Annali di Storia delle Università italiane - Volume 2 (1998)

Studi

Giacomo Tripodi
L'Orto Botanico "Pietro Castelli"

[English summary]

 

Il XVII secolo vide in Europa un vivace risveglio degli studi naturalistici, ai quali, fin dagli ultimi anni del secolo precedente, aveva dato un grande impulso Ulisse Aldovrandi, medico e naturalista bolognese. Fra i suoi studi fondamentali, quelli sulle piante, che portarono a un grande progresso nella conoscenza della morfologia vegetale e, tra l'altro, alla formazione di una imponente collezione di esemplari montati su carta, che costituirono un herbarium siccum ricco di 4000 fogli. L'attività botanica di Aldovrandi non fu fenomeno isolato: nel 1605, anno della sua morte, erano già una realtà i primi Orti Botanici dell'era moderna. In tali istituzioni, prestigiose per storia e autorevolezza, furono condotti studi di grandissima rilevanza scientifica: l'Orto Botanico dell'Università di Padova, fondato nel 1545, quello di Pisa, di tre anni più giovane, e l'Orto dell'Università di Bologna, fondato nel 1568 dall'Aldovrandi stesso, sono ancora parte importante del nostro patrimonio culturale.

I motivi del risveglio dell'interesse intorno alle cose della natura furono molteplici, ma essenzialmente legati a due eventi di formidabile importanza: il primo di questi avvenimenti straordinari fu l'afflusso dal Nuovo Mondo di piante che andavano cambiando profondamente la vita quotidiana degli europei, consentendo una migliore alimentazione e una maggiore disponibilità di principi medicinali. L'introduzione nelle abitudini alimentari di prodotti quali mais, patata, pomodoro, tabacco, peperone fu rivoluzionaria, ed ebbe ripercussioni profonde sull'economia dell'intero continente europeo. Mentre nuove piante affluivano in Europa dalle nuove terre scoperte da navigatori e geografi, il progresso degli studi di Fisica ottica consentiva la costruzione di strumenti sempre più raffinati, messi poi a disposizione degli astronomi e dei naturalisti. Le conoscenze acquisite con il telescopio e con il microscopio dilatavano lo spazio dell'universo conosciuto in una misura del tutto imprevista, sorprendente anche per gli stessi scienziati che quelle dimensioni andavano scoprendo.

Il microscopio a due lenti era in quegli anni già a disposizione degli scienziati: costruito da Hooke sessanta anni dopo quelli a lente unica di van Leeuwenhoek, aprirono all'osservazione meravigliata dei primi ricercatori un insospettato microcosmo. Il telescopio aveva consentito pochi anni prima a Galileo un'immane dilatazione degli spazi celesti; le scoperte che si andavano accumulando obbligavano a riconsiderare il ruolo dell'Uomo nel creato e la posizione della Terra nell'universo.

In quegli anni fu proprio Hooke a osservare e disegnare le piccole celle che aveva scoperto col microscopio nella corteccia della quercia da sughero: erano le prime osservazioni dirette sulle cellule, e i primi passi di una nuova biologia.

Messina viveva allora la sua grande stagione culturale, di cui era prestigiosa testimonianza l'Hortus Messanensis, il primo Orto Botanico della regione Mediterranea.

Il Senato della Città, attento e sensibile ai fermenti culturali del tempo, nel 1634 aveva ritenuto opportuno chiamare un botanico a sostegno degli studi naturalistici e medici. Compito essenziale dei botanici era a quel tempo lo studio delle piante medicinali, che costituivano i principi semplici, fondamentali nella preparazione delle medicine. Per tale delicato compito, il Senato fece cadere la sua scelta su Pietro Castelli, personalità scientifica di grande rilievo, che a Roma dirigeva gli Orti Farnesiani. La sua fama di medico e botanico era tale che l'Università di Padova si era adoperata per averlo nel suo corpo accademico, ma le proposte del Senato messinese furono molto convincenti, e l'Università sulle rive dello Stretto riuscì a prevalere.

Il lavoro a Messina fu molto intenso, e presto Castelli si adoperò perché gli fosse messo a disposizione un Orto Botanico, struttura che a quel tempo, oltre lo scopo primario della coltivazione delle piante necessarie agli speziali nella preparazione dei principi adoperati nella pratica medica, aveva anche un ruolo ostensivo per le piante di qualche interesse applicativo o estetico, e dunque un valore didattico importante nell'insegnamento delle discipline scientifiche.

Il Senato accolse la sua proposta ("...finalmente fui inteso...", riferisce Castelli), e nel 1638 ebbe così inizio l'avventura di questa istituzione che, negli anni, seguì nelle fortune, ma soprattutto nella polvere, le vicende politiche e culturali della Città.

Il terreno prescelto per l'impianto dell'Orto fu un campo rettangolare ("...mi fu consegnato il fosso fuori delle mura, tra i due ponti, lungo canne 72 et largo 24 et oltre il ponte canne 200..."), nelle adiacenze del torrente Portalegni, vicino al luogo dove è oggi il Palazzo di Giustizia. In soli due anni di lavoro, sotto la spinta dell'entusiasmo di Castelli, l'Orto divenne una realtà, e nel 1640 veniva pubblicato in Messina, per i tipi di Giovan Francesco Bianco, un volume sul nuovo Hortus Messanensis.

Castelli, nella progettazione dell'opera, accolse molte delle suggestioni che andavano maturando nel mondo scientifico, e che avrebbero avuto forma compiuta soltanto alla fine del XVIII secolo, con la presentazione del sistema di classificazione di Linneo. Già Aldovrandi, alla fine del '500, aveva intravisto le logiche fondamentali del sistema linneano, che sarà basato sul numero e la posizione delle parti che compongono un fiore, individuato come la parte di una pianta meno influenzabile dalle condizioni ambientali. Aldovrandi aveva avuto a tal proposito notevoli intuizioni, per cui appare ingiusto il silenzio di Linneo sull'opera di questo suo grande precursore. Castelli realizzò l'Orto Botanico di Messina accogliendo le nuove idee; distinguendosi dalla logica espositiva degli Orti di Padova e di Pisa, che nella loro geometrica monumentalità consideravano ciascuna pianta come una singola entità con specifiche caratteristiche e definiti usi officinali, Castelli sistemò le piante in quattordici hortuli, in ciascuno dei quali erano coltivate piante che riteneva affini tra loro, sulla base delle somiglianze che riscontrava nella struttura e della posizione dei frutti. Questa logica di esposizione è oggi attuata nei moderni orti botanici, che seguono nella presentazione criteri tassonomici e di affinità filogenetica. Castelli, in questo suo procedere, raggruppava le piante in categorie coerenti con la loro morfologia fiorale, e in ciò certamente fu influenzato, oltre che dagli studi di Aldovrandi, anche da quelli di un altro grande botanico, Andrea Cesalpino.

Castelli descrive con giustificato orgoglio la ricchezza dell'Orto che aveva creato: "Maxima cum voluptate in meo horto messanensi ubi admiror...tot plantas e dissitis regionibus, ex India nimirum, Arabia, America, Aegypto, China, Ponto, Perside, Hispania, Belgio, Hollandia, Perù et Turchia huc allatas proficere et germinare...". Il traffico portuale di Messina dovette certamente facilitare a Castelli il reperimento e il trasporto di piante da regioni così lontane. La sua lungimiranza fece in modo che annessi all'Orto fossero in funzione una scuola, un laboratorio, un museo, a sottolineare il ruolo dell'Orto Botanico quale strumento di divulgazione, ricerca e formazione culturale. Probabilmente è stato allestito in quel laboratorio l'Erbario del 1651, costituito da circa cinquecento esemplari, che si conserva nelle collezioni del Museo Nazionale di Messina.

Pietro Castelli morì nel 1661, dopo aver visto crescere la fama e la bellezza della struttura che aveva voluto.

Marcello Malpighi fu quindi chiamato dal Senato di Messina alla direzione dell'Orto Botanico: era il 1662. In quegli anni egli era professore di medicina teoretica all'Università di Pisa e, col suo fraterno amico Giovanni Borelli, matematico e naturalista, era un membro fra i più prestigiosi dell'Accademia del Cimento, una delle prime società scientifiche del mondo. La sua fama aveva inevitabilmente suscitato anche gelosie e incomprensioni, che forse allora resero Malpighi più disponibile a trasferirsi a Messina. Questi affanni mai lo abbandonarono nel corso della sua vita, segnata dalle perfidie dei suoi detrattori. Il microscopio di Hooke trovò in Malpighi un'intelligenza in grado di rivelare tutte le sue potenzialità, e gli studi che egli condusse nei suoi anni di permanenza nell'Università di Messina, e che ci consentono oggi di considerarlo il primo istologo, furono di importanza fondamentale per la medicina e per tutte le scienze naturali.

Durante i suoi anni messinesi, infatti, Malpighi condusse una serie straordinaria di osservazioni e scoperte: la più importante fu certamente la dimostrazione che tutti gli organi animali e vegetali, per grandi che siano, hanno una costituzione modulare, le cui numerosissime unità elementari erano tanto minute da essere osservabili solo al microscopio. Quelle di Malpighi erano dunque le prime osservazioni di cellule vive.

Era già accaduto che riflessioni sul mondo naturale fatte in Sicilia avessero un effetto dirompente sul pensiero dominante dell'epoca: nel '200, gli scritti scientifici di Federico II di Svevia, nei quali si affermava che le "cose andavano descritte per come erano" (manifestare ea quae sunt sicut sunt), erano stati accolti dai più con sospetto, e poi demonizzati. Erano quelli gli anni in cui la natura era studiata esclusivamente in chiave metafisica; la teoria dei segni, dominante nei dotti di quell'epoca, sosteneva infatti che le funzioni fossero comprensibili solo attraverso una interpretazione appropriata di caratteri simbolici. L'approccio diretto alla conoscenza attraverso l'osservazione e l'esperimento, che Federico sosteneva con la sua autorità e la sua fama, trovavano il mondo del tutto impreparato e sospettoso. Ma quattro secoli più tardi la circolazione delle idee era profondamente cambiata: membro di importanti Accademie, Malpighi corrispondeva con altri studiosi europei, e questa apertura verso il mondo lontano dalle locali logiche politiche, di lì a pochi anni, si sarebbe tradotta in una sciagura per l'Università di Messina e per il suo Orto. Accadde infatti che il lavoro svolto da Malpighi sulle piante durante il periodo messinese attraesse l'attenzione di Henry Oldenburg, segretario della Royal Society di Londra. Malpighi fu invitato a far parte di quel prestigioso consesso, prima quale corrispondente, poi come membro onorario: era il primo italiano al quale veniva attribuito un simile riconoscimento. Dal 1669 tutti i lavori di Malpighi furono pubblicati in forma di corrispondenze sulle Philosophycal Transactions della Royal Society.

Tra questi lavori furono Anatomes Plantarum Idea e Anatome Plantarum, testi che rimasero fondamentali per la biologia vegetale. La struttura dei vasi conduttori della linfa vi è minutamente descritta e illustrata, assieme ad altre numerose, originali osservazioni sull'anatomia interna degli organi vegetali. Tali ricerche furono svolte certamente nell'Orto Botanico di Messina, che ancora era "...a meraviglia bello", come testimonia il botanico Paolo Boccone nel 1669. Messina ha dunque una gloria non piccola, quella di aver fornito le strutture e il clima culturale necessario a una scoperta scientifica fondamentale, che rendeva nota al mondo l'organizzazione cellulare degli organismi. Nessun altro Orto Botanico poteva allora vantare così importanti risultati, a pochi anni dalla trasformazione di un umile terreno fuori le mura in una istituzione scientifica di rango.

In tale atmosfera di rinnovamento maturò la rivolta antispagnola della Città, che visse la sua stagione di libertà politica tra il 1674 e il 1678.

Con la restaurazione del potere politico spagnolo, giunse anche l'eliminazione degli strumenti di formazione culturale, che a ragione erano ritenuti i presupposti di ogni libertà di pensiero. Furono dunque soppresse le istituzioni ove si confrontavano le idee e ne nascevano altre: in primo luogo l'Università, e con essa l'apparentemente innocuo Orto Botanico coi suoi hortuli, inutilmente dedicati dal fondatore Castelli ai Dodici Apostoli, più quelli di S. Paolo e S. Placido. L'Hortus Messanensis fu arato, destinato prima al pascolo dei cavalli dell'esercito spagnolo, poi alla coltivazione delle bietole. Gli scambi di corrispondenze scientifiche con la Royal Society di Londra, pericolosi vettori di cultura, furono dimenticati.

Le tradizioni botaniche della Città riaffiorarono di quando in quando: alla metà del '700 il francescano Pasquale Romano diede vita a un piccolo Orto nelle adiacenze del convento di Porto Salvo, e nel 1826 esisteva nell'atrio del Grande Ospedale un bell'Orto, affidato alle cure di Antonio Giamboi, chimico e botanico dell'ospedale. Contemporaneamente, Francesco Arrosto e suo figlio Antonino curarono un loro Orto. Lo stesso Antonino Arrosto, e in seguito Nicolò Prestandrea e Anastasio Cocco a queste strutture fecero ricorso per l'insegnamento della Botanica nell'ambito dell'Accademia Carolina, che poi divenne, nel 1838, la moderna Università di Messina.

La nuova Università di Messina sentì subito la necessità di dotarsi di un Orto Botanico, e nel 1844 si procedette persino ad incaricare gli ingegneri per la progettazione. Tutto però, per motivi più o meno futili, finì nel nulla. Si arriva così al 1880, anno in cui uno scienziato di notevole spessore, Antonino Borzì, nativo di Castroreale, presso Messina, è chiamato dall'Università quale professore straordinario di Botanica. L'Università istituisce nello stesso anno un Gabinetto di Botanica, come Istituto autonomo, e sollecita l'Amministrazione Comunale affinché proceda alla creazione di un Orto Botanico. L'Amministrazione accoglie la proposta, e nel 1881 delibera di fondare, sostenendone l'onere finanziario, un Orto Botanico. Il terreno prescelto era di proprietà demaniale, e fiancheggiava, proprio come l'antico Orto di Pietro Castelli, il torrente Portalegni, ma più a monte, ove l'alveo si inoltrava nella valle di Gravitelli.

In attesa del perfezionamento delle procedure di acquisto del suolo demaniale, il Comune prese in affitto il terreno, e Borzì nel 1883 potè dare inizio ad alcune colture. Il Gabinetto di Botanica nel frattempo era stato trasferito nella nuova sede, e le due Istituzioni, quella universitaria e l'Orto Botanico comunale, si trovarono a coesistere sotto la direzione di Borzì. Questo insolito dualismo cessò nel 1889, quando il Comune cedette la proprietà dell'Orto all'Università e deliberò di contribuire finanziariamente alla costruzione dell'Istituto di Botanica.

Erano trascorsi duecentoundici anni dalla distruzione del Hortus Messanensis di Castelli e di Malpighi: l'Università di Messina aveva di nuovo un Orto Botanico, che fu giustamente dedicato a Pietro Castelli.

La catastrofe del 1908 annientò la Città. L'Orto fece la sua parte nelle prime ore che seguirono la tragedia, e offrì alle tende degli scampati gli spazi disponibili. In uno dei suoi capannoni fu allestita la segreteria universitaria, per fronteggiare le prime necessità amministrative.

Il lento ritorno della Città alla normalità quotidiana, non vide mai il ripristino delle strutture dell'Orto Botanico. I terreni che lungo il Portalegni si inoltravano verso Gravitelli non furono mai più restituiti alla loro destinazione originaria. Prima le baracche, poi l'edilizia pianificata col piano regolatore del 1911, ebbero ragione di altri più deboli argomenti. Il torrente fu coperto, e divenne una strada della città che andava prendendo l'attuale fisionomia. L'Orto fu mutilato anche a levante, per far posto alla Piazza XX Settembre e per consentire la costruzione della Facoltà di Medicina.

Antonino Borzì lasciò la sua città, chiamato dall'Università di Palermo a dirigere il prestigioso Istituto di Botanica e l'Orto, e i successivi direttori dell'Orto Botanico di Messina, Leopoldo Nicotra fino al 1922, Augusto Béguinot nel 1924, e soprattutto Ettore G. Mattei fino al 1935, vissero con molta amarezza le vicende della ricostruzione. Dai quasi quattro ettari iniziali, la superficie dell'Orto fu ridotta qual è oggi, a meno di un ettaro.

Nel 1964, con un finanziamento ministeriale ad hoc, fu costruita la nuova sede dell'Istituto di Botanica, per cui l'Università di Messina venne dotata di una fra le più funzionali strutture esistenti in Italia per l'insegnamento e la ricerca botanica. Ancora una volta però l'Orto fu mortificato, perché nel 1987 i vertici accademici destinarono tale edificio alla Facoltà di Giurisprudenza, che venne così a trovarsi collocata nel bel mezzo dell'Orto Botanico, malgrado gli interventi di tante associazioni scientifiche, tra le quali l'autorevole International Association of Botanical Gardens, che tentarono di scongiurare la stravagante iniziativa. La vicenda ebbe ripercussioni anche all'Assemblea Regionale Siciliana, e la Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, al fine di porre un argine a ulteriori interventi in danno della struttura, istituì un provvidenziale vincolo sull'Orto Botanico e sugli spazi circostanti.

L'Orto Botanico dell'Università di Messina è oggi un bell'arboreto, inserito nel tessuto urbano, che rammenta alla Città, con le sue belle palme e i suoi pini maestosi e le tante piante preziose, quali sono le potenzialità del suo territorio. Il busto marmoreo di Pietro Castelli è ombreggiato da alcune belle Bauhinia del Brasile.

L'Università, dopo un lungo periodo di disattenzione, ha dal 1995 destinato all'Orto nuove risorse; queste, assieme a finanziamenti regionali e a contributi del Ministero dell'Università, consentono oggi all'Orto di svolgere compiutamente i suoi ruoli istituzionali. L'apertura verso il territorio cittadino è simbolizzata dalla sostituzione del vecchio muro di cinta con una bella cancellata, che consente ai passanti uno sguardo ai viali. L'Orto presenta oggi ai suoi visitatori un insolito percorso didattico predisposto anche alla visita di non vedenti, i quali, guidati da una pavimentazione particolare, possono percepire le caratteristiche tattili e olfattive di piante ordinate in successioni filogenetiche, oppure raggruppate in maniera da mostrare la loro diversità e l'adattamento a diversi ambienti. I cartigli esplicativi sono anche in caratteri Braille.

L'afflusso continuo di numerosi, giovanissimi scolari in visita è certamente la migliore garanzia per il futuro dell'Orto Botanico Pietro Castelli.

 

Giacomo Tripodi
(Università di Messina)

indice

 

inizio

 

©2007 CISUI - Centro Interuniversitario per la Storia delle Università Italiane
Via Galliera, 3 - 40121 Bologna - Casella Postale 82, 40134 Bologna-22
TEL: +39051224113 - FAX: +39051223826 - E-mail: annali@alma.unibo.it