per un atto fatto dal detto Senato a 6 di marzo IV ind. 1591. Quale atto fu doppo confermato dal Real Patrimonio e, per non haver havuto il denaro pronto non si potti fare la detta strada; onde ad istanza del Padre Rettore del Collegio di detta città fu supplicato all'hora a S.E. di concedere licenza al detto Senato di spendere onze 400 per detta strada et ottenne licenza e provista concedatur de pecuniis non deputatis ad alium effectum; e per mancamento del denaro non si potte mai mettere in essecutione. Ultimamente nell'anno 1634 il padre Preposito di detto Collegio intese fabricare nel terreno destinato per detta strada. Comparse il padre Priore di S. Domenico innanti il detto Senato instando che in quel terreno non si potea fabricare per essere destinato per fare la detta strada e per essere la fabrica nociva al detto convento di S. Domenico. E fu d'ordine del Senato fatta iniuntione de non fabricando, adverso la qual iniuntione detto padre Preposito s'opposse in detto Senato et compilato il processo fu deciso a favore del padre Priore del convento S. Domenico, dalla quale sentenza detto padre Preposito domandò revisione e fu per la Regia Gran Corte a 22 di settembre VIII ind. instante 1639, lata sententia, per la quale fu detto retractetur iniunctio et Pater Prepositus teneatur relinquere vigintiquatuor palmos soli pro construenda via sive strata iuxta forma actus Ill. Senatus Messane die quo per annum tantum infra quem Pater Prior Conventus S. Dominici possit coram Iudice ad quem spectat pro constructione ditte viae seu stratae iura sua experire et iudicium finire. Della quale sentenza, ad instanza del padre Preposito sudetto s'espedirono littere osservatoriali per la regia Gran Corte presentate et esseguite in Messina nell'Officio di detto Senato, onde il padre Priore del convento di S. Domenico supplicò che per essecutiva di detta sentenza li signori Giurati andassero super locum per designare la strada e fu fatta provista da tre giurati nobili, che erano pronti e prontissimi, conferirsi super locum e designare la strada conforme all'atto del Senato e sentenza della regia Gran Corte. Il che sapendo li padri Gesuiti, per impedire contra ogni forma di raggioni la fabrica di detta strada, ricorsero a S.E. e per la regia Gran Corte furono spedite lettere quod veniant acta via gravaminis, con ordine di soprasedere per mensem. Il che è una mera calumnia. Pertanto s'espone a S.E. che, questo nonobstante, li detti Giurati si possano conferire super locum et ordinare si facci la detta strada tanto necessaria per decoro della Città, conforme li detti Giurati per sue littere informano a V.E., tanto più che il detto padre Priore del convento di S. Domenico è pronto e prontissimo spendere tutto e quanto sarà necessario per fare la detta strada, che il tutto si riceverà a gran parte dalla benigna mano di S.E.54.

Il memoriale del Senato veniva inviato al cardinale Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo e, tra maggio e dicembre 1639, Luogotenente del Regno. Al memoriale medesimo si accludeva una lettera dei tre giurati nobili preposti all'esecuzione della sentenza, Giuseppe Staiti, Antonio Ansalone e Palmeri Di Giovanni. Il tono della loro lettera è dichiaratamente ostile ai padri della Compagnia e, nello stesso tempo, fiducioso nella valutazione che farà il prelato. A lui, infatti, propongono di intestare la nuova strada a futura memoria della "gloriosissima casa Doria", non esitando a utilizzare termini efficaci nel descrivere la posizione dei domenicani, identificati come sepolti vivi [...] quando li padri Gesuiti volessero fabricare il luogo di detta strada, dove, tuttavia - i giurati non precisano - non vi era mai esistito alcun passaggio, essendo stato sempre occupato, il luogo medesimo, da edilizia residenziale.

Li Padri Gesuiti han presentata in questo Senato una lettera di Vostra Eminenza e Regia Gran Corte affinché si trasmettano via gravaminis al Tribunale di essa le scritture tanto delli detti padri Gesuiti, quanto delli Padri Domenicani sopra la construttione d'una strada [che] deve farsi per magnificenza e decoro di questa città, conforme altre volte ni sono stati supplicati li Signori Viceré predecessori di V.E. ad istanza non solo della città, ma delli padri dell'una e l'altra religione, sì come appare per publiche scritture sin dall'anno 1591. Quale lettera è stata dal senato presentata così per demostrare la pronta volontà che tiene in ubidire li comandamenti di V.E. come per non aggravar le parti. Hor noi havendo considerata e da alcuni dei nostri avvocati fatta considerare la sentenza data da essa Regia Corte e riconoscendo che quanto vanno facendo e proponendo li detti padri Gesuiti sia per imbarazzare l'essecutione di farsi detta strada fra il termine d'un anno per la sentenza assegnata, ci pare conveniente rappresentare a V. E., conforme con questa rappresentiamo, che giudichiamo necessità di farsi la detta strada così per ornamento della Città, come per beneficio e commodità dei populi, oltre il decoro delle due vicine chiese, l'una dei padri Gesuiti e l'altra dei padri Domenicani, con utilità spirituale dei Cittadini di potere con maggior faciltà esser presenti alli divini ufficii, ricevere li santissimi sacramenti et udire la parola di Dio. Per le quali considerationi e per il ben publico da tutta la città vien bramata la presta construzzione di essa strada, per la quale non vi vuole più che un giorno di tempo a farsi, essendo li padri Domenicani pronti a depositare e pagare il denaro che sarà necessario. Per lo che quante volte V.E. si degnerà restar servita ordinare e comandare s'habbia da construire detta strada tanto necessaria et particolarmente per non restar sepolti vivi detti padri Domenicani quando li padri Gesuiti volessero fabricare il luogo di detta strada, ci rendiamo pronti subito ad eseguire quanto da V.E. ci verrà comandato, che oltre essere di giustitia, sarà una perpetua memoria dell'eminentissimo nome di V.E. e della gloriosissima casa Doria, che tale appunto chiamerassi la strada, e questa gratia si registrarà non solamente nei libri della Città con l'altre, quali ha ricevute dall'Eccellentissimo Sig. Principe suo Padre d'eterna e gloriosa memoria e suoi antenati, ma anco nei cuori di tutti cittadini messinesi55.

I due disegni che qui si pubblicano, conservati tra le carte del cardinale Sforza Pallavicini presso l'Archivio Romano della Società di Gesù, rendono espliciti i due argomenti trattati. Sia il caso dei canonici della Cattedrale contro i Minoriti, che tuttavia assume in proiezione il disegno della nuova chiesa auspicata dai Domenicani; sia la lite tra Domenicani e Gesuiti per strada Doria con il rilievo del piano terreno di un intero comparto urbano. Ambedue i disegni costituiscono documentazione grafica di notevole rilievo su cui si tornerà in sede più idonea. Merita qui di essere evidenziato il sito della chiesa vecchia di San Nicolò: sebbene modificata, si può identificare la medievale chiesetta nell'angolo più settentrionale dell'insula con il fianco destro che prospetta sulla strada Maggiore.

Il Collegio di San Francesco Saverio e la Casa degli Esercizi spirituali

Nel 1634 Pietro Balsamo e la moglie Francesca Aragona, principi di Roccafiorita, concedono al Padre Provinciale Pompilio Lambertenghi alcuni beni per un valore capitale di circa seimila onze da utilizzare per la fondazione a Messina della Casa di Terza Probazione. è l'atto dotale da cui trae origine il quarto insediamento della Compagnia in città, il Collegio di San Francesco Saverio nel piano di Terranova.

Due anni dopo, superate grosse difficoltà, scrive Aguilera, viene avviata la residenza di questa quarta sede della Compagnia in Terraenovae vico, qui situs est in pomoerio Civitatis apud Musellas, quindi a ridosso delle mura urbane56.

Per la breve vita dell'edificio non è facile identificare la sua esatta ubicazione. Aiutano un disegno del 1678 di Juan Bautista Sesti, che si conserva a Simancas57 e soprattutto un prezioso rilievo del Signore de la Vigne del 1675, eseguito in occasione dell'occupazione francese della città58. La lettura dei due disegni deve essere combinata con l'orientazione disegnata nel progetto di Giovanni Andrea Gallo, di cui si parlerà più avanti. Relativamente al rilievo Sesti, l'unica chiesa ad angolo, con la tribuna rivolta verso il porto e con lo sviluppo conventuale confrontabile con il progetto Gallo sembra identificarsi lungo la strada interna che dal Palazzo Reale conduceva al piano di Terranova. Se ne trae conferma dal rilievo del Signore de la Vigne, che disegna il lotto trapezioidale, identico a quello tracciato dal Gallo.

Anche per questo secondo Collegio la soluzione progettuale è ambiziosa, quanto importante nella storia dell'architettura barocca in Sicilia. I disegni del Gallo, "ingegnere napoletano" che faceva testamento a Messina il 15 marzo 166159, lasciano dedurre che nei circa venticinque anni successivi al 1636 anche i padri di San Francesco Saverio avevano maturato l'idea di una sede molto prestigiosa. Parleremo più avanti dei disegni, ciò che qui interessa evidenziare è la soluzione della chiesa del Collegio, la sua pianta centrale è raffinata esecuzione della lezione, appresa a Napoli, da Cosimo Fanzago60: lo studio della soluzione tipologica, nel sito irregolare, disvela libertas e imperium dell'estetica barocca. Due cappelle per lato alternano il rigore della centralità assunto dagli altari laterali, modulo spaziale del presbiterio, condotto per occultare, nei locali della sacrestia, l'irregolarità del sito. Nel prospetto due torri campanarie e una breve scalea a pianta mistilinea sono gli unici dettagli desumibili dalla pianta.

Non ha vita lunga il Collegio di San Francesco Saverio a Terranova. Dopo la rivolta antispagnola, con la costruzione della cittadella del De Grunenbergh, si intende sgombrare il sito di Terranova di ogni fabbrica per realizzare una piazza d'armi. In un manoscritto che si conserva a Simancas sono annotate le

Fabriche di Particolari demolite per farsi Piazza d'Armi, in escambio delle quali furono, d'ordine della Regia Giunta, assignati altri effetti stabili della Regia Corte per l'equivalente delle stime di sudette fabriche

e, nel patrimonio edilizio da demolire, in data 12 settembre 1684, è inserito il collegio di San Francesco Saverio:

Chiesa seu Casa di Terza Probatione della Compagnia di Giesu, sotto titolo di San Francesco Xaverio esistente dentro il quartiero di Terranova, stimata come sopra per oz 8.671,20 conforme al contratto d'assignatione fatto per l'istessi atti di 12 del sudetto mese di settembre61.

Trasferivano, dunque, i padri il 'collegio piccolo' nella parte settentrionale della città, in area opposta ai loro siti storici, nel piano di San Giovanni Battista dietro la tribuna delduchiana e accanto alla chiesa di Gesù e Maria (attuale Legione dei Carabinieri), come bene si può identificare nel rilievo Arena e in una veduta dell'Houel. Acquistavano, infatti, tra il 1688 e il 1689 (epoca in cui sono ancora nei locali del quartiere di Terranova) alcuni beni immobili in contrada del Pantano, tra cui una casa grande di Giuseppe Pellegrino a tre solai, costruita da pochi anni, su cui, successivamente, apporteranno le necessarie ristrutturazioni. La scelta del sito con affaccio su un grande piano era certo più impegnativa della precedente e soprattutto imponeva una soluzione architettonica da quinta plateale, perché chiudeva, per buona parte, il fondale occidentale del piano. Se i postumi della rivolta antispagnola avevano azzerato la sede nel quartiere di Terranova, la rivoluzione tanucciana avrebbe trasformato questa ultima sede della Compagnia in ospizio delle zitelle povere.

Ma prima che Tanucci decreti l'espulsione è, a Messina, ancora un'ultimo atto insediativo della Compagnia: la Casa degli Esercizi spirituali in contrada della Carrubara. Con lascito del 1736 il sacerdote Domenico Fabris donava ai Padri un gruppo di case al Ringo, fuori città, con il preciso obiettivo di istituire una nuova sede per gli esercizi spirituali. Per varie controversie soltanto nel 1742 potè concretizzarsi questo ultimo esercizio ignaziano, ma in area opposta, in contrada Carrubara vicino al borgo Zaera (Chaera). Anche in quest'ultimo episodio insediativo, in campagna, lontano dai rumori cittadini, si realizzava l'opzione del sito a proposito, adeguato all'attività particolare da cui traeva origine62.

Si completa così la casistica insediativa dei tipi concettualizzati dalla Regola ignaziana. Casa Professa a San Nicolò, sito prediletto e ambitissimo, funzionale alla politica dei rapporti sociali e politici, alla celebrazione di atti liturgici quasi in alternativa alla chiesa Madre, 'centro direzionale' di ogni iniziativa della Compagnia in città. Casa di Prima Probazione al Tirone, isolata e lontana dai rumori cittadini, funzionale all'esaltazione dello spirito in connubio con la Natura, all'opportuno ritiro dei novizi dalla vita tentatrice della città. Il Collegio a S. Antonio, in un'area del 'centro storico' tendente alla periferia e comunque soggetta a radicali modifiche della morfologia ereditata dal Medioevo, dove s'immagina più facilmente attuabile la realizzazione di un progetto faraonico. Il San Francesco Saverio nel piano di Terranova, in un sito esterno alle vecchie mura aragonesi ma vicino al Palazzo Reale, in un edificio non coinvolto dai rumori della città, benché non lontano dall'ansa portuale. La Terza casa di Probazione, essendo terza al Noviziato e al Collegio, successiva al dottorare, può considerarsi come un luogo di specializzazione, un istituto superiore della ricerca. Non ha quindi bisogno di identificare il proprio sito ottimale nel centro urbano: la sua zonizzazione è finalizzata all'approfondimento della missione indicata dalla regola ignaziana. La casa degli Esercizi, infine, in rigoroso ritiro spirituale, trova extra moenia la più idonea 'zonizzazione' finalizzata alla propria attività.

8. I disegni della Biblioteca Nazionale di Parigi

Nel 1960 Jean Vallery-Radot, conservatore del Gabinetto delle Stampe della Biblioteca Nazionale di Parigi, pubblicava il catalogo Le recueil de plans d'édifices de la Compagnie de Jésus conservé a la Bibliothèque Nationale de Paris63. La diaspora di alcuni beni della Compagnia, che seguiva alla soppressione del Tanucci, consentiva l'acquisto a Roma nel 1773 di un intero fondo di disegni relativi alle edilizie gesuitiche comprese nei secoli XVI-XVIII. Quindici anni dopo il fondo medesimo diveniva patrimonio del Gabinetto delle Stampe della Biblioteca Nazionale di Parigi.

La raccolta Piante di diverse fabbriche consta di ben 1222 disegni, rilegati in cinque tomi. Nel primo e nel secondo tomo, tra gli altri, ve ne sono diciannove di argomento messinese. Si tratta di studi progettuali per tre delle sei sedi messinesi della Compagnia: non sono documentate la casa di Prima Probazione al Tirone, l'ultima sede del Collegio di San Francesco Saverio, nel piano di San Giovanni e la Casa degli Esercizi alla Carrubara. Sono, invece, sei disegni per la Casa Professa a S. Nicolò, sette per il Collegio a S. Antonio e ancora sei per il San Francesco Saverio.

Più recentemente un nuovo rinvenimento, a testimonianza della diaspora gesuitica, è stato identificato a Malta. Al Convegno sull'"Architettura della Compagnia di Gesù in Italia XVI-XVIII secolo" (Milano, 1990) il padre Jappelli ha documentato l'identificazione di 311 relazioni, raccolte in volume, che trattano della costruzione di case e chiese della Compagnia e che originariamente si accompagnavano ai relativi progetti i cui disegni sono a Parigi64.

Dei tre argomenti messinesi documentati dai disegni parigini soltanto la Casa Professa trova importante riscontro nel manoscritto maltese; degli altri due non vi è traccia alcuna.

Avvieremo, pertanto, la lettura dei disegni parigini dalla Casa Professa, avendone identificato i riferimenti con i documenti maltesi.

9. I disegni della Casa Professa

I sei disegni schedati dal Vallery-Radot sotto la voce maison professe si riferiscono a due episodi distinti. Il primo risale a un ridotto numero di anni immediatamente successivo alla fondazione della Casa, può essere datato tra il 1608 e il 1616, vale a dire tra l'avvio dell'istituto e l'espulsione di Natale Masuccio dalla Compagnia. Il secondo circa venti anni dopo. Al primo episodio si riferiscono i disegni che Vallery-Radot numera 185-186-187-188. Il 186 e il 188 sono duplicati del 185 e 187. L'ipotesi di datazione sopra riferita è formulata in ragione della dichiarazione conclusiva di una relazione, conservata tra i documenti maltesi riferiti a questo progetto.

E così è stato giudicato dall'Architetto e dalla Consulta della Provincia e già si trovano al pari tutti li pilastri, conforme al disegno del P. Natale65.

Il padre Natale non può che essere il Masuccio: è da escludere rigorosamente che, dopo la sua espulsione dall'Ordine, avvenuta nel 1616, si potesse fare riferimento 'tecnico' al suo nome in un'attività epistolare interna alla Compagnia. L'elaborazione del progetto, pertanto, anticipa certamente il 1616.

Il disegno 185 è una pianta del piano terreno: Prima pianta della Casa Professa di Messina. Il 187 è una sintesa grafica dei tre livelli successivi: mediante un foglietto mobile informa delle differenze tipologiche tra secondo e terzo livello e affida ad una scritta in calce cosa si prevede nell'ultimo livello: Seconda e Terza Pianta; la Quarta Pianta sarà simile [alla terza] e si potrà fare per tutto fuori che dalla parte della strada Maestra, bastando un ordine di camere sopra le Congregazioni. Il prospetto più importante dell'edificio si ferma dunque alle tre elevazioni fuori terra.

Si tratta della prima soluzione per la Casa Professa in cui si studia, dopo l'acquisto della retrostante bella casa della Marchesa, la combinazione vincente tra Congregazioni e residenza dei Padri. La politica delle Congregazioni, già dalla fine del secolo precedente, aveva dato ragione alla Compagnia in termini di alleanze, di proselitismo, di comunicazione con la città. Non meraviglia, dunque, l'interesse a fornire il maggior numero di unità possibili sebbene non tutte con le medesime qualità. Se ne contano ben sette al piano terreno e tre al piano superiore, ma nella relazione che accompagna il progetto vi è già un emendamento:

[...] Se abondano in fare stanze per le Congregationi, però si potrebbeno ridurre in meno con farne di due una, come di quelle che sono a canto della Portaria di sotto o di sopra o di quelle che sono dalla parte di Tramontana66.

Il primo appunto che, infatti, viene mosso al progetto è

che sarà bene ridurre le congregazioni a minor numero, cavandole maggiori et assegnando a ciascheduna un poco di sagristiola67.

L'idea portante del disegno è destinare le parti di maggiore rappresentanza e di maggior strepito, vale a dire i vani che prospettano sulla strada Maestra, alle Congregazioni, riservando le parti retrostanti ai servizi dei padri, e le camere ai livelli superiori.

S'è procurato che le camere siano lontane dalli strepiti delle vie pubbliche e soggettioni dei vicini all'incontro, mirando dentro li nostri cortili, e quelle poche stancii verso mezzodì, vicino all'infermaria [s'è procurato non] habiano all'incontro case private ma la chiesa dei Padri Domenicani68.

Questa distribuzione origina tre corti, due delle quali, al livello terreno, nel vecchio sito, sono comunicanti mediante un porticato che certamente prevedeva un sistema di volte a crociera.

La non continuità tra la sede storica di S. Nicolò e la nuova acquisizione, perché vi passa in mezzo un vicolo pubblico largo circa tre metri, è superata mediante la riunificazione dei due volumi al livello superiore. Il porticato tra le due corti è funzionale a impostare nei piani successivi, insieme alle camere, un corridoio di circa quattro metri di larghezza che distribuisce, per ciascuno dei tre successivi piani, l'intero complesso da est a ovest. I portici continuano su due lati del cortile meridionale, dove al piano superiore, in corrispondenza, aprono loggiati per dar luce alle finestre della chiesa calameccana e alle Congregazioni.

Rispetto alle originarie preesistenze sembra possibile opinare che siano rimasti in piedi soltanto la vecchia chiesa di San Nicolò e il muro perimetrale sulla strada Maestra.

Gli ulteriori due disegni della Casa Professa, 183 e 184, come si è già detto, possono essere datatati circa venti anni dopo. Il primo cronologicamente, sia pure di poco, è il 184. Si tratta di una pianta disposta su sito diverso. In esso si tralascia di considerare l'espansione a occidente nella "casa della Marchesa" e, invece, ci si espande a mezzogiorno, includendo le case Sollima, Zapata e altre minori.

Un accenno a questo disegno viene riferito nella relazione che accompagna il successivo.

Sin'hora siamo stati in pensiero di fare l'habitatione nostra qua dove siamo et le Congregationi in quella parte verso Mezzogiorno, conforme a quel designetto che mandai a Vostra Paternità col padre procuratore, così sbozzatamente69.

Il problema delle Congregazioni e di come relazionarle alla macchina quotidiana della struttura conventuale occupa anche qui un ruolo prioritario. Lo dimostra sia il numero non diminuito delle unità destinate alle Congregazioni (ancora dieci), sia le migliorate qualità nella distribuzione degli spazi. La chiesa nuova, inaugurata nel 1583, è interposta tra due strutture a corte. In calce a quella meridionale si legge

Sopra queste quattro Congregazioni ve ne vanno altre quattro et due in quell'altra parte della chiesa, che sono tutte il numero di dieci; sopra la sacristia questo et non altro da trattare: non si può fare cosa alcuna per non levar il lume alla chiesa, si che questa parte non basta per il nostro necessario di tutte le Congregazioni.

La 'sbozzatura' del disegno consiste nel mettere in appunto ciò che il disegno non esprime, consiste nel concettualizzare gli aspetti irrisolti. L'impianto generale appare tuttavia impostato: nella corte di mezzogiorno le Congregazioni, in quella di settentrione, con le Congregazioni mancanti, le abitazioni e i servizi dei padri, con l'eventuale possibilità di mantenere l'espansione nella casa della Marchesa:

Sopra questa parte vi vanno le cammare et corritori per l'habitatione dei nostri et [...] con estimare li corridori sino alla casa della Marchesa inclusive, cioè sino al [punto] C.

Il disegno 183 esprime, invece, altre valutazioni. La casa della Marchesa si porrebbe in vendita e con i soldi ricavati si intende acquistare gli immobili necessari al completamento del quadro di Mezzodì. Qui si trasferiranno le abitazioni e i servizi dei padri; a settentrione, insieme ad alcune stanze negli ordini superiori, saranno otto Congregazioni, che al piano terreno si prevedono in numero di tredici.

I mutamenti sulla 'sbozzatura' sono evidenti, così come è evidente che, nei venti anni trascorsi dal primo progetto, la domanda dei nuovi congregati è talmente cresciuta da far raddoppiare quel numero di Congregazioni, vent'anni prima ipotizzate in numero inferiore alle dieci unità. Ma i mutamenti sono anche incerti in ragione di un partito di conservatori che vorrebbe mantenere gli alloggi a settentrione. è opportuno, pertanto, rileggere l'esauriente legenda che accompagna il disegno 183.

Dichiarazione del Quadro di Mezzodì

Ha questo quadro la sua larghezza di canne 20 e palmi 6 e la lunghezza di canne 25 e palmi 4, non potendosi stendere in oltre per essere circondato in torno di strade, come nella sua pianta appare. Il quadro o giardino che di dentro vi sta è canne 17 e palmi 1 di lunghezza e canne 11 di larghezza. A-Porta della Chiesa; B-Portico avanti la porta della Chiesa; C-Sacrestia; D-Scala che conduce sopra e suo passaggio; E-Avantirefettorio; F-Refettorio; G-Corridore avanti l'officine; H-Dispensa; I-Cucina; L-Luoghi; M-Magazeno per il grano; N-Stanza avanti la scala; O-Scala che conduce sopra; P-Corridore overo luogo di Portaria; QRSVXYZZ-Stanze di Portaria o della Casa, secondo che nelle occorrenze potrà servirsene; T-Entrata della Portaria; e questo in quanto tocca all'ordine da basso.

Sopra la Portaria e suo braccio s'alzano altri doi ordini di camere con suoi corridori nel sito a punto che sta la pianta di sotto. Il primo ordine servirà per infermarie et il secondo per camere d'habitatione. Sopra le officine e suo braccio s'alzano tre ordini di camere con suoi corridori, però di diverso sito di quel che sta sotto e si vede nella pianta, cioè li corridori verranno verso la strada e conseguentemente sopra le officine e le camere di dentro con le fenestre al giardino, le quali tutte saranno stanze per habitatione. Sopra il Refettorio e suo braccio s'alzano doi ordini, il primo contienerà la sala, la quale viene a corrispondere al Refettorio e la Libraria, la quale corrisponde all'Antirefettorio. Il secondo ordine saranno stanze da habitarvi al braccio della Sacrestia e stanze corrispondenti; non si può alzar di sopra per non oscurarsi le fenestre della Chiesa. Della Chiesa, per essere fabrica compita, et a disegno di tutto punto, non si mette altro, che il mero sito che tiene in mezzo alli doi quadri.

 

Dichiarazione del Quadro di Tramontana, cioè dove habitiamo adesso

E' questo quadro di lunghezza canne 31 e di larghezza canne 20 e palmi 2, circondato anche di strade come si vede nella sua pianta. Il quadro di dentro è di canne 25 e palmi 4 di lunghezza e canne 11 di larghezza. A-Porta della Chiesa; B-Portico e coridore di sotto d'intorno sebene non finito più che la metà; C-Scala che conduce alle Congregazioni di sopra, non anchor fatta; D-Congregatione fatta; E-Stanza fatta da poter far Congregazione; F-Congregazione fatta; G-Luogo da poter capire un vaso di Congregatione; H-Congregatione dei Cavalieri fatta; ILM-Stanze tutte fatte capaci per Congregationi; N-Luogo capace per una Congregatione; O-Congregatione fatta; P-Stanza sufficiente e fatta per una Congregatione, adesso Porta falsa; QR-Luogo sufficiente da poter fabricarvi doi Congregationi; S-Luogo già fatto e capace per Congregatione, adesso Sacrestia; T-Pilastri 16 di grossezza palmi 6 di quadro et altezza 20 da sostenere un corridore in mezzo e doi ordini di camere ai fianchi secondo il disegno di coloro che pretendono che l'habitatione si facci in questo quadro di Tramontana; VX-Spatio da buttarsi per terra per far giardino, stante il disegno delli sopradetti;

e questo in quanto tocca all'ordine da basso.

Sopra le stanze del braccio HC vi va un altr'ordine di congregationi delle quali ve ne sono anche alcune fatte, cioè le corrispondenti ad EDC; sopra le stanze del braccio MI vi va anchora un altr'ordine di Congregationi da farsi, restando però per noi una sala con doi ordini di camere sopra già fatte, le quali corrispondono sopra la stanza N. Sopra il braccio OS vi sono tre ordini di camere già fatte al modo nostro, dove adesso habitiamo, le quali tutte intiere, come apunto adesso, restano in servitio nostro. E questo quanto tocca alla pianta vecchia sotto e sopra70.

I disegni del Collegio

I sette disegni del Collegio numerati dal Vallery-Radot 176-177-178-179-180-181-182 non sono supportati dalle relazioni, come per la Casa Professa. Hanno un solo duplicato nel 181, identico al 180, ma in un rapporto grafico di maggior dettaglio: da disegno esecutivo il cui foglio raggiunge le inusitate dimensioni di cm 48  137.

Il 180 costituisce un caposaldo nella lettura e nella datazione di questi progetti: reca sul verso la scritta: Disegno del Collegio di Messina fatto dal P. Natale Masucci nel 1615.

Da quanto sopra riferito sappiamo che le vicende per l'acquisizione delle aree necessarie al progetto furono lunghissime e che, verosimilmente, non si conclusero mai a copertura dell'intera superfice prevista. Quando Masuccio disegna il progetto del 1615 ciò su cui può effettivamente contare è il palazzo dei Marchese, acquistato nel 1607, e alcuni beni dei La Cameola, limitrofi al palazzo, pervenuti ai Padri nel 1614 dalla divisione in quota dei beni dell'eredità di Francesco La Cameola, da cui è esclusa la torre sveva71.

Quello del 1615 deve essere considerato il primo progetto in assoluto, la prima idea di un processo in fieri che trae origine dalla sommatoria di palazzo Marchese più eredità La Cameola. Da una descrizione di questi beni, del luglio 1614, si deduce, infatti, l'aderenza degli stessi al Collegio:

[...] In quanto alla torre con li soi adherentie, intrata, puczo, cortina dello muro vechio sopra lo quale furno fabricate le case nove, fabricate per detto don Francesco, astraco, passiatore, et li stantie di sopra collaterali al primo solaro di detta torre, quali stantie hanno la apertura etiam del cortiglio, dove al presente stanno in una Michaeli Zopardo et l'altra detta Elisabetta [La Cameola], quali spettano a ditta torre, nel primo solaio vi è un'altra stantia confinante con lo detto Collegio et con lo scoperto di essi di Camiola nec non et una cocina et una cammeretta appresso di detta cocina confinante con detto Collegio nec non et includendo nell'adherentie di ditta torre nel secondo solaro una stantia seu astraco di tavole che confina con la casa del quondam Giovanni Pellegrino come adherentie spettanti a ditta torre72.

Prima del 1614 non vi è dunque argomento concreto per studiare espansioni della casa grande dei Marchese. Dopo si iniziano a montare i tasselli fondiari in ragione di un disegno: un termine ricorrente negli epistolari dei padri gesuiti è proprio quello dell'andare a disegno, metodologia della corretta pianificazione contrapposta alla iniziativa non programmata. Se assumiamo il disegno 180 come prioritario, possiamo conseguentemente passare ai disegni 179 e 178, che sono raccordati logicamente al disegno del Masuccio. 179 e 178 sono della medesima mano e sono prodotti congiuntamente perché si intendono mettere a confronto due differenti soluzioni. Vediamo perché.

Il 179 è una riproduzione del progetto Masuccio con una variante e una integrazione molto interessanti. La variante si riferisce al sito della chiesa, che qui ha ben altre dimensioni di quello accennato dal padre Natale. L'integrazione è invece a mezzogiorno, dove si accenna il contorno della morfologia urbana, e si evidenziano alcuni relitti di proprietà dei secolari in aderenza al muro meridionale disegnato nel progetto del 1615. Vi è chiara allusione alla futura espansione. Questo disegno reca un titolo riportato nelle due corti della pianta: Pianta prima del Collegio di Messina. Nelle medesime corti del 178, la stessa mano ha scritto Pianta seconda del Collegio di Messina. Si tratta ovviamente di un confronto, di una comparazione tra una vecchia soluzione e una nuova, tra il progetto Masuccio e un nuovo disegno dettato dall'opportunità di dilatare il sito dell'impianto a partire dall'angolo sud-orientale, quindi di congiungerlo in forma trapezioidale all'altro angolo sud-occidentale, in quella parte dell'edificio da dove si è iniziato a costruire. Si noterà, infatti che la corte occidentale rimane immutata, variando soltanto il sistema di distribuzione delle scale, ricadenti alle estremità del braccio tra le corti medesime. Il Vallery-Radot, peraltro, assimila il disegno 182 come particolare del 181 (copia esecutiva del progetto Masuccio); si tratta della corte occidentale in un rapporto grafico di dettaglio, in cui si specifica lo stato dei lavori: questa parte della pianta del Cortile non è fatta. Se il cantiere, sia pure di ristrutturazione del palazzo (perché, come si è già detto, si esclude che palazzo Marchese venga demolito) è già avviato subito dopo il progetto Masuccio, l'origine dei lavori è appunto indicata dal disegno 182, a partire da occidente verso oriente. Nella concessione del 1620 si accenna, infatti, a un muro nuovo del Collegio73. Ma nella sostanza l'intera soluzione Masuccio non viene alterata, se non dalla conseguenza della dilatazione sud-orientale. Si allarga infatti la corte orientale, altrimenti definita giardino. Si adattano alla nuova inclinazione del muro meridionale le stanze dei padri, quindi si dilata l'antirefettorio, si fa slittare a sud il blocco delle scale e così fino all'angolo di sud-est. L'impostazione Masuccio viene ribadita nel suo duplice organismo disposto intorno alle due corti, quella occidentale per le Scuole (che dovrebbe coincidere con il palazzo Marchese), quella orientale per i padri (del tutto di nuova fondazione e mai realizzata), con le relative 'infrastrutture'. Nel disegno 178 si leggono inoltre tre emendamenti ricadenti nel quadrato dei Padri; tali emendamenti, seppure in maniera parziale, informeranno l'ultima soluzione che si conserva a Parigi. Nei vani a nord-est tra la cucina e la dispensa si propone di levare questi entermezzi e farsi l'Antecucina e l'Antedispensa larghe e commode per entrarsi aggiatamente in refettorio. Il secondo propone l'allargamento del refettorio e della sala che vi corrisponde al piano superiore. Il terzo l'abolizione di tre stanze aderenti alla parete esterna orientale, che non sono necessarie per esserne molte sotterranee, e il conseguente allargamento del cortile rustico.

La datazione di questi due disegni dovrebbe essere contenuta tra il 1620 e il 1635, vale a dire tra le due iniziative 'fondiarie' concordate dalla Compagnia con il Senato, di cui si è già detto. Soprattutto la strada del 1635 dovrebbe aver suggerito, con la formazione dei relitti di beni dei secolari, l'opportunità di allargare il sito con il lato obliquo meridionale.

Gli ultimi due disegni del Collegio, 176 e 177, appartengono a una cultura della rappresentazione più raffinata. Evolvono lo studio progettuale dai disegni fin qui descritti, quindi, pur ribadendo l'impostazione generale, propongono opportune modifiche tipologiche.

Pianta prima a piano terreno del Collegio di Messina e Pianta del secondo piano del Collegio di Messina chiariscono esaurientemente la distribuzione dell'intera 'macchina' del Collegio, di cui, fino a questi disegni, non era noto il livello superiore. Non è più messo in discussione il sito, dopo la proposta di espanderlo a sud. E qui, infatti, sull'intero prospetto meridionale, su un fronte allineato di circa centocinquanta metri aprono, con ritmo serrato, trentuno fori al piano inferiore (28 finestre e 3 porte) e trentuno al superiore; ritmo 'pieno-vuoto' ripetuto sul fronte settentrionale, fino a incontrare la nuova sacrestia della chiesa. Si è superato il concetto secondo cui le stanze dei Padri non devono avere finestre aperte su spazi esterni. In questo progetto, infatti, le stanze medesime vengono fatte slittare fino al prospetto meridionale, proponendosi altresì la realizzazione di un setto murario tra il loggiato del giardino e il loro corridoio, funzionale a strutturare le stanze del livello superiore, la cui presenza interrompe il quarto lato del loggiato. Le stanze dei Padri invadono anche il fronte settentrionale fino alla sacrestia, riservando l'intero blocco dei servizi di cucina, approvvigionamenti, stoccaggi e officine varie nel corpo orientale al livello inferiore; in corrispondenza, al livello superiore, sono con altre stanze, la libreria e la sala, quest'ultima con doppio affaccio sul loggiato del giardino e sul cortile rustico. Qui sono stati assunti gli emendamenti riscontrati in calce al disegno 178. L'impianto sulla corte pubblica delle Scole modifica le stanze per l'insegnamento, aumentandone il numero e le dimensioni, mediante l'invasione di quel vicolo tra il muro del Collegio e la chiesa, proposto già dal progetto Masuccio. Ma ciò che appare più razionale, rispetto alle soluzioni precedenti, è il sistema di collegamento verticale: le scale vengono ridotte a quattro blocchi, rigorosamente gerarchizzati nelle funzioni cui devono assolvere. La più importante è l'unica 'pubblica', nell'angolo aderente alla Chiesa, Scala grande per andar alla sala grande e scole di sopra, le rimanenti sono a esclusivo uso dei Padri, per il refettorio, per la chiesa e per le aule.

I disegni sono certo anteriori al 1686 e, verosimilmente, non dovrebbero superare di molti anni i precedenti. La mano del progettista è 'sapiente' e meriterebbe di essere confrontata con le soluzioni progettuali di pari epoca in Sicilia.

11. I disegni del San Francesco Saverio

Dei sei disegni del San Francesco Saverio, 189-190-191-192-193-193 bis, il 190 e il 192 costituiscono doppioni del 189 e 191. Si tratta di quattro fogli per una coppia di progetti, ciascuno documentato nei due livelli con cui viene definito il collegio piccolo. La vita di questo insediamento di Terza Probazione è inferiore ai cinquanta anni (1636-1684), per i motivi già esposti. La datazione dei due progetti è, conseguentemente, contenuta in un arco cronologico limitato, posto che l'ultima, di Giovanni Andrea Gallo, ai disegni 189 e 191, sta cronologicamente tra il 1657 e il 166174. Anche per il San Francesco Saverio non si può fruire di nessuna relazione, tra quelle conservate a Malta.

Benché Vallery-Radot riscontri una même disposition d'ensemble, tra i due progetti vi è una notevole differenza a partire dal sito in cui insistono. Il primo progetto ha un sito più ridotto e di forma composita, definita dalla sommatoria di un rettangolo a nord-ovest e da un trapezio rettangolo a sud-est. Il sito del progetto Gallo sembra, invece, godere di un'addizione a sud-est, verso lo Stretto, ed è interamente inserito in un trapezio rettangolo, avendo allineato, quindi espanso, il confine verso il porto. Il primo progetto si potrebbe, pertanto, legare all'episodio insediativo degli anni trenta. Impostato intorno a due corti, una 'pubblica' dal lato della chiesa, quindi dal lato del Palazzo Reale, l'altra ad uso esclusivo dei Padri, dal lato dello Stretto. Tra le due corti è un grande filtro pilastrato, più grande della stessa chiesa; benché strutturale alle stanze del livello superiore, rimane tuttavia incomprensibile la sua fruizione al livello del piano terreno: un androne fuori scala rispetto all'intero organismo. La chiesa, oltre l'ingresso del prospetto principale, ha duplice accesso laterale, di cui uno pubblico. Ad aula con quattro cappelle laterali, interposte tra coppie di confessionali, ha il coro, della medesima larghezza, a pianta rettangolare dagli spigoli arrotondati. Dietro il coro è la sacrestia, comunicante mediante due porte, laterali all'altare maggiore.

Ben diverso è il progetto Gallo, sia per il livello di esecutività, sia per le capacità del progettista, che, pur mantenendo le preesistenze, ridistribuisce gli spazi interni con il rigore compositivo in cui si fonda l'estetica barocca, coniugando un patrimonio edilizio da mantenere, sia pure nella trasformazione, alle esigenze del Collegio di Terza Probazione (foresteria, congregazioni, scuole, ecc.) e alle libertà cui non sa rinunciare l'architetto del secolo XVII. Della chiesa, intervento di maggior rilievo dell'intera progettualità, si è già detto; merita qui di essere evidenziata la contrazione della corte 'privata', condotta sulle misure e le soluzioni formali di quella 'pubblica', a vantaggio di una distribuzione sapiente del blocco dei servizi al piano terreno.

Anche per il San Francesco Saverio del Gallo si ha un prospetto principale la cui lunghezza si aggira sui centocinquanta metri con un incipit forte, impostato nella chiesa angolare, dalla scalea mistilinea e dalla doppia torre campanaria, cui segue il ritmato succedersi dei pieni e dei vuoti, ai due livelli, con cui 'mascherare' la vita quotidiana degli specializzandi della Compagnia di Gesù.

 

Nicola Aricò (Università di Reggio Calabria)
Fabio Basile (Università di Messina)

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