Annali di Storia delle Università italiane - Volume 3 (1999)

Studi

Sante Bortolami
Studenti e città nel primo secolo dello Studio padovano

[English summary]

 

"Sapientia aedificavit sibi domum". La sapienza s'è costruita una casa. Questa la celebre metafora con cui, riprendendo il proverbio di Salomone, si esprimeva già alla metà del Quattrocento l'evento della nascita delle università medioevali1. Nei sette-otto secoli che ci separano dai pionieristici tempi in cui questa autentica invenzione del mondo medioevale ha preso corpo, non solo in Europa ma nel mondo intero le case della sapienza si sono fisicamente moltiplicate, allargate, ammodernate, arricchite di splendidi attici e di intriganti sottoscala. E a traguardare la stagione dell'infanzia delle università dalla prospettiva contemporanea, col suo sofisticato apparato di riti e siti accademici, c'è davvero il rischio di dimenticare l'innegabile assoluto primato della sostanza umana rispetto a ogni altro elemento negli Studia generalia cui guardiamo come ai nobili antenati degli odierni atenei.

In quelle università fatte di uomini - "bāties en hommes", secondo la felice nota formula - con povere e disperse sedi, senza laboratori e senza uffici, con rettori estratti dalle file degli studenti e con professori perennemente a contratto, in cui bastava l'imprevedibile spostamento fisico d'un manipolo di uomini coi loro muli e i loro libri a impiantare o a dissolvere nel breve volgere di qualche mese un'esperienza di studi superiori, - in quelle università, dicevo - a occupare prepotentemente la scena sono loro: professori e studenti.

Dei primi si è per svariati motivi alquanto ragionato e scritto. Assai più oscura resta invece nel suo complesso la vicenda della discere turba volens.

Le ragioni sono, almeno nel caso di Padova, obbiettive. E stanno principalmente nel grande naufragio di atti ufficiali - lo si lamentava già nel 1331, all'epoca della impegnativa revisione degli statuti degli studenti giuristi2 - toccato a questo pur precoce e celebrato tempio della cultura. Un naufragio che lascia irrimediabilmente insoddisfatte tante nostre curiosità.

Un solo dato per darne un'idea. Un computo dei soggetti espressamente qualificati come studenti o ragionevolmente stimabili come tali per tutto il primo secolo dello Studio padovano ci porterebbe a cifre oscillanti, nella più favorevole delle ipotesi, tra le 150 e le 200 unità. Un numero invero infimo, ove si pensi che lo spoglio dell'eccezionalmente ricca serie dei Memoriali bolognesi ha permesso la conta di ben 2056 studenti per un solo sessennio dell'avanzato Duecento e di ben 533 studenti della natio Germanica limitatamente al decennio 1289-12993.

Rassegniamoci, dunque. Quel che potrò fare qui, non so se meglio di altri, è solo radunare e cucire in una plausibile trama esili e sparsi fili. Tenterò in tal modo almeno di suggerire un'idea del rapporto degli studenti con la città che li ospitava nel periodo in cui questa, grazie a uno straordinario e prolungato exploit socioeconomico e ad un'irrepetibile lievitazione di coscienza civile, divenne sede di uno stato comunale tra i più influenti e stabili di tutta l'Italia centrosettentrionale e un fervido focolaio di sapere dove mossero i primi passi o si formarono celebrità universali come lo scienziato Pietro d'Abano, il filosofo Marsilio da Padova, lo storiografo e poeta Albertino Mussato, il musicologo Marchetto4.

Per cercare di dare un volto al mondo studentesco padovano le mosse vanno prese ovviamente da quel fatidico anno 1222 in cui una costola staccatasi dall'ormai strutturato organismo di studi bolognese servì a dar forma a una creatura destinata, come sappiamo, a durevole e prospera vita5.

Dei protagonisti di quell'avventurosa translatio Studii in terra veneta nulla si sa. Ma disponiamo di buoni indizi per avvalorare il convincimento che si trattò di esperienza che ereditava in pieno il largo respiro europeo del discepolato universitario bolognese.

Il rinvio obbligato è non tanto alle precoci e rapsodiche menzioni documentarie di studenti bazzicanti in città - ad esempio uno studente spagnolo e uno provenzale che già tra la seconda metà del 1222 e il 1227 si muovono con una sparuta pattuglia di chierici e notai cremonesi tra l'abbazia euganea di S. Maria di Praglia e la sua dépendance cittadina di S. Urbano (una rettoria non molto discosto dall'attuale piazza delle Erbe che allo stato della ricerca si segnala come la principale, se non l'esclusiva sede universitaria padovana per tutto il Duecento)6. A orientarci è piuttosto la notissima convenzione siglata nel 1228 col comune di Vercelli da un gruppo di studenti presenti a Padova in vista del trasferimento a condizioni di assoluto favore in quella città. Com'è noto, del drappello dei secessionisti facevano parte almeno tre grandi raggruppamenti studenteschi presieduti ciascuno da un rettore e rappresentati da uno o più procuratori loro connazionali: tale Adamo de Canoco caposquadra dei francesi, angli e normanni; Goffredo provenzale, leader dei colleghi provenzali, spagnoli e catalani, più un rettore degli italiani non nominato e uno dei tedeschi, verosimilmente dissociatisi dai loro compagni7.

Ma, accanto a questa, anche la fugace esperienza universitaria vicentina consumatasi tra il 1205 e il 1209 va tenuta d'occhio. Pure qui infatti, dove tenne scuola l'insigne Boncompagno, docente anche a Padova qualche lustro appresso, le presenze studentesche erano tali da esaurire - cito l'Arnaldi - 'quasi la carta d'Europa'8.

Insomma: capolinea o semplice scalo che fosse la sede padovana per i sodali allontanatisi da Bologna, possiamo essere certi che l'impulso sostanziale alla nascita dello studio padovano venne nel 1222 dall'innesto di personale di cultura allogeno di alta e internazionale caratura scientifica, con una sua forza organizzativa e progettuale. Se dunque nella discussa nozione di Studium generale si vuole continuare a comprendere anche quella di 'scuole con scolaresche cosmopolite, atte a rilasciare una licentia universalmente valida'9, si deve ben ammettere che l'Università di Padova nacque nella sostanza come tale anche per una decisiva connotazione relativa alla sua componente studentesca: quella appunto formulata dalla celebre glossa bolognese 'quasi de omnibus partibus mundi sunt studentes'10.

Lo schedario delle menzioni degli studenti negli anni immediatamente successivi alla nascita dello Studio, quantunque negli ultimi decenni rimpolpato dalle generose ricerche del compianto Paolo Marangon e intelligentemente valorizzato dall'acume di Girolamo Arnaldi, resta, come accennato, disperatamente magro11.

Li vediamo, certo, questi universitari delle origini, a far da autorevole e discreta comparsa ad eventi di rilievo interessanti l'Università e la città dove soggiornavano: ad esempio, già prima del 1227, la 'ripubblicazione' solenne nella cattedrale della Rhetorica antiqua di Boncompagno da Signa, principe dei dettatori dell'epoca; o ancora, il festoso accoglimento della raccolta di decretali di fresco approntata dal pontefice Onorio III12.

Ma nulla, in questi e in altri episodi rischiarati da fulminei lampeggiamenti cronachistici o documentari, che lasci immaginare anche lontanamente quanti fossero gli studenti. A fronte dei 3000 stimati presenti a Oxford nel 1209 da uno storico contemporaneo o alla più ragionevole cifra di circa mille scolari che Odofredo giudica presenti a Bologna nel primo Duecento13, espressioni quali 'non mediocris copia' o 'turma scolarium' o 'digna magistrorum atque scolarium universitas' delle fonti padovane dicono poco14. Meno generica è la cifra dei 500 alloggi o hospitia ad affitto calmierato che le autorità vercellesi s'impegnavano ad attrezzare nell'eventualità che l'universum Studium Paduanum si trasferisse colà: da questo numero di camere vi è chi ha ipotizzato che il comune subalpino "avesse messo in preventivo l'arrivo di circa 1000 studenti, più eventuali persone di servizio"15. Ma non è il caso di stare a discettare intorno a discutibili stime quantitative. Possiamo solo dire che il corpo solidale e ben individuato degli universitari non doveva passare inosservato in una città che pure, in base agli standards demografici del tempo, poteva dirsi medio-grande, raggiungendo senz'altro le dieci, forse quindicimila anime, destinate a diventare oltre trentamila nel giro d'un secolo16.

Più sicuri siamo del fatto che in questo universo cittadino in fortissima espansione demografica e urbanistica maturarono precocemente - come è stato ben dimostrato - profittevoli contatti con un ambiente locale ricco di fermenti e curiosità intellettuali e già di per sé non privo di contatti con alcuni dei maggiori centri della cultura occidentale: giurisperiti attivi negli uffici del neonato possente palazzo pubblico, come il giudice Betlemme Manzi, addottoratosi a Bologna17; la folla onnipresente di notai, come i maestri Corradino, che produceva manuali di ars notaria, o Arsegino, che teneva scuola privata di grammatica e si cimentava in apprezzabili prove di retorica18 o ancora il cronista-notaio Rolandino, abilitato al ruolo dottorale a Bologna, alla scuola del grande Boncompagno19; canonici docenti nelle vecchie scuole capitolari come Salione Buzzacarini, reduce da studi di ebraico e arabo compiuti a Toledo20; le zelanti e dotte avanguardie degli ordini mendicanti, specie dei predicatori, che facevano adepti proprio nello Studio, e che con scolari dello stampo di sant'Alberto Magno ci hanno lasciato personali testimonianze dell'ottimo stato di salute di esso21.

Ancor più notevole - se si pensa alle aspre contese fra realtà corporata universitaria e comune di Bologna o al town and gown parigino - appare l'agreement stretto già nell'arco di un decennio dai primi universitari padovani con la città ospitante.

Non è certo questa la sede per dire convenientemente su quali binari si era incamminata a cavallo dei secoli XII-XIII l'evoluzione degli assetti interni del comune padovano e la sua strategica proiezione verso un ruolo egemonico nella terraferma veneta22.

Basterà qui solo dire che, se tutta una serie di fattori in senso lato politici aveva indubbiamente offerto l'humus idoneo ad attrarre e a far attecchire il seme della pianta universitaria, proprio il coinvolgimento entusiastico del mondo universitario nelle onoranze rese alla salma di s. Antonio nel 1231 e l'impegno diretto di dottori e studenti nel sollecitare presso la Santa Sede la canonizzazione della nuova gloria religiosa di Padova furono eventi importanti, che i governanti padovani seppero abilmente pilotare ai fini di un'autopromozione di sostanza e di immagine sul terreno culturale e politico oltre che religioso23.

Fin da queste lontane mosse mi pare in verità si possa scorgere il filo rosso di un forte coinvolgimento dell'istituzione studentesca nelle cruciali scelte politiche e ideologiche del comune; di un'intesa destinata a perdurare e a consolidarsi nel corso della successiva epoca comunale. Basti pensare a due soli momenti importanti che la scandirono: anzitutto la pubblica lettura e autenticazione della cronaca di Rolandino nel 1262. Ad essa, come si sa, presenziarono non solo dottori e maestri, ma appunto anche la 'societate laudabili bazallariorum et scollarium liberalium arcium de Studio Paduano'; e si trattò di un intervento che avallò non solo tecnicamente, ma in piena sintonia di ideali una rievocazione storica assunta da parte dei governanti del resuscitato comune come esplicito manifesto politico di pacificazione cittadina e di condanna della tramontata tirannide ezzeliniana24. Ma un significato non meno evidente di collusione tra politica e cultura ebbe anche l'incoronazione tributata congiuntamente dal vescovo e dal rettore degli studenti nel 1315 al poeta - vate Albertino Mussato, fiero animatore della concordia municipale e della resistenza padovana al 'liberticida' Cangrande della Scala25. In entrambe queste occasioni fu come se associazione studentesca e comunanza padovana si riconoscessero nella comune condizione di creature filiate da un eccezionale parto di libertà e come tali coscientemente impegnate nel proprio ordine a farsi banditori del monito ad amare la libertà e ad attendere alla comune utilità (già Rolandino esortando i padovani a 'spectare salubriter ad rectorem ... in unum provide federati', usava in fondo concetti ed espressioni propri dell'istituzione universitaria)26.

Mentre nel gran ventre cittadino si stabilivano per spontanea fisiologia disparati e multidirezionali contatti umani fra studenti e cittadinanza, camminavano dunque ben presto anche intese più formali e istituzionalizzate, come sembra indicare anche una residuale normativa statutaria anteriore al 1236 che prevede già agevolazioni creditizie agli studenti con danaro estratto dalle casse comunali e l'interessamento del comune nel corrispondere gli stipendi ai professori di diritto civile e ai docenti di diritto canonico nelle sue due specialità27.

Superato una sorta di pur sempre incombente precariato, negli anni '30 del Duecento Padova era già, insomma, o almeno fortemente si voleva, città universitaria. Nelle ambiziose prospettive della sua classe dirigente, in cui i pregiudizi elitari del vecchio ceto consolare si stemperavano a contatto con una emergente borghesia terragna e affaristica nel comune riconoscimento del valore anche lucrativo del sapere per i singoli e per lo stato, la presenza dello studio era diventata in breve tempo un prezioso fiore all'occhiello e un potenziale grimaldello di crescita.

Il ventennale dominio di Ezzelino da Romano nella Marca Trevigiana a partire dal 1237 raffreddò, com'è noto, molte delle aspettative politiche padovane e, almeno nella sua ultima fase, comportò anche una violenta compressione di risorse umane e istituti propri dell'ordinamento comunale28. Se ne facciamo qui cenno è solo per ribadire che l'annosa querelle sulla continuità o meno dell'Università durante il famigerato ventennio (e dunque sulla persistenza o meno in città di una libera associazione degli studenti) può dirsi ormai persuasivamente risolta da un'eccellente recente ricerca di Tiziana Pesenti29. La quale, senza negare un graduale esaurimento della iniziale vivacità e ricchezza di insegnamenti e di scolari, ha dimostrato quanto lentamente ciò avvenisse. Ancora nel 1241 lo spettro delle presenze studentesche a Padova era infatti sorprendentemente ampio e variegato, comprendendo un'affollata schiera di giovani nobili e religiosi provenienti da ogni angolo d'Europa: dalla Germania, dalla Polonia, dalla Moravia, dall'Ungheria, dalla Spagna, dal Midi francese, dall'Inghilterra; e inoltre oriundi da varie città venete, dal Friuli, da Piacenza, da Lucca, da Salerno. Di più. Una caparbia Personenforschung ha permesso all'autrice di pennellare profili e di abbozzare carriere per gran parte di questa brigata di futuri cancellieri e dignitari di re, canonici, prepositi o addirittura vescovi in sedi prestigiose quali Belgrado, Zagabria, Buda, Esztergom, Wroclaw30. Uno spaccato studentesco di tal fatta, comprensivo soprattutto di una massiccia rappresentanza di oriundi di quel grande bacino germanofono e slavofono per il quale anche nei secoli avvenire lo Studio padovano avrebbe rappresentato un privilegiato luogo d'approdo, continuava nondimeno a mantenere la sua antica organizzazione ispirata a criteri di raggruppamento in senso lato nazionale, giacché si ha esplicita menzione di almeno tre rettorie, rispettivamente degli 'Yspani', degli 'Italici et Lumbardi' e dei 'Francigene', ciascuna con propri notai31.

Se da un lato ci è lecito dunque inferirne che l'organizzazione studentesca aveva messo salde radici in città e che la fama della scuola giuridica padovana continuò a mantenersi per tutta la prima metà del Duecento in Italia e oltralpe, dall'altro ne desumiamo le ghiotte opportunità di arricchimento, non solo economico, dischiuse da simili presenze per singoli esponenti o intere famiglie del ceto dirigente padovano, nello specifico per la colta e intraprendente parentela degli Ardenghi, giudici, ricchi possidenti e prestatori di danaro a interesse contigui al partito dominante.

Qualunque sia stato l'impatto della arcigna parentesi politica ezzeliniana sullo studio, non fu in ogni caso difficile rinvigorire o riallacciare su nuove basi il rapporto fra universitari e città nel clima della ritrovata libertas comunale dei primi anni '60, a partire cioè da quella che è parsa a taluno una vera rifondazione dello Studio32.

Gli statuta vetera, cioè il blocco di ordinamenti universitari più antichi di cui non molto si sa, individuano in ogni caso tra il 1260 e il 1271 una fase decisiva non solo dell'assestamento interno della corporazione studentesca, ma anche della complessiva definizione del suo rapporto col comune33. Di questa stagione eroica di civile ma serrato braccio di ferro si ricordano ad esempio i meriti acquisiti dai vari rettori: dello spagnolo Gosaldo nell'abbozzare un provvisorio schema di funzionamento degli studi; dello svevo Enrico da Santa Petronilla e dell'italiano Francesco da Novara, canonico nel duomo padovano, nel definire un pacchetto di garanzie riguardanti le modalità d'esame, l'elezione degli rettori, la retribuzione dei docenti, gli alloggi; di Giovanni teutonico, nella dilatazione caparbia e vigorosa delle libertates studentesche in materia di caro-case e di diritto di scelta dei professori; del ginevrino Aimone nel promuovere un organico servizio pubblico di stazionari e copisti; del polacco Nicolò e dell'arcidiacono aquileiese Giovanni da Montelongo nella tutela dei privilegi di foro e nella disciplina del calendario accademico e delle festività34.

Insomma: in un ambiente di studi pur sempre dominato da interessi giuridici e retorici, ma spalancatosi specie nel secondo Duecento alla vasta gamma dei saperi filosofici e delle scienze mediche e naturali, anche a Padova si realizzò quel processo di concentrazione e solidificazione delle universitates studentesche che si compì nei decenni centrali del Duecento un po' in tutte le massime università europee35. Ma soprattutto proseguirono su una linea complessivamente vittoriosa molte battaglie studentesche volte al rispetto dei privilegi della corporazione e alla soddisfazione dei suoi immediati bisogni di danaro a buon mercato, di generi di consumo, di ospitalità, di sedi di rappresentanza e di studio, di difesa personale, di servizi librari, di immediata udienza presso il podestà o agli anziani del comune. Impresa comunque non facile - si badi - come avevano ben dimostrato i precedenti bolognesi36 per le fatali discrepanze fra una stabile istituzione comunale orientata a definire ogni sorta di relazione giuridica in ossequio allo ius loci, da un lato, e le esigenze di una privilegiata e sempre rinnovantesi associazione internazionale di uomini di scienza, dall'altro.

I limiti delle fonti superstiti non ci consentono di leggere nel dettaglio questa pagina di storia del dialogo per così dire ufficiale fra mondo studentesco e città in ordine ai più scottanti problemi di volta in volta emergenti dalla ricerca di un modus vivendi di reciproca soddisfazione.

Sappiamo però quanto basta per intendere almeno come tra fine Duecento e inizi Trecento ogni questione di rilievo interessante la sempre più massiccia e qualificata realtà universitaria finiva per rimbalzare sul piano della politica estera del comune e per risentire a sua volta di strategie di più alta caratura.

Richiamo solo due eloquenti episodi che si collocano sul finire degli anni '80.

Nel 1287 le autorità comunali avevano approvato l'elezione di Giacomo Dell'Arena per la lettura ordinaria di diritto civile; elezione spettante per consuetudine agli studenti e da questi presa fra aspri contrasti all'interno della corporazione. Tanto che nell'ottobre di quell'anno gli studenti oltramontani, pressoché compatti, avevano preso autonomamente posizione contro la chiamata del pur famoso giurista. Non solo. Rivendicando col proprio rettore la revoca della decisione presa, essi pretesero l'allontanamento dallo Studio del docente sgradito per almeno un decennio. Inoltre giurarono vicendevolmente che se le loro richieste non fossero state accolte entro Natale, a partire dalla successiva festività di s. Michele avrebbero dato vita a un esodo in massa da Padova, senza più farvi ritorno per dieci anni. Il comune, incapace di risolvere la vertenza nei tempi debiti, dovette correre ai ripari. Il primo giugno 1288 il papa Nicolò IV spediva da Rieti una lettera all'arciprete della cattedrale e professore di diritto canonico nello studio Bovetino da Mantova, incaricandolo di assolvere dal giuramento fatto gli studenti implicati e di correggerli con una congrua penitenza per la loro eccessiva ed inconsulta decisione37. Lo stesso Nicolò IV, peraltro, così sollecito nell'accogliere le istanze dei Padovani in quell'occasione, in quello stesso torno d'anni fu impegnato in un duro braccio di ferro con podestà, anziani e consiglio di Padova in seguito alle severe misure giurisdizionalistiche adottate dal comune contro il clero locale e tra il 1287 e il 1290 giunse addirittura a usare le armi dell'interdetto e della scomunica38. In entrambi i casi il concreto rischio di una dissolutio Studii Paduani coi prevedibili danni che ne avrebbe patito la respublica padovana produsse immenso sconcerto in città. Ebbene, si sa che alla definitiva soluzione della crisi si arrivò solo grazie alla mediazione di un largo giro di alti prelati e professori 'amici' dello Studio fra cui campeggia la figura del potentissimo cardinale Pietro Colonna39, personaggio che come scolaris a Padova avrebbe passato le consegne al fratello Matteo40, chierico prebendato nel duomo, e che intorno al 1315, quando aveva cumulato nelle diocesi venete e friulane benefici per circa 2.000 fiorini, continuava a reclutare collaboratori e segretari nell'Ateneo patavino41.

In una parola. Già nell'avanzato Duecento il rapporto politico apparente città-studenti sottende in realtà un complesso gioco di collegamenti umani, di personali relazioni di servizio, di contiguità culturali e ideologiche, di interscambi istituzionali che ha un suo obbligato punto di passaggio nello Studio, ma trascende ormai l'orizzonte cittadino: investe la curia romana, chiama in causa principi e prelati vicini all'impero, coinvolge un po' tutto l'atomizzato mondo politico della penisola. Una situazione, questa che toccò il suo culmine nel primo decennio del Trecento, con la riconosciuta leadership di Padova su un vasto blocco 'guelfo' di forze territoriali e cittadine del nordest e il suo autorevole ingresso in un circuito nazionale di relazioni diplomatiche.

Se nel protocollo epistolare di chiamata dei professori designati dagli studenti nel 1310 si usava congiuntamente la formula "amore comunis et Studii Padue" la ragione c'era42. Basti pensare che nella sua dilatata esperienza di governo comunale ufficialmente conclusasi nel 1318, Padova esportò in tutto l'ambito lombardo-tosco, ricevendone assai di più, ben 220 fra podestà, capitani del popolo, giudici-assessori e altri funzionari di rango43. è quasi superfluo dire quale ruolo di crocevia di un traffico in entrata e uscita abbia svolto dietro le quinte lo Studio di Padova in questo contesto. Esemplifico con un appunto sulle relazioni accese con la maggiore città padana. Fra i milanesi, ad esempio, Percivalle da Mandello, prima professore e poi podestà nel 1289, subito dopo il fratello Ottolino, vanta tra gli immediati antenati altri due podestà padovani, così come Guido da Landriano, studente a Padova nel 127544; Castellano da Giussano, studente nel 1308, è consanguineo di Manfredo, vicario del podestà Goffredo della Torre nel 127445. Bassiano Della Torre, a sua volta, che frequenta i banchi universitari nel 130946 appartiene alla stessa famiglia del menzionato Goffredo e di Pagano, già testa d'uovo del corpo docente universitario, insediato sulla cattedra vescovile padovana dal 1302 e dal 1318 nel seggio patriarcale di Aquileia, dove è seguito come familiaris del conterraneo Pietro Mora, che nei primissimi anni del Trecento studiava a Padova col fratello Goffredo e un altro suo consanguineo di nome Bono, divenuto anche rettore dei citramontani47. I rapporti, per così dire, pubblici di Padova coi Della Torre, rinfrancati tra fine Duecento e inizi Trecento dai comuni orientamenti guelfi e dal matrimonio di Elena Della Torre con Ubertino da Carrara, al punto che tra Padova e il Friuli si aggirano in quel periodo un vero sciame di Torriani48, erano vecchi di un secolo, da quando cioè nel 1195 un antenato di costoro, Pagano, era stato chiamato come podestà nella città veneta49. Altro esempio riguardante quel mondo toscano con cui proprio dall'avanzato Duecento Padova avviò un felicissimo feeling sui terreni economico, politico e culturale50: tra gli studenti universitari padovani incapaci di resistere al demone del gioco, vietato dalle costituzioni vescovili, s'incontra nel 1309 tale Ugo Malpigli da San Miniato in compagnia del conterraneo Accorso di Baldo da San Gemignano, pure studente. Anche qui è facile intuire che sulla via per Padova entrambi questi rampolli di quotate famiglie toscane avevano avuto degli autorevoli apripista. Un Bertoldo Malpigli da S. Miniato era già stato infatti podestà a Padova nel secondo semestre del 1298, portandosi dietro quale assessore tale Scoto da San Gemignano dottore delle leggi, e un altro suo illustre antenato, Malpiglio Malpigli, aveva valicato l'Appennino per rivestire una analoga carica nel lontano 1219, quando di università ancora non si parlava51. Ancora: Francesco Uberti da Borgo S. Sepolcro, che si addottora nello Studio padovano nel 1308 e vi rimane come docente al pari del mantovano Tommaso Cazadraghi, del bolognese Millancio Millanci e non pochi altri, è conterraneo di quel Ruggero che è assessore del podestà nel 1304 e di quel Leonardo che dopo il 1319 sarà al servizio del vescovo Ildebrandino Conti in qualità di vicario52. La presenza alla guida del comune padovano di ben 18 podestà toscani nell'ultimo ventennio del Duecento e i simultanei sicuri rapporti intrattenuti con mercanti e prelati padovani da compagnie di banchieri fiorentini e pistoiesi come i Frescobaldi, i Capponi, i Ricciardi, i Pulci, i Chiarenti, i Rimbertini, gli Ammannati53 spiega almeno in parte il concomitante ininterrotto fiotto di scolari fiorentini, pistoiesi, lucchesi, senesi verso lo Studio. In breve: interi grappoli di famiglie dei ceti dirigenti del centro nord della penisola - i bresciani Brusati, i milanesi Stampa, Mora, da Concorezzo, da Giussano, da Landriano, i mantovani Boti e Brunelli, i cremonesi Malombra, i fiorentini Buondelmonti e Spiliati, i senesi da Palazzo, i romani Orsini e Colonna, i vicentini Pizega, i veronesi Dai Letti, i veneziani Barozzi, Dandolo, Foscarini, Nani, Querini - si formarono nei decenni a cavallo del 1300 nel foyer universitario padovano, specie nella prestigiosa scuola giuridica54. Di Guidotto di Abbiate, un lombardo che si laureò a Padova nel 1281 alla scuola di maestri impegnati a dar corpo ad altissimi livelli a quel sistema di ius commune che esprimeva la loro dichiarata "aspirazione al potere nell'ambito 'internazionale' e nelle città", si sa ad esempio che compì un cursus honorum sfolgorante, ma probabilmente non poi tanto raro. Fu arcidiacono a Bergamo, cappellano pontificio, canonico a Reggio e a Soissons. Svolse come giudice, diplomatico e amministratore della Sede apostolica importanti incarichi a L'Aquila, a Napoli, a Bologna. A Padova, ove fu presente anche per un processo di eresia di cui fu uditore e dove aveva goduto di un canonicato già nel 1290, ebbe da Benedetto XI una ulteriore prebenda nel 1304, quando lo raggiunse la notizia della elezione a vescovo di Messina, città dove morì nel 1333 e dalla quale nel 1319 aveva modo di rivolgersi nuovamente alle autorità ecclesiastiche padovane affinché sostenessero con una prebenda un messinese, tale Galvano "de Turtureto", raccomandato dal papa e dalla regina di Sicilia Eleonora, che con tutta probabilità era così agevolato nel compimento degli studi universitari55.

E' bene non dimenticare peraltro che in una simile Wanderung ad un tempo studentesca e professorale dovuta anche al crescente nesso potere-cultura, avvertito sia in ambito ecclesiastico sia dai nascenti stati territoriali, entrarono attivamente anche numerosi begli ingegni del ceto dirigente padovano come i Buzzacarini, gli Enselmini, i da Vigonza, i Dotto o personaggi come Simone Enghelfredi, un 'teorico' e 'pratico' del diritto addottoratosi a Bologna (i suoi ferri del mestiere si conservano oggi a Olmutz), il quale fu protagonista di un'avventura professionale che lo portò in un ventennio da Bergamo a Todi, da Orvieto a Pisa, da Trieste a Bologna, da Modena ad Arezzo, dove morì vicario imperiale nel 131156.

Infinitamente più laborioso sarebbe dar conto in un rapido schizzo del multiforme intreccio di relazioni intessuto dal mondo studentesco col fluido coacervo di fraglie professionali, di gruppi societari, di famiglie e di singoli individui presenti a Padova in tutto questo periodo.

Per intanto credo necessario avvertire almeno che la filosofia statutaria dello scolaro trattato come un cittadino "quantum ad commoda et non ad incommoda"57 va in realtà specchiata e riscontrata in una dimensione vissuta che sola ci può restituire la complessità e l'ambivalenza di un rapporto con la popolazione giocato spesso tra diffidenza e integrazione, tra generosa collaborazione e abietto sfruttamento.

Pensiamo, rivedendo tanta frammentaria documentazione privata, al punto di vista d'una cittadinanza di albergatori, tavernieri, possessori di suoli urbani, artigiani, prestatori e cambisti che guarda alla massa studentesca fondamentalmente come a una folla di consumatori che portano danaro ed esercitano un'azione stimolante sull'economia (i familiari del canonico di Cracovia Sulislao, studente a Padova prima del 1238, avevano ad esempio venduto un intero paese per mantenerlo negli studi58, e i suoi connazionali Ebroslao e Nicolò conte di Belachou presso Gnieszno tra il 1270 e il 1283 si passavano il pied à terre padovano fatto di due case di muro e una lignea con solaio "curte et orto et broilo" nella contrada di S. Pietro, acquistate dal beccaio Bastiano e dalle figlie)59. Pensiamo ai flagiciosa et amarissima negocia di un popolo studentesco irretito nelle 'malizie' di un altro popolo di bottegai e strozzini che sta costruendo le sue fortune economiche, ma anche agli onesti e tonificanti contatti quotidiani, negli slarghi del mercato, nelle botteghe, sotto i portici e nelle più strette androne della città con medici, straccivendoli, conciapelli, cofanai, farsettai, tavernieri e tutta una folla di oscuri cittadini60. Pensiamo alle confidente dimestichezza coi numerosi addetti alla fiorente industria del libro61, coi bidelli e stazionari dal lungo benemerito servizio come Floriano62 o il romagnolo Giovanni di Bulgarello, che fu forse la graffiante ironia studentesca a battezzare 'Orco'63, o ancora il bolognese Lotto, forse uno dei numerosi qui approdati dopo le massicce proscrizioni politiche attuate nella città emiliana sul finire del Duecento64.

Pensiamo ai fruttuosi contatti dei laureandi forestieri coi collegi o 'albi professionali' dei giudici e degli artisti e medici locali, che talora preludono a un loro radicamento in terra padovana65. Rivediamo idealmente fastidi, attriti, spesso violenze (nel solo anno 1290 furono richieste al vescovo ben tre licenze di porto d'armi a scopo difensivo da studenti-chierici "proponentes se capitales inimicos habere")66 o addirittura violazioni di domicilio e stupri. Basti dire che, su 42 scolari menzionati in un protocollo notarile per gli anni 1306-1314, ben 14 sono implicati in giochi d'azzardo, risse e persino nell'invasione indebita d'un monastero femminile67; al punto che un tale Federico di Yerschow, canonico di S. Croce di Bratislava, condannato e poi assolto nel 1310 per provvidenziale intervento d'un penitenziere del papa in quanto giocatore d'azzardo, insolvente dei creditori, aggressore di chierici a mano armata, frequentatore di taverne, invasore di orti, prati, vigneti e campi altrui, spergiuro, spregiatore dei propri doveri clericali sembra riproporre l'immagine del goliarda maledetto bolognese Grisolito caricaturata da Boncompagno da Signa68. Immaginiamo libri ed esami, magari interrotti per la morte lontano dal paese natale (il 28 novembre 1290 il vescovo Bernardo affida all'arciprete e professore Bovetino la custodia d'un pastorale d'argento e d'oro reperito presso Iaroslao, abate del monastero benedettino di Willemow, presso Praga, defunto a Padova verosimilmente come studente)69. Ci figuriamo la curiosità suscitata in città dal costante afflusso di giovani infinitamente diversi per lingua, fogge d'abito, stili di vita e l'interesse alle sempre fresche notizie divulgate in città dalla loro veloce lingua (nel settembre del 1313 ad esempio il veneziano Mario Mariglon informava il re d'Aragona Giacomo II che "in Studio in Padoa conta per certo ce lo rey de Alemagna se apareya et intenda de vignir brevemente in Ytalia")70. E d'altra parte consideriamo singoli e gruppi di questo variegato mondo studentesco come involontari corrieri per l'Europa della fama di Padova: l'ungherese Benedetto rettore degli ultramontani e il veneziano Bartolomeo Querini rettore degli italici, il chioggiotto Pietro, il nipote del vescovo di Salisburgo Diatrico, il bolzanino Corrado, il tedesco Carlo e altri, che possono raccontare della loro solenne partecipazione nelle aule universitarie padovane al proclama di scomunica dei conti del Tirolo nel 1283; il canonico di Sens Pietro Raimondo, incautamente impegnatosi come fideiussore di altro chierico di Nīmes insolvente per 40 soldi grossi verso l'esimio decretalista Bovetino Bovetini, il quale, "cum promisisset non exire diocesis Paduane predicto debito non soluto", nel 1290 ottiene il permesso di rimpatrio solo dopo aver surrogato un connazionale della diocesi di Riez; i tre ungheresi Gregorio Botonis, Stefano Catastani e Stefano de Stefano che nel 1296 riescono a scomodare lo stesso sovrano aragonese e gli fanno spedire a Roma una lettera sanatoria dei loro sacrosanti diritti di creditori nei confronti di un nobile iberico di passaggio da Padova; il medico personale e cappellano di Rodolfo d'Asburgo Peter von Aspelt, che fu cancelliere del re di Boemia Venceslao II e vescovo di Basilea, per passare addirittura a influenzare le elezioni regie del 1308 e 1314 nella veste di arcivescovo di Magonza71.

Insomma è un fascio di episodi, situazioni, problemi che indicano come a un secolo dal decollo dello Studio padovano il patto fra studenti e città era ormai inattaccabile per reciproca, calcolata convenienza.

Senza la variegata e sempre rinnovantesi folla di studenti che la animavano e la consacravano ormai a livello internazionale come eminente 'città universitaria' (intorno al 1300 perfino nei poemi didascalici composti nella lontana Bamberga Padova figurava subito dopo Parigi e prima di Orléans, Salerno, Bologna e Toledo fra le località europee in cui i preti s'andavano a istruire per essere "specchio del mondo e suo splendore")72, Padova sapeva bene che anche il suo prestigio e le sue ambizioni politiche avrebbero dovuto contenersi entro un più modesto orizzonte; quello appunto che le sue oggettive risorse le consentivano.

Gli studenti, dal canto loro, avevano costruito nella città e con la città una simbiosi ancora bisognosa di aggiustamenti, ma forte e garantista già quanto bastava per un comune cammino che darebbe durato per secoli.

Non è un caso che la ormai prestigiosa tradizione di centro internazionale di alti studi non sia rimasta in alcun modo lesa dalla contingente ma grave crisi politico-militare apertasi nel 1311 e durata fino agli anni Trenta del secolo. Anzi, debitamente capitalizzata e accidentalmente favorita da ulteriori emorragie studentesche dall'Ateneo bolognese73 e da un accorto e salutare ecumenismo ribadito nei nova pacta del 132174, fu corroborante incentivo alla ripresa in grande stile dello Studio con una rinnovata oligarchia sotto la guida dei principi da Carrara.

La stessa 'rinascenza' civile padovana, che toccò un suo splendido culmine nel primo decennio del Trecento, difficilmente avrebbe potuto essere tale se la vita della città non si fosse precedentemente svolta per tre o quattro generazioni in costante contrappunto col capriccioso ma magnifico giocattolo universitario.

Naturalmente, i risvolti di un simile incontro sono ben altri e più complessi rispetto a quelli che qui si è cercato di delineare. Il solo capitolo delle relazioni fra studenti e la chiesa locale offrirebbe ad esempio interessante e ampia materia di analisi. Basti pensare alla questione delle dispense da concedere ai chierici desiderosi di accedere agli studi universitari, salvaguardando contemporaneamente i benefici connessi con gli uffici e le sedi da cui temporaneamente si allontanavano: questione che a Padova sembra risolta in senso alquanto liberale in ossequio a una antiqua consuetudo75. Oppure si pensi alla 'apertura' del pur esclusivo capitolo della cattedrale a prelati della lontana Ungheria e al prezioso supporto logistico offerto alla colonia germanofona di scolari dalla presenza di una attrezzata magione dei cavalieri teutonici e di un borgo denominato significativamente 'tedesco' fin dalla metà del Duecento76. O ancora si rifletta al rapporto, che a Padova si pose per lo più in termini di feconda emulazione, fra università degli studenti e nuovi ordini religiosi. Dopo il 1274 l'abate del monastero stiriano di Admont poteva ricordare con sentimenti di eguale soddisfazione sia i cinque anni trascorsi a Padova a studiare filosofia e logica nel magnum Studium generale sia i successivi quattro passati nel convento dei predicatori per apprendervi la teologia77: un fatto che non stupisce, quando, sgombri da pregiudizi su un medioevo immobile e bigotto, si apprende che a norma di statuto universitario la città onorava i funerali di ciascuno studente con la presenza di 40 predicatori, 30 francescani, 20 eremitani, 10 serviti, 10 carmelitani78 o quando ancora si scopre che nel capitolo del convento degli eremitani del 1293 su 42 frati figurano tre milanesi, due tedeschi, due bolognesi, un provenzale, un ungherese e altri da Lucca, Cortona, Spoleto, Mantova79; quando insomma ci si sforzi di comprendere che il religioso dei tempi nuovi respirava con l'universitario delle origini la stessa aria di incontri internazionali, aveva la stessa orgogliosa coscienza del valore del sapere, condivideva lo stesso spirito avventuroso e forte di chi lasciava il guscio rassicurante della famiglia alla ricerca d'uno stato di perfezione. Lo stesso spirito curioso ed esigente che per tutto questo primo secolo di vita dello Studio continuò peraltro a sospingere anche parecchi padovani sulla via per Bologna o per Parigi80.

Ma basti aver suggerito l'idea di un rapporto tanto avventurosamente iniziato quanto consapevolmente coltivato in progresso di tempo.

Chiudendo, un semplice invito a pensare al fardello di esperienze e di ricordi che ciascuno studente del primo secolo dello Studio, portava con sé lasciando questa città: i disagi del viaggio, le fatiche dello studio, le incomprensioni, gli stenti; e, insieme, magari, le scampagnate fuori porta e alle terme euganee, le sonore bevute in taverna dove il maestro Morando commendava coi versi di un giocoso, universale latino le virtù del vinum dulce gloriosum e bandiva la alba limpha maledicta81, le splendide compagnie, forse anche gli amorazzi prezzolati. Si accingeva, quello studente, a una vita in cui contava forse più titolo che istruzione, in cui i più nobili ideali si sarebbero impastati col sale della venalità, dell'ambizione, del compromesso, della prepotenza.

Ma non poteva non portare con sé anche la forza dell'immagine, tante volte evocata dall'ascolto degli statuti studenteschi, che lo voleva nel mondo lucerna super candelabrum; né poteva dimenticare i paterni, gravi richiami di solenni allocuzioni per l'esame di laurea simili a quella che intorno al 1290-95 il professore Nicolò Matarelli rivolgeva a un suo innominato discepolo: "devotus esto ... civitati in qua tantum consecutus es honorem" e insieme: "magistros doctoresque excellere oportet moribus primum, deinde facundia"82. Un'esortazione - sempre attuale mi pare - alla coerenza fra scienza e azione e un riconoscimento della possibilità di appartenere a una qualunque piccola civitas sentendosi simultaneamente parte di tutta la civitas umana.

 

Sante Bortolami
(Università di Padova)

 

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