Annali di Storia delle Università italiane - Volume 4 (2000)

Fonti

Elisa Signori
Una peregrinatio academica in età contemporanea. Gli studenti ebrei stranieri nelle università italiane tra le due guerre

 

Flussi studenteschi dall'estero nelle università del Regno d'Italia

Come per effetto di una singolare presbiopia, l'immagine dello studente dell'età medievale e moderna appare al nostro sguardo relativamente meno sfocata di quanto non ci si mostri, benché a distanza più ravvicinata, il suo collega di alcuni secoli più tardi, tra Ottocento e Novecento. Nel non ricco panorama delle indagini specifiche per l'età contemporanea si incominciano soltanto da poco a cogliere le linee evolutive generali della popolazione studentesca universitaria, emergono i primi risultati nell'incrocio delle fonti ministeriali e periferiche, si abbozzano la periodizzazione dei fenomeni più significativi e la dinamica del rapporto curricula/professioni, ma il campo è tuttora aperto e fertile di promettenti percorsi analitici1. Né stupisce che tra gli aspetti rimasti sin qui in ombra figuri quello della presenza entro il reticolo postunitario della cultura superiore degli studenti stranieri, la cui marginalità trova riscontro anche nelle fonti statistiche ufficiali, al riguardo alquanto tardive, disomogenee e discontinue.

Fatte le debite proporzioni sappiamo più sulle nationes che alimentarono la peregrinatio academica, alle origini e poi nel corso della secolare storia delle università europee in età moderna, sino al compimento di quel processo di regionalizzazione, che progressivamente ridimensionò il carattere di variegato internazionalismo delle comunità studentesche, di quanto invece non si conosca dei flussi continentali ed extracontinentali di popolazione studentesca nell'età contemporanea, che pure videro nel primo quarantennio del XX° secolo diverse migliaia di studenti stranieri iscriversi negli atenei e negli istituti superiori della penisola - i casi di iscrizioni registrate sono approssimativamente quantificabili in oltre 30.000 - e conseguirvi titoli accademici che una grossolana stima può valutare tra i 6500 e i 7500 tra diplomi e lauree.

Certo tale disattenzione si comprende e si spiega facilmente: quella composizione di varie nationes, che in epoche precedenti aveva costituito un dato genetico, strutturale e caratterizzante delle comunità studentesche, in età contemporanea, nel quadro di una "nazionalizzazione" ormai definita delle istituzioni universitarie, è divenuta un elemento accessorio e poco vistoso del panorama studentesco, una variabile segnalata a titolo di curiosità nelle cronache e nelle memorie locali, la cui eziologia e rilevanza travalica l'orizzonte accademico e nazionale, tanto quello d'origine che quello d'adozione, per connettersi, nei diversi momenti, a scenari e problematiche di ampio respiro, quali la politica internazionale, la diaspora dei movimenti politici e intellettuali di opposizione, la geografia dei grandi movimenti migratori tra '800 e '900, la casistica delle minoranze oppresse e così via.

Tavola 1a. Studenti stranieri iscritti alle Università e agli Istituti superiori del Regno d'Italia.

 

Il fenomeno risulta anche statisticamente "sommerso" nel primo quarantennio postunitario e comincia ad essere censito a partire dai primi anni del Novecento, sia pure con sequenze incomplete di rilevazioni2. Se è vero che la serie storica della statistica universitaria italiana dall'unità in poi consente di ricostruire senza lacune, a partire dalle fonti ufficiali, la consistenza della popolazione studentesca, va però detto che i dati proposti sono assai grezzi e, tanto nel "Bollettino dell'istruzione pubblica" quanto nelle Statistiche dell'Istruzione superiore o nelle Statistiche intellettuali, nonché nei volumi dell'Annuario statistico italiano la presenza degli stranieri passa a lungo sotto silenzio, meritando poi intermittenti indagini ad hoc e, per il resto, una trattazione rapida, dai contenuti variabili3. Sia pure con qualche lacuna dal 1905-'6 alla seconda guerra mondiale disponiamo del dato numerico complessivo sulle iscrizioni degli stranieri (tav. 1a), corredato della distinzione per sesso e della distribuzione nei corsi di studio, ma quello più specifico della loro articolazione per paese di provenienza è studiato solo nel sessennio 1906/1911, poi nel 1931-'32 e nel 1932-'33, mentre nel 1926-'27, contando assieme gli studenti di aree contigue, ossia Russia, Polonia e Paesi baltici, si rende il dato disomogeneo rispetto ai precedenti. Analogamente è discontinua la rilevazione dei laureati e diplomati stranieri in relazione alla loro provenienza e la serie regolare prodotta nel corso degli anni Trenta dall'Istituto centrale di statistica ignora sistematicamente questa informazione (tav. 1b). In più, a complicare la comparabilità dei dati disponibili provvedono altri elementi: così la mancata registrazione dei fuori corso fino al 1925 approssima per difetto anche l'incidenza degli studenti stranieri e la trasformazione di centri e istituti in facoltà e scuole, riconosciute e inserite nel reticolo universitario, vede inclusi nelle registrazioni successive studenti anche stranieri, che prima non erano considerati universitari a pieno titolo. Del tutto mancanti, infine, i dati sull'esenzione dal pagamento delle tasse, da cui sarebbe possibile dedurre i costi pagati dal sistema universitario ospite per le agevolazioni agli stranieri e, quindi, misurare l'investimento di risorse loro dedicato, nonché i dati sull'accesso agli esami di abilitazione professionale, che consentirebbero di valutare, a ciclo di studi concluso, il patrimonio di competenze prodottesi e ufficialmente riconosciute a questa categoria di utenti.

 

Tavola 1b. Stranieri laureati e diplomati alle Università e agli Istituti superiori del Regno d'Italia.

 

Eppure, che si trattasse di un fenomeno interessante e progressivamente crescente era apparso chiaro sin dal 1913 a Carlo Francesco Ferraris, professore di diritto amministrativo e di scienza dell'amministrazione, membro del Consiglio superiore di statistica, ma anche e soprattutto rettore dell'Università di Padova, ossia di un ateneo tradizionalmente connotato da un tasso di internazionalizzazione relativamente elevato, tanto da fargli occupare, nel prospetto statistico proprio allora da lui elaborato per mettere a fuoco la presenza degli studenti stranieri tra il 1905 e il 1912, il quarto e il secondo posto, su 28 sedi di università e scuole superiori del Regno, rispettivamente per le iscrizioni registrate e le lauree e i diplomi rilasciati4.

Ferraris riteneva che si potesse parlare al proposito di un rinnovamento di quella migrazione studentesca verso il nostro paese "che fu vanto e gloria di alcune delle nostre università sul finire del Medio Evo e nei primi secoli dell'Età moderna" e concludeva con un aperto apprezzamento per le agevolazioni introdotte al riguardo e con un appello alla valorizzazione di una siffatta mobilità, funzionale, a suo avviso, a una vantaggiosa cooperazione scientifica internazionale5.

Già nella sommaria analisi del Ferraris sui flussi studenteschi dall'estero si colgono alcune costanti di quella fenomenologia. Così vi è sottolineata la preferenza per atenei e scuole dell'Italia settentrionale - come Milano, Genova, Torino, Padova, che assorbivano il 54% delle iscrizioni (900 su 1654) straniere segnalate dal 1906 al 1912 e laureavano e diplomavano il 46% degli studenti tra il 1905 e il 1911 - , e una distribuzione disuguale, che optava nel centro-sud per sedi di antica tradizione come Napoli e Roma, rispettivamente frequentate da 203 e 130 stranieri, ma ignorava per lo più il resto dell'offerta universitaria. Nelle scelte curriculari, l'orientamento al settore scientifico e tecnico, con il primato dell'afflusso alle scuole politecniche e subito dopo alle facoltà di medicina e chirurgia, costituiva un asse preferenziale costante nel tempo, anche se diversamente declinato in periodi successivi6.

Pur non proponendosi di approfondire la casistica delle motivazioni che mettevano in moto i flussi analizzati, Ferraris non poteva non rilevare nella geografia delle provenienze i contingenti più cospicui, sul totale delle presenze straniere, rappresentati dai sudditi di due grandi, secolari imperi europei, l'austro-ungarico e il russo7. La radice tutta politico-sociale e il contesto di tali correnti di mobilità, possiamo aggiungere, sono così da subito nettamente identificabili: le tensioni dei movimenti nazionali e il vasto fermento rivoluzionario, che scuotevano nel decennio prebellico le basi dei sistemi imperiali asburgico e zarista, ambedue autocratici e multietnici, alimentavano anche nel ceto intellettuale, specie nei suoi segmenti giovanili e in formazione, spinte centrifughe verso l'Europa occidentale. Gli studenti ne erano in parte protagonisti, talvolta come militanti di gruppi clandestini, forzati alla fuga e all'esilio - è il caso dell'emigrazione di studenti e studentesse russe che, negli anni degli attentati antizaristi e della prima fiammata rivoluzionaria novecentesca, ritroviamo in Italia, con un'incidenza del 26% sul totale della popolazione studentesca straniera censita tra il 1906 e il 1911 - , talaltra, come i sudditi del governo asburgico (28,9%) che, specie dalle Venezie, disertavano i centri di cultura superiore austriaci e optavano per atenei di lingua e cultura italiani, con una sottintesa contestazione della chiusura alle identità nazionali praticata con intransigenza dall'autorità imperiale. L'altra area di provenienza rilevata per la sua cospicua incidenza (13%) è quella extracontinentale americana, che rimanda a dinamiche di tutt'altro genere. Come sottolinea Ferraris, si tratta in questo caso di flussi di ritorno per giovani di famiglia italiana emigrata oltreoceano, specie in Argentina. Li possiamo leggere come il riflesso di una prosperità economica conseguita nella società d'adozione e tradotta in possibilità di accesso all'istruzione superiore e, di conseguenza, al mondo delle professioni, ma, al tempo stesso, come il documento della vitalità di legami culturali e affettivi che ispirano gli emigrati ad indirizzare al paese d'origine le nuove generazioni per la fase decisiva del loro percorso formativo.

Le analisi ed elaborazioni di Ferraris rimasero un episodio isolato, benché nel maggio 1912 Alfredo Niceforo avesse proposto al Consiglio superiore di statistica la creazione di una sorta di anagrafe generale studentesca, costruita a partire da ciascun ateneo, con apposite schede individuali, atte a rilevare analiticamente, in 21 quesiti pertinenti ai più diversi aspetti dell'esperienza universitaria, la fisionomia socio-culturale, l'ambiente d'origine e i caratteri del percorso formativo di ciascuno8. Se attuata con rigore e continuità tale rilevazione avrebbe predisposto materiali e informazioni di grande interesse, ma l'iniziativa si arenò quasi subito, imitata, dopo la fondazione dell'Istituto centrale di statistica, dalle sole indagini relative al 1926-'27 e al biennio 1930-'32.

Se questo è il bilancio non particolarmente brillante delle fonti ufficiali, un panorama disuguale, ma incoraggiante è offerto dalle fonti periferiche, ossia dalle informazioni raccolte dalle singole sedi di università e scuole, pubblicate poi nei relativi annuari. Il punto di partenza è costituito dai dossier individuali intestati dalle segreterie all'atto dell'iscrizione e conservati nell'archivio-studenti delle singole università, che raccolgono dall'ammissione fino al congedo, all'abbandono o alla laurea e al diploma, tutti i documenti anagrafici, finanziari e scolastici inerenti ai diversi momenti della carriera universitaria. Di qui si estrapolano i dati editi negli annuari, nei quali, peraltro, a surrogare un'attenzione specifica per gli studenti stranieri che tarda a manifestarsi, provvedono gli elenchi nominativi di iscritti e uditori, laureati, diplomati e abilitati, il cui corredo di dati sulla paternità e sulla residenza anagrafica consente di censire le presenze straniere, sia pure con approssimazione, sede per sede, talvolta dai primi decenni postunitari.

Perché nelle pagine degli annuari s'incontrino i primi prospetti statistici sulla articolazione per provenienza e corso di studi degli stranieri bisogna attendere tuttavia il dopoguerra e perché vi compaiano regolarmente e con modalità standardizzate di presentazione bisogna giungere al 1935. È del 12 febbraio 1935, infatti, una circolare ministeriale, frutto di un'intesa con l'Istituto centrale di statistica, che, rendendo obbligatoria l'inserzione negli annuari di una serie di tabelle a schema prefissato, aprì la via alla pubblicazione di serie omogenee e comparabili di dati sulla comunità accademica9. L'attenzione agli studenti stranieri, iscritti, laureati e diplomati, in corso e fuori corso, delle diverse aree di provenienza, vi era con ciò definitivamente acquisita.

Esaurita la ricognizione sulle fonti centrali e periferiche del sistema universitario, ricostruiti i caratteri della cornice legislativa vigente in tema e i passaggi della sua evoluzione, un percorso di approfondimento per queste vicende di mobilità studentesca deve necessariamente dislocarsi in altri ambiti, istituzionali e non, esplicativi per il contesto d'origine e per quello d'adozione. Basti al proposito accennare all'interesse offerto dalle fonti poliziesche e ministeriali di carattere riservato, ossia alle relazioni e ai carteggi, che s'intrecciano tra il Ministero della pubblica istruzione, poi dell'educazione nazionale, e quelli dell'interno e degli affari esteri, ogni qual volta, e l'occasione è frequente, la presenza degli studenti stranieri, il loro afflusso o esodo, vengano individuati come rilevanti ai fini della sicurezza e dell'ordine e collegati a potenziali dinamiche politiche destabilizzanti da controllare e disinnescare, oppure a problematiche internazionali, talvolta col coinvolgimento di ambasciate e consolati, italiani e stranieri.

Infine, uno spazio va riservato alla documentazione di associazioni studentesche, gruppi e istituzioni assistenziali, - tra le due guerre è d'obbligo il rimando ai Gruppi universitari fascisti, luogo di aggregazione tendenzialmente monopolistico delle diverse realtà studentesche, nelle quali si tenta anche l'integrazione degli stranieri10 - , nonché alle fonti soggettive e autobiografiche degli studenti stessi, che, come sempre, offrono testimonianze preziose su percorsi e ambienti, relazioni e condizioni di vita e di studio, difficilmente descritte altrove.

 

Dall'Europa medio-orientale alle università del Regno: i protagonisti della mobilità studentesca negli anni Trenta

Proprio dall'incrocio delle fonti di diversa tipologia, qui sommariamente richiamate, è scaturita la rilevanza dei flussi studenteschi dall'Europa medio-orientale, cui queste pagine sono dedicate e che costituiscono un capitolo mal noto della storia delle università italiane tra le due guerre, solo tangenzialmente lumeggiato nella bella indagine di Klaus Voigt sul "rifugio precario" degli esuli tedeschi nell'Italia fascista.

Uno sguardo alla consistenza e alla mappa della mobilità studentesca verso l'Italia per le poche annate, per le quali disponiamo dei dati analitici e complessivi di fonte ministeriale, coglie subito alcuni fenomeni quasi macroscopici, sin qui poco valorizzati dagli studi. Anzitutto a mutare è il tasso di internazionalizzazione delle università italiane, che si triplica tra il 1911-'12 e il 1926-'27, passando l'incidenza degli stranieri sul totale della popolazione studentesca dall'1,7 al 5,1%. Come in altri ambiti della storia dell'Europa contemporanea anche su questo terreno la prima guerra mondiale sembra funzionare da spartiacque: la presenza degli stranieri è divenuta un fenomeno chiaramente percepibile, specie in alcune città universitarie - come a Padova dove 13 studenti su 100 non sono italiani - , con conseguenze di ordine economico e sociale, di costume e di "clima" accademico certo non irrilevanti. Inariditesi alcune correnti di flusso studentesco prebellico e apertesene di nuove, il mosaico della comunità studentesca ha inoltre accolto nuove componenti che, nel bilancio complessivo, sono passate dall'essere del tutto assenti o insignificanti a una posizione di primato relativo sulle altre componenti.

Un confronto tra il 1911/'12 e il 1926/'27, conferma, certo, anche alcune costanti, ad esempio a proposito del modesto, ma persistente flusso dalla Svizzera, donde, per tradizione culturale e linguistica consolidata, molti giovani dei cantoni italofoni vengono agli atenei italiani, e in particolare lombardi, considerati la loro sede naturale di formazione professionale. Allo stesso modo è in linea col passato prebellico l'afflusso dalle Americhe, che nel 1926/'27 costituisce il 9% della presenza straniera, sommandosi i più cospicui contingenti provenienti dal Brasile, dall'Argentina e dall'America Latina in genere - pari al 6% - , con quelli statunitensi. Il capitolo storico della grande migrazione di massa, che la legislazione selettiva adottata negli Stati Uniti e la politica antiemigratoria del regime fascista, stavano gradualmente chiudendo, continua ad alimentare flussi di ritorno per tutti gli anni Trenta, con punte elevate di incidenza - il 20% nel 1930-'31 - e talvolta un rovesciato rapporto di composizione interna, tra sudamericani e statunitensi - rispettivamente al 7% e 13% del totale, sempre nel 1930/'31.

Ma la novità più vistosa è senz'altro costituita dall'incidenza dei flussi provenienti dall'Europa mediorientale e, in particolare, da Romania, Ungheria, Polonia, Bulgaria, nonché dai paesi baltici, aree di provenienza inconsuete per il passato. Per il 1926/'27 non disponiamo dei dati disaggregati della Polonia, i cui studenti sono contati assieme a quelli d'origine russa, presumibilmente minoritari, e a quelli dei paesi baltici, per un'incidenza complessiva del 18%. Sommando però insieme le presenze di questo primo gruppo composito con i contingenti romeno, al primo posto per numero di iscrizioni, ungherese e bulgaro, si tocca con mano il protagonismo di queste correnti di flusso, pari al 63% della popolazione studentesca straniera in Italia. Il dato, benché depurato nel 1931/'32 della componente russa assai modesta (1,4%) e di quella baltica (3,4%), si conferma anzi in quell'anno in crescita di 4 punti percentuali e, tra i paesi citati, Romania, Ungheria e Polonia staccano nettamente per densità di presenze la Bulgaria, passata nelle due annate considerate dal 9 al 6% del suo peso specifico relativo. Il dato della presenza europea medio-orientale si apprezza meglio pensando all'ipotetico confluire di tutti e soli i 786 studenti polacchi, romeni e ungheresi, che risultano iscritti alle università e istituti superiori nel 1931-'32, in un immaginario unico nuovo ateneo: la comunità studentesca così raccolta risulterebbe di poco superiore a quelle fuse insieme delle università libere di Milano (Cattolica), Camerino, Urbino e Firenze (Cesare Alfieri) oppure a quelle di Parma e Sassari sommate, sarebbe di poco inferiore a quella di Messina o a quella Pisa e, insomma, basterebbe a identificare un ateneo di rispettabile dimensione.

Per quanto riguarda l'indirizzo degli studi, il corso di laurea in medicina e chirurgia assorbe 43 su 100 iscrizioni di studenti stranieri nel 1926/'27, incrementate fino a 59 su 100 nel 1931/'32: benché tali facoltà siano da tempo tra le più frequentate e seconde per affluenza complessiva solo a quelle di giurisprudenza, la forte dilatazione delle iscrizioni di stranieri rende questi ultimi una componente nettamente percepibile nel complesso degli studenti-medici, con un'incidenza che oscilla intorno al 10%. L'ordine di preferenza (vedi tav. 2) consolida la maggiore attrattiva del comparto scientifico, e oltre la medicina, vede optare per gli studi di matematica, fisica, chimica e scienze naturali, per l'ingegneria, per le discipline economiche e commerciali. In genere la regolarità degli studi è più diffusa tra gli stranieri che non tra gli italiani e nel 1926/'27 gli studenti fuori corso italiani incidono sul totale degli iscritti italiani in ragione più che doppia del dato corrispondente per gli stranieri (il 18% contro il 7,5). Scomponendo per sesso il dato complessivo delle iscrizioni straniere, vi si coglie una spiccata propensione anche femminile per gli studi medici, ma, nel contempo, una femminilizzazione in generale più contenuta che non tra i colleghi italiani, l'incidenza delle studentesse straniere attestandosi al 9,5% contro il dato corrispondente delle italiane, ormai ascese nella comunità studentesca al 18%.

 

Tavola 2. Scelte curricolari degli studenti stranieri nelle Università e Istituti superiori del Regno d'Italia (dati %).

Facoltà, scuole e istituti

1926-'27

1931-'32

Giurisprudenza

  5,7

  5

Scienze politiche

  1,8

  1

Lettere e filosofia

  3,1

  2,1

Medicina e chirurgia

43,7

59

Farmacia

  5,9

  3,6

Scienze mat. fis. nat.

11,2

  6,7

Scienze statistiche

  0

  0

Ingegneria

11,3

  7,2

Architettura

  1,1

  1,6

Agraria

  2

  1,7

Medicina veterinaria

  2,2

  3,7

Scienze econ. comm.

11,6

  7,9

Magistero

  0,1

  0,2

Istituto orientale

  0

  0,1

Istituto sup. navale

  0,3

  0,1

 

La distribuzione nelle diverse sedi universitarie seleziona gli atenei e le città di media dimensione e, come per il passato, l'Italia settentrionale più che la centrale, trascurando quasi completamente il Mezzogiorno e le isole. Fatta eccezione per Roma, la cui capacità di attrazione conta su molteplici fattori e, in particolare, sul suo costituirsi come polo principale per gli studi storico-artistici e antichistici, e per Napoli, città medie e medio-piccole come Modena, che vanta col 23% la più elevata internazionalizzazione della sua popolazione studentesca, ma anche Pisa o Pavia contano su un afflusso di studenti stranieri proporzionalmente intenso. Tale orientamento presenta caratteri di novità, specie se confrontato alle scelte corrispondenti di epoca prebellica: nel 1911-'12 preferite erano piuttosto le grandi città, come Torino, Napoli e Milano, che insieme raccoglievano il 50,6% degli stranieri iscritti. Padova, invece, che, tanto nel 1926 che nel 1931, contava le punte più cospicue di presenza straniera, nel 1911 veniva appena al quinto posto. L'analisi disaggregata per sede universitaria mostra inoltre il consolidarsi nel tempo di precise "abitudini" di mobilità nei diversi gruppi di studenti stranieri: se gli albanesi preferibilmente si iscrivono a Firenze, a Bologna e a Roma, gli statunitensi a Roma e a Napoli, i greci a Padova, nel 1931-'32 la componente, che abbiamo chiamato europea medio-orientale, ossia polacca, ungherese e romena, si raccoglie per lo più a Padova e Bologna, con opzioni romene anche per Modena.

Per il resto del decennio l'indagine statistica ufficiale trascura, come s'è detto, l'articolazione per paese di provenienza degli studenti stranieri e rende impossibile seguire il trend dei fenomeni considerati nell'insieme del sistema universitario del Regno. L'analisi deve dunque necessariamente frantumarsi nella casistica delle diverse sedi universitarie e gli andamenti qui proposti - alle tavole 3 e 4 - sono appunto fondati sui dati pubblicati negli annuari di alcune sedi ritenute significative, ossia Milano, Bologna, Padova, Torino, Pisa e Pavia. La lacunosità della rilevazione in qualche caso - per Torino, ad esempio - , impedisce di tracciare l'evoluzione complessiva nel decennio, ma consente tuttavia di identificare in anni specifici la composizione della popolazione studentesca. Meno agevole, e qui pertanto trascurata, è la messa a fuoco dei risultati del percorso di studio. Dei laureati e diplomati stranieri viene pubblicato, infatti, negli annuari il numero complessivo, ma, di nuovo, non la distinzione per gruppo nazionale, che andrebbe ricostruita attraverso lo spoglio degli elenchi nominativi e, per ora, può essere solo sfiorata con osservazioni su casi specifici.

L'elaborazione grafica proposta mira ad evidenziare alcuni fenomeni specifici: a) l'incidenza particolarmente significativa delle tre componenti polacca, ungherese e romena sul complesso della popolazione studentesca straniera; b) l'andamento sincronico dei flussi considerati; c) la cospicua presenza dei tre gruppi di provenienza all'interno delle facoltà medico-chirurgiche, confermate come corsi di studio a più alto tasso di internazionalizzazione.

In tutti gli atenei presi in esame la presenza straniera nel suo complesso e quella europea medio-orientale in modo particolare conoscono nel decennio 1930-'40 dapprima un incremento, fino a toccare in anni diversi un punto di massima - nel 1931-'32 a Padova, nel '34-'35 a Milano, Pavia e Bologna, nel '37-'38 a Pisa - , poi una riduzione, che è in qualche caso un vistoso crollo, per assestarsi quindi su livelli di molto ridimensionati, nei quali da ultimo le componenti polacca, ungherese e romena sono azzerate. Nel 1934-'35 sono 825 gli studenti dei tre gruppi considerati, che risultano iscritti alle 5 università sopracitate, nel 1940-41 se ne contano 29 in tutto. È questo un trend che si conferma anche nel sistema universitario nel suo insieme (tav. 1a): anche qui la presenza degli studenti stranieri disegna una linea ascendente e tocca nel 1933-'34 il suo acme con 2932 iscrizioni complessivamente registrate nel Regno, anche qui subisce una drastica contrazione nel 1938-'39, scendendo a quota 1695, con una perdita netta di oltre un terzo, continua a ridursi l'anno successivo e tocca con 1354 iscritti il punto di minima del decennio, assestandosi poi all'inizio degli anni Quaranta a un livello inferiore di oltre 600 unità alla media annuale delle iscrizioni contate tra il 1930 e il 1940.

 

Tavola 3a

 

 

Nelle elaborazioni grafiche proposte si è considerata anche la Germania come area di provenienza, al fine di confrontarla con l'andamento dei gruppi polacco, romeno e ungherese. Benché considerevolmente distanziata dal punto di vista quantitativo, la presenza degli studenti tedeschi, in precedenza insignificante nel sistema universitario del Regno - nel 1931-'32 erano 26 in tutto su 1879 stranieri, ossia l'1,3% - , inizia a farsi sensibile simultaneamente all'avvento del nazismo al governo, nel 1933, e segue poi, nel resto del decennio, l'ascesa e la rapida contrazione del trend segnalata per gli altri gruppi europei medio-orientali, rimandando a una genesi motivazionale analoga11.

Le tavole dedicate alla facoltà di Medicina (tav. 4a, b, c, d), infine, rappresentano con evidenza il protagonismo degli studenti polacchi, romeni e ungheresi nell'affluenza dall'estero a questo percorso di studi e ne segnalano in anni-chiave l'incidenza crescente e poi la brusca scomparsa.

 

Tavola 3b

 

 

 

La discriminazione antiebraica e le dinamiche centrifughe della popolazione studentesca dai contesti d'origine

Come s'è detto, la mappa delle provenienze studentesche dall'estero riflette un ventaglio mutevole di situazioni nazionali e internazionali, di problematiche storico-culturali, economiche e politiche, che vanno ad una ad una decifrate e contestualizzate. Al proposito può rivelarsi proficuo il ricorso ai modelli euristici adottati dalla storiografia dell'emigrazione tout court, ossia, da un lato, allo schema "push/pull", che legge i flussi di popolazione come moti compositi, risultanti dall'effetto di forze espulsive attivatesi nel paese d'origine e di forze attrattive simultaneamente operanti nel paese d'adozione, dall'altro, per quanto attiene alla comprensione delle modalità decisionali, al funzionamento delle cosiddette catene migratorie, che, saldandosi alle reti dell'amicizia, della parentela, del vicinato e grazie all'accumulo di esperienze maturate da elementi provenienti da quei circuiti relazionali, creano precise "abitudini" migratorie, lungo selezionati itinerari, nelle quali si incanalano flussi persistenti, dalla stessa area di partenza a una medesima meta. Le due chiavi di lettura risultano alquanto complementari, la seconda compensando e integrando il carattere tendenzialmente astratto e meccanicistico della prima.

 

Tavola 3c

 

 

Alla luce di tali suggestioni metodologiche l'analisi dei contesti socio-politici dell'Europa medio-orientale e di quello dell'Italia fascista costituisce il punto di passaggio obbligato per una corretta comprensione della vicenda di mobilità intellettuale qui considerata.

Proprio la lettura comparata della storia polacca, ungherese e romena tra le due guerre fa emergere come significativo denominatore comune un diffuso processo di radicalizzazione antisemita12, variamente scandito nel tempo, ma simile nella sostanza, che può ragionevolmente essere collocato al centro del quadro causale della casistica migratoria studentesca.

 

Tavola 3d

 

 

Profondamente intrecciato alle costruzioni giuridiche, al costume e alla cultura dominante di tutta l'Europa orientale e centro-orientale d'ante-guerra, Russia inclusa, l'antisemitismo ricomparve corroborato negli stati di nuova formazione dell'assetto geopolitico deciso a Versailles, in combinazioni cangianti con un nazionalismo frustrato e aggressivo e sullo sfondo di situazioni di tensione socio-economica e di instabilità politica, peculiari del dopoguerra e riacutizzate nel corso degli anni Trenta. La fenomenologia della discriminazione antiebraica, fatta di prassi informale e di precise elaborazioni normative, ne risultò ovunque inasprita e a fare da precoce segnale d'allarme di tale processo in fieri fu spesso la politica di ridimensionamento, voluta a scapito della componente ebraica, nel mondo delle professioni liberali e della cultura, proprio a partire dall'accesso ostacolato, limitato, negato all'istruzione universitaria. Recenti messe a punto storiografiche, opportunamente dislocate su realtà istituzionali e politiche coeve, convergenti tematicamente sul nodo della legislazione antiebraica, hanno dimostrato come non regga lo stereotipo di un antisemitismo nazista, che abbia funzionato da esclusiva matrice ideale e da condizionante modello operativo per le politiche discriminatorie adottate nel resto d'Europa nel corso degli anni Trenta: semmai esso operò sul finire del decennio come un fattore di accelerazione nei confronti di tendenze talvolta nettamente delineatesi ancor prima del decollo nazista13. È il caso della Polonia, ove malgrado il riconoscimento dei diritti delle minoranze sancito dalla costituzione del marzo 1921, i provvedimenti restrittivi, ereditati dal diritto pubblico vigente all'epoca del dominio russo, vennero abrogati dieci anni più tardi e contro i tre milioni di cittadini ebrei polacchi tornarono a verificarsi, specie dopo la morte di Pilsudski e lo slittamento verso destra degli equilibri politici, manifestazioni di ostilità, di boicottaggio e di violenza fisica, che costituirono altrettanti impulsi per movimenti migratori ebraici, per altro fattivamente promossi dal governo14. Se è vero che la situazione precipitò solo dopo la Conferenza di Monaco, fu sin dalla metà degli anni Trenta che, con ostacoli amministrativi all'ottenimento della cittadinanza, con i pogroms, coi bench-ghetto, ossia con la creazione nelle aule universitarie di spazi separati per gli studenti ebrei, con i tumulti universitari antiebraici si avviò un nuovo corso antisemita non più abbandonato.

 

Tavola 3e

 

 

Certo in Polonia non si introdusse per legge il numerus clausus che, fissando un rapporto di proporzionalità rigida tra l'incidenza ebraica sul totale della popolazione e la relativa componente studentesca, era stato adottato invece in Ungheria già nel 1920, al fine di ridurre drasticamente l'accesso degli ebrei all'istruzione superiore15. In entrambi i paesi, peraltro, la politica antisemita fu il risultato di un combattuto confronto tra movimenti di destra moderati e estremisti, influenzato in Ungheria dalle pulsioni dell'antibolscevismo e in Polonia dal larvato avallo della Chiesa cattolica. L'Ungheria, luogo sperimentale nell'ante-guerra di un'alleanza magiaro-ebraica in funzione modernizzante e liberale, dopo il trauma della sconfitta divenne teatro di un nazionalismo esasperato: "antesignana tra i paesi dell'Europa orientale nella legislazione antiebraica" fu anche il contesto della più sollecita omologazione al modello tedesco, con leggi discriminatorie varate nel 1938 e 1939, che restano le vere pietre miliari del destino di insicurezza, ormai segnato in quegli anni per gli ebrei dell'Europa centrale e orientale16.

 

Tavola 4a. Università di Bologna, Facoltà di Medicina, Studenti stranieri iscritti.

 

Tavola 4b. Università di Padova, Facoltà di Medicina, Studenti stranieri iscritti.

 

La situazione romena appare per molti versi analoga: anche qui l'emancipazione formale degli ebrei, introdotta con la costituzione del 1923, non liquidò la persistente influenza di pressioni antisemite, rafforzatesi in concomitanza all'aumento esponenziale della comunità ebraica nazionale, triplicata nel 1918 - da 200.000 a 700.000 unità circa - in seguito all'annessione della Bessarabia, della Transilvania e della Bucovina. Bisogna giungere all'avvento del regime autoritario di re Karol II, perché tale clima di "antisemitismo moderato" si converta, tra il 1938 e il 1940, in un'organica impostazione di "antisemitismo di stato" con tanto di numerus clausus imposto in ogni ordine e grado di scuole, ma, già negli anni precedenti, il radicalizzarsi del nazionalismo, con i segnali di una "programmatica romenizzazione forzata della società" e l'emergere di aggressivi estremismi di destra - le Guardie di ferro - avevano reso tale contesto politico assai poco rassicurante per i cittadini ebrei17.

Tavola 4c. Università di Torino, Facoltà di Medicina, Studenti stranieri iscritti.

 

Tavola 4d. Università di Pisa, Facoltà di Medicina, Studenti stranieri iscritti.

 

Le motivazioni della mobilità studentesca polacca, ungherese, romena verso occidente e, in particolare, verso l'Italia possono non coincidere sempre e per tutti con questo quadro di rinnovata ostilità antisemita, ma l'ipotesi della loro connessione con una "questione ebraica", che, elemento di longue durée nelle società dell'Europa orientale, era tornata d'attualità tra le due guerre, pare in generale assai persuasiva. Sia pure a prezzo di uno strappo dal paese d'origine e, talvolta, di gravi sacrifici economici, gli studenti venuti in Italia cercavano di lasciarsi alle spalle una situazione giuridica di crescente precarietà e di discriminazione, rappresentando per le loro famiglie una proiezione verso un futuro professionale in patria interdetto e una potenziale via d'uscita dalle vessazioni. In Italia avrebbero trovato solo una provvisoria risposta alle loro esigenze, sperimentando una effimera politica di apertura, destinata a un brusco revirement nell'estate del 1938.

 

Dall'agevolazione alla discriminazione. La politica italiana verso gli studenti stranieri

Nell'Italia fascista, nel quadro istituzionale di una dittatura, che predicava la sua proiezione imperialistica e praticava, o cercava di praticare, un'ambiziosa politica di potenza, la geografia delle provenienze studentesche dall'estero, rispecchiò anche, in qualche caso, la mappa degli obiettivi della politica estera, perseguendosi talvolta con gli strumenti della politica culturale, ossia tramite accordi bilaterali e unilaterali, agevolazioni e borse di studio, il fine di avvicinare all'Italia la gioventù intellettuale di altri paesi, predisponendo nel tempo una base di reciproca intesa e collaborazione. È questo il caso degli studenti albanesi, la cui presenza è una costante nelle università del Regno sino e oltre l'annessione dell'Albania all'Italia.

Di altri accordi di collaborazione e scambio si ha notizia - ad esempio nel caso di Pavia - nei confronti di università romene, bulgare e ungheresi, almeno sino ai primi anni Trenta, iniziative inscrivibili probabilmente nella fase "revisionistica" della politica estera fascista, allorquando si guardò all'Europa orientale come a un'area di potenziale influenza, nella quale, sfruttando le frustrazioni per l'assetto post-Versailles, si potesse magari recitare un ruolo egemonico, subentrando alla Francia.

Alle finalità della promozione internazionale degli scambi culturali provvedeva inoltre un'istituzione creata ad hoc nel 1926, l'Istituto interuniversitario italiano, trasformato in ente morale dal 1928 e retto da un consiglio a lungo presieduto da Giovanni Gentile. Tra i settori d'intervento dell'Istituto, cui i singoli atenei avevano facoltà di associarsi con il pagamento di una quota annuale - di 300 lire, aumentata nel 1931 a 1000 - , figura lo sviluppo della cultura scientifica italiana e la sua diffusione all'estero, l'impulso alla conoscenza e alla valorizzazione del sistema universitario nazionale, nonché sul piano pratico l'organizzazione dei corsi di lingua e cultura italiana per gli studenti stranieri, il varo di iniziative di assistenza a loro vantaggio, la progettazione di scambi di docenti e studenti tra università italiane e straniere, il conferimento di premi. Dal 1933, tuttavia, l'Istituto mutò assetto interno e, liquidata l'assemblea dei delegati che annualmente provvedeva ad eleggere il consiglio direttivo, fu riorganizzato in senso centralistico e burocratico: posto alle dirette dipendenze dei Ministeri dell'educazione nazionale e degli affari esteri, ebbe un consiglio tutto di funzionari nominati dall'alto. Quanto c'era di sperimentale e creativo nell'attività dell'Istituto ai suoi inizi venne così più rigidamente disciplinato e l'assorbimento di tali iniziative nel quadro progettuale della politica culturale del regime all'estero fu completato nel 1938 con lo scioglimento dell'Istituto e il passaggio delle consegne al neonato Istituto nazionale per le relazioni culturali con l'estero, gestito in collaborazione dai ministeri sopracitati, cui si aggiunsero quello delle Corporazioni e quello della Cultura popolare18.

In linea generale, la cornice normativa vigente per l'accesso alle università degli studenti stranieri era del tutto favorevole: ad essi era riconosciuta, sin dall'ottobre 1926, la dispensa dal pagamento di metà delle tasse e sopratasse scolastiche universitarie, ossia un considerevole sgravio economico, che, ad esempio nel caso di uno studente del corso di laurea in medicina, uno tra i più costosi, riduceva di 150 lire l'onere dell'immatricolazione, e di 400 lire quello dell'iscrizione19. Tale agevolazione era estesa all'intero ammontare della spesa per gli studenti dalmati, dell'isola di Veglia o della provincia di Zara, la cui italianità il governo italiano si studiava in tal modo di promuovere e vitalizzare20.

Per l'ammissione ai diversi corsi di laurea erano considerati validi i titoli di studio medi conseguiti all'estero e indicati in un elenco approvato, in caso diverso, era d'obbligo il ricorso al ministro della pubblica istruzione, e dal 1931 dell'educazione nazionale, che avrebbe deliberato caso per caso, sentito il parere delle autorità accademiche e quello del Consiglio superiore21. Questa procedura, inizialmente piuttosto snella, subì un lento ma inesorabile processo di complicazione burocratica, che può essere letto come il sintomo di un approccio più cauteloso e di una intenzione, via via più esplicita, di controllare e filtrare il flusso studentesco in entrata.

Nel 1933 una circolare e un'ordinanza ministeriale disposero che la legalizzazione dei titoli di studio conseguiti all'estero e presentati per l'ammissione alle università italiane dovesse essere effettuata dalle rappresentanze diplomatiche italiane del paese relativo e contestualmente corredata "delle necessarie informazioni e del parere sulla opportunità, dal punto di vista politico, di concedere il riconoscimento ovvero l'ammissione". Non solo. Nella stessa circolare si precisava che

l'esperienza ha dimostrato come i risultati della nostra propaganda non fossero quali era lecito attendersi, in quanto la grande maggioranza degli stranieri che vengono a compiere nel Regno gli studi superiori è costituita da giovani dotati di scarsissimi mezzi finanziari, attirati solo dal miraggio delle borse di studio e degli altri benefici o da giovani che, per ragioni d'indole politica, non possono frequentare l'Università nel paese d'origine. Data l'urgenza [.] di evitare l'afflusso nel Regno di studenti sforniti quasi completamente di mezzi di sussistenza, viene disposto che gli studenti di cittadinanza straniera, i quali beneficiano della dispensa parziale delle tasse e sopratasse universitarie, provvedano al pagamento della quota da loro dovuta, all'atto dell'immatricolazione o iscrizione, senza giovarsi della facoltà di ripartirla in rate22.

Tale procedura venne più volte ribadita, con richiami perentori a un'osservanza, evidentemente non rigorosa da parte dei singoli atenei: le domande di ammissione non potevano più essere inoltrate direttamente alle università, ma vagliate preliminarmente dalle regie rappresentanze all'estero o direttamente dal Ministero degli esteri23. Il vaglio prescritto assunse poi la forma del rilascio di un apposito "nulla osta politico", non solo divenuto indispensabile per l'ammissione, ma rivendicato poi dallo stesso Ministero che, dal 2 aprile 1938, ne avocò "sempre ed esclusivamente" la competenza, "tenute presenti - così recita la circolare relativa - le esigenze determinate dalle necessità di un contingentamento del numero complessivo degli stranieri che possano essere annualmente accolti nei nostri atenei"24.

Ancor prima che leggi antiebraiche dell'estate del 1938 drasticamente mutassero le norme vigenti, l'apertura liberale degli anni Venti risultava in tal modo considerevolmente rivista e acquisito il principio che il Ministero degli esteri fosse arbitro esclusivo, sulla base del criterio di indesiderabilità politica, nel respingimento delle domande d'ammissione degli stranieri.

La logica di questo processo di progressivo irrigidimento diventa immediatamente intelligibile quando si esamini la documentazione coeva prodotta dal Ministero degli interni e accumulata nel fondo appositamente dedicato agli stranieri tra le carte della Pubblica sicurezza. Vi ritroviamo, a partire dal 1933, relazioni allarmate sull'afflusso degli studenti polacchi in Italia, ad esempio nel gennaio 1933, dopo che un'ondata di tumulti e violenze scatenata nelle università di Leopoli, Cracovia e Varsavia le aveva trasformate in atenei "a rischio" per la componente ebraica25. Ancora nel 1933, l'afflusso a Milano di molti profughi ebrei dalla Germania e, tra questi, di una sessantina di studenti, iscrittisi poi alle facoltà ambrosiane o a quelle di Pavia, aveva attivato una vigilanza non più sospesa sui loro luoghi di ritrovo - come il Convegno ebraico, di via Amedei, o il Circolo musicale letterario, alla Galleria del corso - , con la redazione di elenchi nominativi e inchieste sulle attività svolte. L'anno successivo, la segnalazione del consolato di Lubiana, relativa all'espulsione da quella università di 65 studenti ebrei polacchi venne collegata al sospetto che non si trattasse di un provvedimento contro l'affollamento della facoltà di medicina - questa era stata la versione ufficiale diffusa - , ma un'operazione di polizia politica, con l'obiettivo di scompaginare un nucleo di attivisti comunisti, il cui possibile afflusso negli atenei italiani andava prevenuto e bloccato26.

Proprio nel novembre di quell'anno una circolare, inviata a tutte le università e agli istituti superiori del Regno, invitava le autorità accademiche a "vagliare con la massima severità i titoli di studio prodotti da cittadini polacchi, analogamente a quanto è stato praticato il decorso anno per gli studenti israeliti germanici". Il giro di vite amministrativo era richiesto dal Ministero degli esteri e, congiuntamente, da quello dell'interno, allertati da una relazione della R. ambasciata italiana a Varsavia che, nel richiamare l'attenzione sul flusso attivatosi verso le università italiane, sottolineava la connotazione sovversiva, comunista e massonica, degli studenti ebrei polacchi, una zavorra politica che il governo polacco aveva "tutto l'interesse di allontanare dallo Stato"27. Quanto di tale severità venisse recepita davvero nei comportamenti delle autorità accademiche è difficile valutarlo, ma i reiterati richiami che da parte ministeriale vennero rivolti al mondo universitario potrebbero far pensare a una prassi diffusa di simpatia e di indulgenza verso gli studenti stranieri, anche per quanto riguarda la valutazione del loro profitto. Il ministro De Vecchi nel marzo del 1936 non a caso stigmatizzò recisamente l'"eccessiva longanimità" dimostrata verso gli stranieri, che finiva per screditare "il buon nome della cultura italiana nel mondo", e richiamò al controllo della conoscenza della lingua italiana, quale presupposto essenziale per l'ammissione agli studi28. Carmine Senise, responsabile della Direzione generale della pubblica sicurezza, aveva nel maggio 1934 sottolineato l'inopportunità politica di un provvedimento restrittivo a danno dei soli polacchi, contraddittorio con la promozione dell'afflusso dall'estero alle università del Regno praticata sino ad allora e controproducente per l'immagine internazionale dell'Italia. La via additata per eliminare gli inconvenienti era, dunque, quella burocratica e anodina della "massima severità" nell'esame dei titoli d'ammissione, ma Senise propendeva anche per l'attivazione di un più efficace controllo in entrata, che selezionasse e respingesse gli elementi politicamente sospetti o pericolosi, una procedura, quest'ultima, che, come s'è visto, sarebbe stata di lì a poco decisa e formalizzata29. Giova, di passata, osservare come nella prosa poliziesca e burocratica la connotazione sovversiva degli studenti dell'Europa medio-orientale si saldi agevolmente al dato della loro caratterizzazione confessionale ebraica: le connessioni dell'ebraismo con la massoneria, il bolscevismo, lo spirito di congiura sembrano riemergere da uno stereotipo culturale sedimentato nel senso comune e acquisiscono immediata plausibilità.

Le regie prefetture delle città universitarie furono comunque sollecitate a inviare dettagliate relazioni sulle presenze studentesche polacche. Se ne conservano 17, nel complesso abbastanza laconiche, che, tuttavia, con il loro corredo di elenchi e di annotazioni, disegnano ai nostri occhi un quadro prezioso delle situazione. Spiccano per numero di presenze Modena (95), Milano (75), Padova (63), in molte relazioni si rileva sul conto degli studenti polacchi la "condotta regolare", "la vita ritirata, dedita allo studio", che non dà adito a sospetti, in qualche caso si accenna alla loro osservanza religiosa e alle modeste condizioni di vita e, in particolare, a Genova, a Padova, a Modena e a Messina si segnala, per tutti o per la maggior parte di loro, l'iscrizione ai Guf locali. È un dato quest'ultimo che non poteva, peraltro, valere come efficace rassicurazione dal punto di vista politico: era, infatti, noto che i Guf praticavano una politica "aperta" di reclutamento dei loro iscritti e, soprattutto, era noto che, funzionando come centri di aggregazione studentesca e di assistenza, erogavano benefici e servizi a bassi costi, certo apprezzati dagli studenti stranieri, specie nei momenti di difficoltà30.

Sulle condizioni economiche che polacchi, rumeni e ungheresi conobbero in Italia incise, infatti, profondamente la politica adottata dai rispettivi paesi d'origine in materia valutaria: l'esempio era venuto dalla Germania nazista, che aveva bloccato i trasferimenti di valuta all'estero nel 1934, con la conseguenza, tra le altre, di interrompere il flusso di risorse che garantiva il sostentamento degli studenti tedeschi. Analoghe restrizioni furono varate in quel torno d'anni anche dalla Romania e dalla Polonia, con allentamenti successivi e oscillazioni, che resero estremamente precaria e disagevole la vita quotidiana dei loro rispettivi cittadini all'estero e spinsero gli studenti stranieri non solo a trovare occupazioni provvisorie remunerative, ma anche ad alimentare una mobilità interuniversitaria sui generis alla ricerca delle sedi universitarie meno costose o caratterizzate dalla presenza di comunità israelitiche più attive e generose nell'assistenza ai correligionari.

Qualche cenno va ancora riservato al problema dell'accesso alle professioni, che costituisce il punto d'arrivo del percorso universitario e che in Italia venne per tempo regolato in modo da garantire ai laureati italiani una posizione protetta nel mercato del lavoro. Non volendosi, come s'è detto, introdurre per legge un blocco all'afflusso degli studenti stranieri in gran parte iscritti alla facoltà di medicina, accanto ai potenziali inconvenienti di ordine politico di cui s'è detto, si dovette affrontare anche la questione della concorrenza professionale connessa all'aumento dei laureati medici stranieri. Con la nuova disciplina giuridica dell'esercizio delle professioni sanitarie, oggetto del decreto legge del 5 marzo 1935, l'accesso alla professione per medici-chirughi, veterinari e farmacisti venne subordinato al prerequisito dell'iscrizione all'albo professionale relativo, depositato presso i rispettivi sindacati provinciali. L'iscrizione a tali albi, salvo "accordi speciali" stipulati dall'Italia con Stati esteri, era aperta ai soli cittadini italiani e, dunque, il titolo accademico pur conseguito in un'università o istituto del Regno, nonché il superamento del prescritto esame di stato per l'abilitazione divenivano condizioni insufficienti per una pratica legale della professione31. Di fatto per i laureati stranieri l'inserzione nel mercato professionale del paese ospite era così preliminarmente bloccata e le alternative restavano il ritorno nel paese d'origine o l'esercizio professionale al riparo di compiacenti prestanome.

Da tutto quanto s'è detto appare chiaro come la svolta del 1938 che, con l'adozione della cosiddette leggi per la difesa della razza, mutò drasticamente nel Regno la situazione degli ebrei stranieri, oltre che degli italiani, non fosse stata priva di segnali premonitori, inscrivendosi con novità gravi, certo, in una tendenza già precisa di progressivo svuotamento delle precedenti liberali aperture. Anche per gli ebrei polacchi, romeni e ungheresi l'Italia era stata un rifugio, ma come per i correligionari tedeschi, le minacce latenti nel quadro istituzionale della dittatura fascista potevano peggiorare repentinamente l'ospitalità concessa, sino a trasformarla in una trappola, ove la libertà prima e la vita poi erano in pericolo.

Nelle norme adottate nei confronti degli ebrei stranieri non mancarono significative oscillazioni, come del resto in tutta quanta la nuova disciplina introdotta, il cui carattere sperimentale e, in parte, improvvisato era immediatamente evidente32. Dapprima una circolare ministeriale del 6 agosto vietò totalmente l'ammissione ai corsi universitari degli studenti stranieri, di nuova immatricolazione e non, stabilmente residenti in Italia o meno33. Di lì a poco l'art. 5 dei Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, pubblicati il 13 settembre, dispose, con un primo ammorbidimento, che, in deroga alla totale esclusione degli alunni di razza ebraica dalle scuole di ogni ordine e grado (art. 2), fosse consentita, in via transitoria, la prosecuzione degli studi universitari a quegli studenti ebrei, che vi risultassero già in precedenza iscritti, ma l'applicazione di tale procedura - come precisò una circolare del 4 ottobre successivo - era autorizzata da Bottai solo per gli italiani e, in attesa di istruzioni per gli stranieri, si approvava, tuttavia, il regolare espletamento per tutti della sessione autunnale degli esami. L'ammissione al proseguimento degli studi per i soli studenti ebrei stranieri già iscritti, esclusi i fuori corso, venne riconosciuta poi dal decreto legge del 15 novembre 1938, ma interventi successivi specificarono che l'accesso all'esame di stato era consentito nella sola sessione immediatamente successiva al conseguimento della laurea e, in particolare, per i laureati e diplomati dell'anno accademico 1937/'38 l'unica chance concessa era quella della sessione 1938, conclusasi nella primavera 1939. Un vincolo assai grave quest'ultimo, specie pensando che l'ammissione all'esame di stato per i medici poteva domandarsi solo dopo aver compiuto il prescritto semestre di pratica presso un'università diversa da quella ove si aveva conseguito il titolo.

La legge escludeva inoltre gli ebrei di nazionalità tedesca - compresi gli austriaci dopo l'Anschluss - , cui il compimento degli studi era negato in assoluto, con deroga particolarmente odiosa della norma vigente per gli altri ebrei stranieri: una scelta, quest'ultima, che ha il proprio esplicito referente nelle esigenze di buone relazioni con l'alleato tedesco. Anche qui, strada facendo, ossia messo in moto il meccanismo applicativo, si introdusse poi una modestissima eccezione, con la quale si consentì agli "studenti germanici di razza ebraica" l'iscrizione a speciali corsi per stranieri presso l'università di Firenze o di Perugia: essa doveva peraltro essere autorizzata, caso per caso, dal Ministero degli esteri e ne potevano fruire solo quanti fossero muniti di passaporto contrassegnato con la lettera J, stampigliata in rosso nella prima pagina, giacché soltanto tale documento garantiva loro la possibilità di rientro nel Reich34.

Così ridisegnata la cornice normativa generale, il flusso dall'Europa centrale e orientale dapprima si ridusse fortemente per le mancate nuove immatricolazioni degli ebrei stranieri, quindi si spense gradualmente, vuoi per l'abbandono dei fuori corso, vuoi per la raggiunta conclusione del corso di studi, vuoi per le vicende internazionali - il patto nazi-sovietico dell'estate del 1939 - e l'inizio della guerra, che irrompeva di prepotenza nella vita di tutti. Non a caso il dato della lauree conseguite da stranieri nelle università e istituti superiori tocca il suo punto di massima nel 1937-'38 con 625 titoli accademici complessivamente rilasciati, l'anno successivo se ne contano ancora 462, ma nel 40-'41 il numero è più che dimezzato (206).

Gli studenti silenziosamente scomparirono dalle aule e quanti non si allontanarono in tutta fretta dall'Italia finirono, dopo l'inizio della guerra, nella rete dell'internamento, nei "lager di Mussolini" allestiti nel Mezzogiorno35.

 

Un case-study: Pavia

Accanto agli studenti ticinesi tradizionalmente attratti dalla sede pavese, nonché ai giovani albanesi e greci, anche a Pavia si consolidò tra le due guerre una rappresentanza studentesca dell'Europa orientale, che optava in prevalenza per le facoltà scientifiche, medicina in primis, ma anche scienze e farmacia (vedi tav. 3e). Tra il 1931/32 e il 1935 gli studenti polacchi, romeni e ungheresi passarono a Pavia da 18 unità a 49, con una incidenza relativa sul dato delle iscrizioni dall'estero aumentata dal 35 al 55%.

Un primo approfondimento nella casistica registrata dalle fonti dell'archivio universitario consente di identificare alcuni aspetti comuni nei loro percorsi e di ricostruire vicende e esperienze sin qui affrontate da un punto visuale complessivo e, di necessità, esterno36. Le città d'origine sono spesso le medesime: tra i polacchi molti provengono da Tarnow, molti da Bialystock, parecchi da Lvov - da quella Galizia ex-austriaca e dalla Ucraina ex-russa, ove gli ebrei erano assunti a capri espiatori delle latenti tensioni tra gruppi etnici diversi e della situazione di vulnerabilità nei riguardi di vicini ostili37 - , tra i romeni Roman, Bacau, Jassi e Bucarest ricorrono nei certificati di nascita e di residenza - dalla Moldavia e Bessarabia, che vantavano le presenze ebraiche più numerose38 - , molti tra gli ungheresi sono di Budapest e la mappa delle provenienze identifica "catene migratorie" sui generis e riproduce la geografia delle zone più a rischio nella ripresa antisemita.

Per alcuni una tappa intermedia fu la Cecoslovacchia, ove una democrazia aperta e, fino alla conferenza di Monaco, salda nel contenere i movimenti di destra, creava un clima civile più rassicurante e consentiva studi regolari agli ebrei. L'Università Carolina di Praga segnò per alcuni di loro l'esordio negli studi universitari e l'inizio di una peregrinatio academica di tipo nuovo che, a differenza dei fenomeni di mobilità studentesca del passato, traeva dall'emergenza dell'antisemitismo la sua principale motivazione39.

Nei curricula esaminati colpisce una mobilità accentuata anche tra gli atenei del Regno, con frequenti trasferimenti - a Padova, Milano, Torino, Pisa - in un circuito selezionato di università/città "ospitali". Non mancano gli abbandoni, talora connessi a difficoltà economiche. È il caso di Salomon Weinberg, da Butrus, Romania, il cui padre si rivolse direttamente al rettore di Pavia per informarlo delle leggi valutarie restrittive, introdotte dal suo governo, contro l'esportazione all'estero di divise monetarie e per chiedere un'eventuale dilazione. Weinberg cercò poi di iscriversi fuori corso, ma la domanda finì respinta per morosità nel pagamento delle tasse40.

Nei loro fascicoli, talvolta contrassegnati dalla scritta a lapis "ebreo", ritroviamo anche la traccia di una onerosa trafila burocratica e la ottemperanza diligente alle norme man mano più minuziose e complicate della procedura prevista per l'iscrizione: ai polacchi, romeni, ungheresi, ma anche lituani e "apolidi"41, si richiedono certificati originali dei comuni di nascita e documenti comprovanti le singole fasi e il profitto del curriculum seguito, con dichiarazioni autografe e corrispondenti firme legalizzate dei direttori delle scuole superiori, dei decani delle facoltà universitarie, il tutto accompagnato da relazioni informative della Camera di commercio italiana della capitale del paese d'origine e da traduzioni controllate dai nostri consolati e dichiarate conformi. Nei documenti compare quasi sempre la connotazione confessionale, con formule vaghe come "di cittadinanza romena, di nazionalità israelitica, di religione mosaica" oppure "di religione israelita".

Malgrado le difficoltà legate all'esercizio della professione in Italia, medicina e chirurgia fu la facoltà più frequentata dagli stranieri, assorbendone nel complesso dal 60 al 70%. È proprio nell'ambito degli iscritti alla facoltà medica - oscillante tra le 514 unità del 1933/'34, la punta di 565 del '34/35 e la riduzione a 491 del '37/'38 - , che si può meglio apprezzare l'effetto della legislazione razziale. Gli studenti in medicina polacchi, romeni e ungheresi, presenti nella misura del 7-8% tra il 1933 e il 1935, diminuiti al 4% nel 37/'38, scompaiono per stillicidio nel biennio successivo.

Se il compimento degli studi era, come s'è detto, consentito dalla legge, restava peraltro fissata al 1939 l'ineludibile ultima scadenza per sostenere gli esami di stato, dopo la prescritta frequenza semestrale presso un'altra facoltà medica del Regno. Nel biennio 1938-'39 si finirono così per accelerare forzatamente gli studi e la elaborazione della tesi di quanti altrimenti avrebbero perduto ogni possibilità di ottenere il riconoscimento professionale del titolo acquisito. Nelle sessioni del '38/'39 e del '39/'40 si infittiscono gli esami di laurea, che vedono candidati ebrei polacchi o romeni e talvolta la dizione "di razza ebraica" viene menzionata tra i dati anagrafici del neodottore nel diploma di laurea, firmato dal rettore. Nel 1938-'39 si laureano così in medicina Juda Charin da Bialystoch, Josif Bergmann da Gorlice, Stefano Heiler da Madocsa, Zslama Lewi e Perkal Siwa da Sieradz, tutti polacchi, a scienze Ladislao Feldmann da Enyng in Ungheria. L'anno successivo, ancora a medicina, è la volta degli studenti pure polacchi Isaak Donner da Bystra, Zigmunt Galis da Zamosc, Stefano Greiwer da Bocnia, Jakow Misler da Werba, Dawid Schwarz da Czortkow, Bruno Alt di Budapest, dei romeni Adolf Blumer da Radiu, Malamud Smuli da Secureni, Bernard Zelter da Bucarest, di Mojszesz Zajczyk di Ekaterynoslaw, per tutti nella documentazione anagrafica è citata la religione "mosaica" o "israelita" su testimonianza del rabbino della comunità e dello starosta.

Non tutti però riescono a tagliare il traguardo della laurea. Tra coloro che abbandonano gli studi perché fuori corso, la domanda di iscrizione è respinta a Mayer Iosepavici da Roman, iscritto al sesto anno fuori corso a medicina, e a Samuel Aizinstein, egli pure romeno, di Racaciuni, che, allegando motivi di salute per il ritardo accumulato nel suo percorso scolastico, inoltra invano una petizione al Ministero, per potere in via eccezionale sostenere gli esami mancanti, con la promessa di emigrare appena conseguito il titolo. Internato durante la guerra a Guardiagrele, in provincia di Chieti, e poi nel lager/ghetto di Ferramonti di Tarsia in Calabria, avrebbe alfine discusso la sua tesi di laurea nel novembre del 1946, per poi trasferirsi in California.

Un drastico veto nega il compimento degli studi ai non molti studenti ebrei di nazionalità tedesca: così Manfred Grunspecht, di Norimberga, è costretto a interrompere al terzo anno di chimica e il suo compagno Arnold Jacobius, del quarto anno, inutilmente si rivolge al Ministero per un'improbabile interpretazione favorevole del suo caso.

Non possiamo seguire qui i divergenti percorsi che ciascuno di loro, incalzato dalla persecuzione e dalla guerra, incontrò, ma qualche cenno conclusivo conviene dedicare a questa diaspora particolare, che da Pavia li coinvolse e, proprio in ragione della loro provvisoria condizione di studenti universitari o di dottori freschi di laurea, ne decise il destino.

Nel censimento dei cittadini italiani di razza ebraica contati a Pavia il 22 agosto 1938 soltanto Bruno Alt è incluso come studente universitario, godendo a quell'epoca della cittadinanza italiana poi revocata, ma altri 13 nomi sono compresi nell'elenco degli ebrei stranieri con dimora abituale a Pavia, di cui 5 di nazionalità romena, 4 polacchi, 2 ungheresi, 1 bulgaro e un apolide, tutti segnalati come studenti o laureandi in medicina.

Per alcuni la scelta fu il ritorno in patria e la condivisione della sorte dei loro familiari: la guerra, l'occupazione della Wehrmacht prima, dell'Armata rossa poi, le deportazioni. È il caso di Abraham Bergmann, laureatosi a pieni voti con Adolfo Ferrata nel 1938. L'anno successivo fu deportato e riuscì a sopravvivere fino alla liberazione per mano degli alleati. Il suo certificato di laurea, confiscatogli ad Auschwitz dalle autorità del lager - così testimoniarono due compagni di prigionia, reduci dalla deportazione insieme a lui - , fu sostituito da un'altra copia, rilasciatagli a guerra finita dal rettore della Liberazione, Plinio Fraccaro. Malato e prostrato nel fisico, Abraham Bergmann, si trasferì poi in Israele, ove, guarito dalla tubercolosi contratta nella deportazione, svolse la sua attività professionale di medico pneumologo, seguendo un indirizzo già in nuce anticipato dal lavoro di tesi, dedicato ad alcune costanti respiratorie nelle anemie.

L'emigrazione fu la via d'uscita tentata da altri, di cui conosciamo, almeno secondo le rilevazioni delle autorità municipali, una meta o, forse, una tappa intermedia: così per Emerico König fu il Siam la via di fuga, per Moise Rosenstein la Grecia, per Carlo Gerstenfeld la Francia, per Gustav Smilovici la Jugoslavia. Altri si lasciarono sorprendere a Pavia dalla dichiarazione di guerra, "per eccessiva ingenuità o fatalismo" come a posteriori ammise Dawid Schwarz, un altro medico, laureatosi brillantemente nel 1939 con una tesi sul "Cloroma"42. Conobbero l'arresto, una breve esperienza carceraria nelle prigioni di Pavia - Schwarz ricorda la promiscuità con i "comuni", la difficoltà di praticare il culto e le premure usategli durante la detenzione dalla sua compassionevole padrona di casa43 - , poi il trasferimento nei campi d'internamento per ebrei stranieri, nell'Italia centrale e meridionale, a Matera, a Guardiagrele, nel più noto Ferramonti, ove passarono Mayer Iosepavici, Samuel Aizinstein44 e Anszel Herzberg, tutti studenti dell'Università ticinense, e dove anche Dawid Schwarz si prodigò come medico, affrontando un'epidemia di tifo petecchiale e curando gli ospiti del campo, i loro sorveglianti e la popolazione civile45.

Alla fine della guerra alcuni, come Isaak Donner e Dawid Schwarz, decisero di fermarsi nel "rifugio precario", che li aveva accolti negli anni Trenta e ottennero dalla Repubblica la cittadinanza italiana; altri diplomi di laurea, conseguiti nel dopoguerra o smarriti46, e richiesti di nuovo al rettore, seguirono i rispettivi titolari nei loro nuovi paesi d'adozione, a New York, a Los Angeles, in Israele.

Quanto nell'università si percepisse tra il 1938 e l'avvio della guerra di questa silenziosa uscita di scena degli studenti ebrei, italiani e stranieri, è difficile stabilirlo a partire da questo sondaggio provvisorio in una casistica in gran parte ancora da ricostruire, anche se non è raro il caso di testimonianze autobiografiche di studenti, prima pacificamente integrati47, che datano appunto dall'entrata in vigore della legislazione razziale la prima presa di coscienza antifascista. Al contrario non manca qualche episodio a documentare un repentino adeguamento alla discriminazione antiebraica dichiarata per legge: è quanto emerge, ad esempio, dall'esperienza di Dawid Schwarz, avvertito prima dell'appello d'esame della pregiudiziale ostilità dichiaratagli da un professore-esaminatore, deciso a negargli l'approvazione proprio per la sua qualità di "ebreo e polacco". L'esame venne poi superato solo con un altro docente48.

Di una estraneità del comune sentire ai temi dell'antisemitismo si hanno comunque diverse prove anche a Pavia, con una tipologia di individuali solidarietà, che non coinvolge però mai la sfera pubblica e istituzionale49. Emblematico appare invece il gesto ricordato con gratitudine da Dawid Schwarz e Moise Rosenzweig: all'atto della loro partenza da Pavia per il campo d'internamento "il personale della stazione, e in particolare il capostazione a nome di tutti - così ne riferì Schwarz - si risentì vivacemente con i carabinieri di scorta, perché due medici, certamente amici dell'Italia dato che avevano scelto questo paese per venire a seguirvi l'università, colpevoli solo di appartenere a un paese col quale l'Italia aveva rotto i rapporti, venivano tenuti con le manette ai polsi. La sfuriata del capostazione ottenne i suoi effetti e fummo liberati dalle manette e accettati come prigionieri sulla parola"50. Contro l'umiliazione delle manette, i due giovani polacchi sono difesi proprio in nome della loro identità di allievi e poi medici dell'ateneo cittadino, qualità assunta come prova di una dignità professionale che non andava oltraggiata e di una positiva inserzione nel paese ospite che non andava misconosciuta. Ed è sintomatico che, ancora una volta, non una parola evochi il loro principale "reato" e cioè l'appartenenza alla razza ebraica, del tutto ininfluente sul comportamento del funzionario delle ferrovie.

Con questo "viatico" dell'Alma mater ticinensis i due giovani iniziavano il loro viaggio nel paese in guerra e nell'ignoto.

 

Elisa Signori

 

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