Annali di Storia delle Università italiane - Volume 7 (2003)

Studi

[English summary]

Elisa Signori
Gli studenti di Pavia dopo l'Unità: "tumulti", associazioni e impegno politico

 

Risorgimento e post-Risorgimento

Acquistando la libertà abbiamo perduto molti dei godimenti della libertà. Io mi ricordo di quando si passava il confine che stava tra la Lombardia austriaca e l'Oltrepò piemontese. Il momento del passaggio, era un momento di ansia e silenzio. Ma appena la sbarra del ponte da giallo e nera diventava bianco-rosso e verde i nostri cuori balzavano, e un grido ci erompeva dalle labbra.[...] Quando si ritornava e in fondo allo stradone si vedeva la garitta austriaca, dicevamo "manca ancora un quarto [...] mancano dieci minuti" e cercavamo in quel quarto e in quei dieci minuti di dirne contro i tedeschi il più che si poteva. Il "passaggio del confine" sarà sempre una delle mie più care memorie!1

 

Chi rievoca così il batticuore della "passeggiata al Gravellone", cioè dello sconfinamento verso il Regno sabaudo che, da Pavia austriaca, consentiva di mettere piede in una terra di idealizzate aperture liberali, è Carlo Dossi in una delle sue Note azzurre. Quel che per lui è ricordo d'adolescente, era abitudine inveterata e vietatissima agli studenti dell'università2, amanti della trasgressione, specie se come in questo caso varcare il corso d'acqua significava per molti non solo oltrepassare una frontiera politica tra due Stati, ma anche un simbolico confine tra libertà e servitù, tra progresso e stagnazione, tra italianità e dominio straniero. Sconfitta l'Austria, scomparso il confine a ridosso di Pavia, Dossi, che all'ateneo pavese studiò a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta archiviando spunti e impressioni per un irriverente catalogo dei tanti vizi e delle rare virtù degli "accademici", avvertiva non senza nostalgia il senso di un cambio di fase. Si può forse partire da questa confusa percezione di un anticlimax dal Risorgimento al post-Risorgimento per porsi alcuni interrogativi sulla temperie politico-culturale nella quale vissero gli studenti della nuova Italia.

Se era stata una stagione eroica quella che avevano vissuto i loro predecessori, fratelli maggiori e uomini adulti che magari ritrovavano ora in cattedra, alcuni dei quali, coraggiosi e coerenti, avevano scelto la via dell'impegno, passando dalla trasgressione delle regole all'opposizione politica, dalla cospirazione sino al volontariato e al sacrificio di sé, a quei tempi pericolosi era seguita la fase che noi diciamo di Nation-building e che Dossi sempre nelle Note qua e là dipinge coi toni della contenuta delusione. Ora, in questo "tempo di mediocre libertà"3 quanto mutò il mondo degli studenti, specie in un contesto come quello pavese, che era stato crocevia importante per il Risorgimento, per la diffusione delle idee e dei programmi liberali e rivoluzionari, con un coinvolgimento politico vistoso di allievi e professori, con una partecipazione intensa alle iniziative mazziniane e garibaldine? In altre parole come reagirono gli studenti a quello che Croce scrisse essere l'inevitabile passaggio dalla "poesia" alla "prosa" nella storia dell'Italia moderna, quali tensioni e fermenti segnarono quella élite dirigente in formazione, chiamata a confrontarsi con l'istituzione universitaria e le sue nuove regole, a misurarsi con le proposte culturali e scientifiche degli interlocutori docenti, maestri autentici o mediocri che fossero, e infine quanto si identificò con la società che, tra continuità e mutamento, stava cercando le vie della modernizzazione politico-economica? Questi interrogativi non si esauriscono nella messa a fuoco del rapporto studenti/impegno politico, che pure è uno dei più interessanti e discussi in quei decenni, ma comportano un approfondimento sulle forme e motivazioni dell'associazionismo degli studenti, sulla loro "sociabilità", sui cleavages che ne attraversarono la composita comunità, sui momenti di conflitto e/o di dialogo, sulle esperienze più o meno effimere di giornalismo che li videro protagonisti, prospettive tutte che qui possono essere al più sondate.

Qualche utile spunto può venire anzitutto dall'esame del più vistoso aspetto di protagonismo studentesco, quello dei "tumulti" che a tratti percorrono e scuotono come segnali di corrente elettrica il paesaggio universitario italiano.

Nelle cronache del Regno la comunità studentesca di Pavia si ritaglia uno spazio di tutto rispetto segnalandosi per vivacità comportamentale, dinamismo organizzativo e combattività, in una sequenza intermittente, ma fitta di episodi che punteggiano i primi quarant'anni di vita del rifondato sistema universitario italiano. Rintracciandone gli echi nella stampa cittadina e nazionale, seguendone le polimorfe manifestazioni fatte oggetto di vigilanza poliziesca e talvolta di sanzioni inflitte dal ministro della pubblica istruzione, confrontando le testimonianze di studenti e professori si finisce per comporre una variegata tipologia di "disordini" universitari, specchio dei peculiari problemi della comunità accademica ticinense, ma certo anche rappresentativa, in generale, degli umori e malumori studenteschi di tutto il Regno.

 

 

Town and gown

 

Potremmo cominciare dalla categoria del "town against gown", intendendo sotto tale titolo le varie modalità della interazione difficile, sino al conflitto e al reciproco rigetto, tra le diverse identità della popolazione urbana e di quella studentesca ospite: in bilico tra tradizione e modernità si riconoscono situazioni che, innescate da mutue insofferenze, specie in connessione a comportamenti che coinvolgono l'elemento femminile della società cittadina, degenerano in scontro aperto e riacutizzano irrisolti sentimenti di ostilità o di larvato antagonismo nei confronti dell'élite studiosa forestiera. È il caso della sanguinosa rissa scoppiata la sera tra il 23 e il 24 gennaio 1868 che, in occasione di un ballo in un'osteria nei pressi del ponte sul Ticino, contrappose i giovani pavesi agli studenti, con feriti gravi da entrambe le parti. Lo screzio era destinato a prolungarsi il giorno successivo con la manifestazione degli studenti in segno di solidarietà verso i compagni feriti e la provocazione dei pavesi, sino a dar luogo a un ulteriore scontro nel quale - come riferisce "Il Pungolo" - «brutali violenze da parte di alcuni popolani, usi al coltello e agli assalti notturni, furono commessi contro studenti inermi». Il torto sembrerebbe tutto dalla parte dei pavesi, se è vero quanto racconta il giornale milanese che «una turba di prepotenti, della feccia del popolo, ha provocato la scolaresca davanti la stessa Università»4. La diserzione degli studenti dalle lezioni e il tentativo di occupare l'ateneo trovò nei giorni successivi ampia, e forse eccessiva, voluta enfasi nella stampa milanese - oltre a "Il Pungolo" anche "La Gazzetta di Milano" - tanto da indurre la Giunta municipale di Pavia, ben decisa a tutelare il buon nome della città e a difenderne la vocazione universitaria, a un intervento di rettifica e di mediazione. Da un lato si provvide a ridimensionare la gravità dell'accaduto, pretestuosamente amplificato nelle cronache milanesi, dall'altro, si pregarono gli studenti di far ritorno alle aule e alla normalità, in modo da «stornar gli inconsulti propositi di chiusura» cui il ministro poteva ricorrere, evitando un intoppo ai loro studi e, nel contempo, un danno a quella «somma di interessi d'ogni natura [che] si connette alla conservazione di questo nostro splendido Ateneo», visto che «la città e la provincia nostra se ne avvantaggia»5. L'invito sembra essere stato accolto, dal momento che non v'è traccia di strascichi disciplinari in quell'anno.

Un incidente così grave non si sarebbe più ripetuto, ma apparentati a questo, su un piano di venialità, potremmo ricordare le intemperanze studentesche, fatte di schiamazzi notturni e di piccoli vandalismi, specie nei pressi dei postriboli, episodi tutti privi di conseguenze ma spesso segnalati, ad esempio nel 1861, e controllati da vicino dalle autorità6. Come spesso accade nell'indagare vicende universitarie, sotto i nostri occhi pare qui aprirsi una prospettiva di longue durée, nella quale s'inscrivono dinamiche di reciproca provocazione e intolleranza, sulla cui casistica, assai mossa nel passato, talvolta beffarda e talvolta cruenta, Mariano Mariani, professore e preside a Giurisprudenza oltre che cultore di memorie universitarie, avrebbe intrattenuto il pubblico cittadino con un brillante ciclo di conferenze nel 1899, rievocando i comportamenti eccessivi, gli scherzi e le prepotenze, la licenziosità e gaiezza degli studenti pavesi del secolo XV7.

Tuttavia, l'anomalia di un tempo apparentemente sospeso o metastorico, che sembra far da sfondo all'incidente del 1868, si corregge quando si presti attenzione al latente contenzioso tra Pavia e Milano, un dato questo che provvede a darci il senso di connessioni precise: con il primo decennio postunitario anzitutto e con la fase di travagliata applicazione e aggiustamento della legge Casati. Come è noto, in forza del suo art. 52 e dei successivi interventi voluti dal ministro Matteucci, la Facoltà filosofica, scorporata dall'Ateneo pavese, era stata istituita a Milano nell'Accademia scientifico-letteraria e alcuni insegnamenti della Facoltà di scienze - ad esempio, la geometria applicata, la meccanica razionale, l'idraulica e l'idrometria, la geodesia teorica, - soppressi a Pavia, erano stati attivati presso l'Istituto tecnico superiore fondato nel capoluogo lombardo. Come aveva scritto nel 1862 un altro giurista pavese, Costanzo Ciani, in un opuscolo fortemente critico sulle scelte di Matteucci «si commise lo sconcio di separare gli studi teorici dai pratici» e pertanto si «tradì il concetto proprio dell'Università medesima», vale a dire la solidarietà e interconnessione dei saperi scientifici, da sempre valori fondanti di una università completa e di antica tradizione come quella di Pavia8. Basti questa citazione a dare il senso di una "questione universitaria" aperta, terreno di un confronto teso tra Pavia e Milano, ma soprattutto di una lunga strategia di pressione politico-istituzionale tra periferia e centro del sistema universitario, coronata solo nel 1879, auspice Benedetto Cairoli e regista effettivo il ministro Michele Coppino, dalla reintegrazione della Facoltà pavese di Lettere e filosofia9. È questo un leit-motiv del clima universitario di quei decenni - ma, vinta la battaglia sulla Facoltà di lettere, l'impegno autopromozionale e difensivo di fronte alla minacciosa concorrenza milanese sarebbe divenuto una costante nella storia dell'Ateneo di primo Novecento - sul quale non conviene in questa sede soffermarsi, se non per notarne, di passata, l'intreccio con la storia della comunità accademica, studenti compresi.

 

 

Proteste "corporative"

 

Un nesso puntuale con le iniziative legislative di riforma, rettifica o ritocco, nonché con l'applicazione di regolamenti e circolari nel contesto dell'istruzione superiore si ritrova in tutti gli episodi di mobilitazione studentesca che potremmo archiviare sotto il titolo della "protesta corporativa": in tale casistica si possono distinguere iniziative di carattere solo locale, volte a difendere interessi particolari degli studenti di Pavia, e altre indotte dall'esterno, ossia motivate dalla solidarietà verso i colleghi di altri atenei e dalla condivisione delle loro richieste, in una rete, ancora a larghe maglie e volta per volta ricucita, di rudimentale coordinamento organizzativo e nella prospettiva, alquanto confusa e generica, di una comune consapevolezza rivendicativa.

Di questo secondo tipo sono le agitazioni dell'aprile 1864 che ebbero come epicentro l'Università di Torino e come oggetto la nuova disciplina degli esami, introdotta per regolamento da Matteucci e avviata a concreta applicazione da Michele Amari, suo successore alla Minerva. Che gli studenti di Torino recitino in quegli anni un ruolo di battistrada è abbastanza comprensibile data la contiguità dell'ateneo con le istituzioni di governo nella città-capitale del Regno, né stupisce che tra Torino e Pavia funzioni una sorta di implicito gemellaggio, che fa rimbalzare dall'una all'altra università il segnale dell'agitazione e le accomuna poi nella sanzione che, d'ordine del ministro, decreta la chiusura di entrambe. Quanto poi fosse decisivo il rigetto della nuova disciplina negli esami e quanto invece incidesse l'indignazione per la repressione manu militari della protesta studentesca - la carica di un battaglione di bersaglieri aveva sbaragliato il tumulto degli studenti torinesi, poi arrestati in gran numero -, è difficile da stabilire. Certo è che a Pavia il malumore, manifestato con lo sciopero dalle lezioni, fu meglio controllato e non diede luogo a scontri con la forza pubblica. Forse a tale moderazione si dovette pertanto la scelta del ministro di consentire «a chi desse guarentigia di sé»10 di sostenere gli esami nonostante la chiusura dell'ateneo. La tattica adottata, mentre mirava a dividere tra loro gli studenti e a indebolirne la compattezza, apriva concrete possibilità di conciliazione, una volta che si fossero definiti, come poi avvenne, "agitatori estranei" i responsabili della protesta, in modo da rendere plausibile il decreto di riapertura dell'ateneo. In quell'occasione il ministro decise di non cedere di un pollice, dando prova di una fermezza che in altre situazioni si preferì non osservare.

Una voce pressoché onnipresente nei cahiers de doléances degli studenti riguarda infatti proprio le sessioni d'esame: si trattava di un ambito nel quale a lungo le consuetudini dei singoli atenei, consolidate dal tempo e risentite come un diritto acquisito dagli studenti, si erano contrapposte ai tentativi di regolamentazione del legislatore. Ma, a partire dal regolamento generale universitario voluto da Coppino e introdotto nell'ottobre 1876, ogni incertezza normativa era stata fugata, definendosi una volta per tutte, nel capitolo IV, l'obbligo di tenere una sola sessione d'esame, divisa in due periodi, l'uno al termine delle lezioni, l'altro al principio dell'anno accademico seguente, con la precisazione che in questo secondo si sarebbero esaminati gli studenti non presentatisi al primo o in quello non approvati11. Se il regolamento suonava chiaro e perentorio, lasciando agli atenei soltanto la scelta delle date nel calendario degli appelli, non perciò il problema fu allora risolto. Si può dire anzi che si cronicizzò la tendenza da parte degli studenti a chiedere sessioni straordinarie, specie a febbraio-marzo, magari con l'escamotage di farle figurare semplici proroghe della sessione ordinaria autunnale. Ne nacque un negoziato stagionale e quasi rituale, protagonisti fissi gli studenti in agitazione più o meno incisiva, interlocutori i rettori e il ministro, variamente attestati su posizioni di arrendevolezza o d'intransigenza, non senza attriti e contraddizioni tra gli uni e l'altro. Nelle sedute del Consiglio accademico di Pavia, la discussione sulla sessione d'esami straordinaria compare spesso all'ordine del giorno, in genere tra fine gennaio e i primi di marzo, ogni volta dando luogo ad un'inchiesta presso gli altri atenei per cogliervi i segnali dell'orientamento prevalente, ogni volta ripresentandosi l'incognita delle decisioni del ministro. Non è raro cogliere al proposito espressioni di disagio per «la situazione umiliante» riservata alle autorità accademiche, la cui linea di rigore era talvolta condivisa e rafforzata dal ministro, come nel 1893, talvolta smentita dalle sue benigne concessioni, come nel 189412. In quest'ultimo caso l'eccezione tollerata per Torino - ove furono ammessi ad una sessione primaverile ad hoc i laureandi cui mancassero due soli esami -, fu il segnale per la protesta degli studenti di Pavia che «tumultuarono», salvo sgombrare senza incidenti l'ateneo quando il rettore Camillo Golgi ne dispose la chiusura. Viceversa nel 1898 il ministero diede l'indicazione opposta, perché le sessioni straordinarie fossero concesse ovunque, senza discriminazioni13. Ancora nel discorso inaugurale dell'anno accademico 1902-1903, da poco avviata l'attuazione del nuovo regolamento universitario firmato dal ministro Nasi, suonava come un blando auspicio quanto osservava Golgi, sempre rettore a Pavia: «A proposito dei periodici turbamenti universitarii, io confido che le disposizioni riguardanti gli esami contenute nel nuovo Regolamento ne tolgano l'occasione. Infatti, dal momento che, secondo l'articolo 114, gli studenti che, per giustificati motivi, sono impossibilitati a fruire delle sessioni ordinarie, possono ottenere di fare esami fuori del periodo delle sessioni, colla sola limitazione della non interruzione delle lezioni, ogni motivo di agitazione per causa d'esami d'esami viene ad esser tolto»14.

Che l'agitazione per le sessioni d'esame restasse invece endemica in tutte le università anche in età giolittiana lo provano le periodiche voci d'allarme contro «l'anarchia universitaria» apparse nelle riviste specializzate, nonché le discussioni relative che approdarono anche in sede parlamentare. Basti qui ricordare l'autorevole proposta del ministro Vittorio Emanuele Orlando che, nel 1904, vagheggiava al proposito una liberalizzazione completa, una sorta di «sessione aperta permanente», felicemente collaudata, a suo avviso, tanto nelle celebrate università tedesche, quanto, ad esempio, nell'Università di Napoli, da sempre recalcitrante al sistema delle sessioni rigide. Dunque, per lo studente proponeva piena libertà di scelta circa il momento in cui essere esaminato e per «il professore - suggeriva Orlando - in luogo di dar due o tre lezioni la settimana e far poi vita veramente disgraziata nei mesi di luglio e ottobre, nei quali è proprio degno di compassione, darà esami in tutto l'anno, destinando ad essi tre o quattro giorni al mese». Al riguardo annunciava l'imminenza di un progetto di legge «che riformi in questo senso e che la faccia finita con le ribellioni degli studenti per terze e quarte sessioni»15.

D'indole analoga, per stagionalità e intensità, sono i disordini studenteschi per l'anticipazione delle vacanze: mezzo secolo e più di vita universitaria italiana ne sono fittamente punteggiati, tanto da farli apparire una sorta di fisiologica manifestazione in prossimità delle vacanze natalizie, del carnevale e della fine dei corsi a maggio-giugno. La dinamica è sempre la stessa e a riferirne sono, ad esempio, i reclami scritti inviati dai professori al Consiglio accademico, quasi ogni anno invitato a discuterne e a prendere provvedimenti: nella speranza che, diminuendo il numero delle lezioni, diminuisse proporzionalmente il programma della materia da preparare per l'esame, gli studenti rumoreggiavano, impedivano con la violenza le lezioni, bloccavano l'ingresso alle aule, che venivano poi fatte sgombrare d'autorità e la riapertura rinviata a dopo le vacanze. Deterrenti efficaci sembravano non trovarsi tant'è vero che, ancora nel 1898, si discusse nel CA di Pavia se fosse il caso di coinvolgere le famiglie per un richiamo degli studenti alla correttezza, se si dovessero colpire gli allievi con il rifiuto della firma di frequenza, essenziale soprattutto per chi aspirava alla dispensa delle tasse e per chi godeva del beneficio dei collegi di merito, di richiamare tutti i professori al dovere di usare la loro autorità per impedire le diserzioni collettive dalle lezioni, di invocare sanzioni disciplinari contro «il disordine che si è reso abituale sempre più, in guisa da ridurre assai il numero delle lezioni nei vari corsi e renderli forzatamente incompleti, con grave offesa dell'istituto dell'Università e danno degli studi»16.

 

 

"Cattivi regolamenti", discrezionalità e conflitti di competenza

 

I lamenti rassegnati e i richiami perentori all'ordine paiono equilibrarsi in una dinamica dalla quale conviene forse trarre qualche osservazione di carattere generale.

Non avevano certo torto Bolton King e Thomas Okey quando giudicando dall'estero le università italiane osservavano: «la vita universitaria è rosa dall'inosservanza delle leggi, che ogni primavera conduce a tumulti periodici e obbliga alla chiusura di più o meno università»17. Per i due osservatori stranieri la radice del male stava nei "cattivi regolamenti" imposti dallo Stato, ma anche nel latente conflitto di competenza che contrapponeva le autorità accademiche, e in primo luogo il rettore, alle civili, ossia prefetto e polizia. «La polizia - spiegano i due autori - non può intervenire senza il consenso del rettore e questi rifugge da un atto pel quale sembra che venga a confessarsi incapace di mantenere l'ordine [così] gli studenti trionfano»18. L'analisi tocca acutamente aspetti importanti, sia pure in un'ottica di parziale comprensione dei problemi che la patologia dei 'disordini' rendeva evidenti.

Alla generale inosservanza delle leggi concorrevano molti e diversi fattori, non tutti immediatamente manifesti. Era vero che regolamenti eccessivamente rigidi e severi in astratto si confermavano nella prassi difficili da applicare con fermezza, tanto più quando si consideri che gli studenti disponevano di un formidabile strumento di pressione per indurre alla condiscendenza le università, tutte più o meno preoccupate del loro futuro: la scelta di trasferirsi altrove.

Noi assistiamo con meraviglia e dolore - osservava ancora a fine secolo il già citato Mariani - al continuo pereregrinare degli studenti, non in cerca di migliori professori, ma per iscriversi là dove è facile violare l'obbligo della frequenza alle lezioni e trovare professori che non affaticano troppo sé e gli scolari, o che godono fama di soverchia indulgenza. E la peregrinazione può ripetersi in un solo anno più volte e non soltanto nei primi due mesi, termine concesso dal Regolamento, perché nelle due sessioni d'esami le segreterie faticano ad emettere congedi che potrebbero chiamarsi d'andata e di ritorno19.

La deprecatio temporum del giurista pavese mette a fuoco un particolare del costume studentesco nel quarantennio postunitario che proprio a Pavia assumeva un'importanza cruciale. Uno sguardo al trend delle iscrizioni, dalla Casati in poi, ci consente di cogliere un percorso tutt'altro che rettilineo, connotato da un vistoso ridimensionamento della popolazione studentesca in tutti i primi vent'anni del Regno20. Dai 1475 studenti registrati nel 1859-60 si era giunti a 597 unità nel 1875-76, record negativo per Pavia, con una perdita del 60% rispetto al dato iniziale. La ripresa era stata poi lenta, consolidandosi negli anni della Sinistra al governo, fino a riguadagnare un migliaio d'iscritti a metà degli anni Ottanta. In tal modo l'andamento della popolazione studentesca dell'ateneo ticinense era risultato per lo più in contro-tendenza rispetto a quello generale del sistema universitario italiano, che non aveva conosciuto crolli così vistosi ed era cresciuta moderatamente nel corso del decennio 1866-76, salvo una flessione negli ultimi due anni. L'incremento conseguito a Pavia negli anni Ottanta, risultante da un'aumentata offerta didattica a diversi livelli - ad esempio nelle scuole per aspiranti ostetriche, nei corsi di notariato e di magistero - si protrasse poi fino a toccare ai primi del Novecento l'acme con i 1743 iscritti dell'anno 1907-08. Abbiamo già accennato al campo di tensione che, a proposito di politica universitaria, opponeva Pavia a Milano: sulle sponde del Ticino quella dinamica concorrenziale fu in parte recepita come una lotta per la sopravvivenza e, in assenza di garanzie sicure sugli orientamenti futuri di ministri e governi, oltre a valorizzare le benemerenze 'storiche' dell'ateneo - il prestigio dell'antichità, le glorie scientifiche e patriottiche - era necessario confermare con i dati dell'afflusso studentesco la capacità d'attrazione della scuola pavese per scongiurare altre possibili menomazioni e scorpori.

Nelle discussioni interne del CA la preoccupazione di perdere studenti è un leit-motiv costante e molti docenti pavesi si trovarono in diverse occasioni d'accordo nel ritenere che il rischio di una emorragia di studenti, pronti a cercare in altri atenei maggiore elasticità e indulgenza, fosse un prezzo troppo alto da pagare per una severa applicazione dei regolamenti21.

Del resto, il dualismo tra il profilo 'alto' dell'attività legislativa e il ricorso a una prassi di aggiustamenti e deroghe caso per caso era riscontrabile anche a livello ministeriale e, come s'è visto, veniva dall'alto l'esempio di una ampia 'discrezionalità', volta ad ammorbidire il rigore teorico dei regolamenti vigenti. Confrontandosi con un sistema universitario che era un mosaico di particolarismi la classe dirigente liberale, pur perseguendo i propri obiettivi di modernizzazione, si attenne spesso a una linea di duttile disponibilità al compromesso, che scaturiva da una precisa esigenza di conservazione del consenso, a sua volta dato di fondo imprescindibile in un paese come l'Italia, "nazione tardiva" e attraversata da molte fratture.

Infine, sul rapporto larvatamente conflittuale esistente tra autorità accademiche e autorità civili, il discorso appare più articolato di quanto non sembrasse a King e Okey, proiettandosi, da un lato, sull'identità plurisecolare di un'istituzione che nel tempo aveva elaborato una gelosa volontà di autonomia e separatezza dalla società politico-civile, dall'altro, rimandando a una difficoltà permanente di dialogo, fondato su differenti valutazioni di merito e di metodo. "Chiamar la forza" per sgombrar le aule fu a Pavia, come in altre sedi, un'extrema ratio cui raramente e sempre controvoglia si fece ricorso, soprattutto perché l'autorappresentazione dell'università, in parte modellata dal mito dell'universitas medievale, era quella di una comunità che si autoregolava, un ambito di lavoro e di studio che trovava in sé gli strumenti per dirimere gli attriti e conservare la necessaria armonia interna. Di qui il tenace attaccamento a una sorta di extraterritorialità che ciascun ateneo a modo suo difendeva22. Basti al proposito accennare alla prolungata pressione delle autorità accademiche pavesi per ottenere l'abolizione della servitù di passaggio che il Comune vantava attraverso il palazzo centrale universitario. La cosiddetta strada delle catene, retaggio di un passaggio preesistente all'allargamento dell'università, che aveva inglobato il convento del Leano, fu una spina nel fianco per il CA, ancora a fine secolo strenuamente seppur vanamente impegnato a ridare al palazzo universitario uno spazio anche fisicamente in sé concluso, compatto e appartato dalla vita cittadina23.

Quanto alla difficoltà d'intesa tra istituzione accademica e apparato periferico dello Stato è questo il terreno sul quale si avverte più forte il senso della continuità col passato: con una metafora si potrebbe dire che negli otri nuovi ristagna vino vecchio e cioè che la vigilanza espletata dai rappresentanti del nuovo Regno d'Italia ricalca vecchi schemi di comportamento repressivo e un approccio di pregiudiziale diffidenza. La logica ispiratrice di tanti interventi di prefetto, questore e polizia lascia intravvedere una forte affinità con quella degli ultimi decenni dell'imperial-regio governo austriaco: l'università continua a rappresentare un problema di ordine pubblico e gli studenti, politicamente inaffidabili, un potenziale elemento di destabilizzazione. In tale ottica il confronto con la comunità accademica non poteva non essere difficile, a tratti precluso, a tratti conflittuale.

 

 

Tra rivendicazione e impegno politico

 

Un "tumulto" del 1862, ancora in parte ascrivibile alla tipologia della "protesta corporativa", illustra bene queste dinamiche. Il nodo venuto al pettine nei giorni del 13, 14 e 15 giugno era quello della doverosa perequazione delle tasse, d'iscrizione e di laurea, richieste agli studenti delle università del Regno in modo tutt'altro che uniforme. A Pavia, che figurava con Torino tra gli atenei più costosi, per la laurea si pagavano 800 lire (circa 2500 euro), altrove, ad esempio a Parma e a Modena, fino al 75% in meno. Profittando, dunque, dell'opportunità garantita dalla legge Casati di trasferirsi liberamente in altre università, gli studenti di Pavia si spostavano per la laurea negli atenei dell'Emilia realizzando notevoli economie, ma non senza gravi inconvenienti, connessi all'eterogeneità dei regolamenti interni delle singole sedi e alla difficoltà per segreterie ancora poco organizzate di controllare adeguatamente il curriculum dei laureandi venuti da fuori e prevenire abusi e falsificazioni. A posteriori il ministro Matteucci quantificò in alcune centinaia di casi l'esodo studentesco da Pavia che, per l'anno in corso, riguardava praticamente tutti i laureandi della Facoltà legale24. Con un primo giro di vite l'11 giugno una nota ministeriale era allora intervenuta per disciplinare e controllare la massiccia emigrazione: prerequisiti per trasferirsi diventavano infatti il parere del rettore e quello del ministro, nonché l'avvenuto superamento di tutti gli esami speciali. Apprendiamo i particolari della protesta studentesca che ne seguì dal dettagliato resoconto dello studente di Legge Napoleone Perelli, incaricato dai colleghi di mettere per iscritto una cronaca dell'accaduto, poi data alle stampe. Inizialmente era stato preso di mira Luigi Cossa, celebrato docente di economia politica, che «col modo esplicito e sardonico di chi non ha il talento dell'ironia» aveva minacciato: «emigrino, emigrino pure, perché io sarò rigorosissimo, io cavillerò, io li tartasserò, i miei esami non saranno commedie». Fischi, schiamazzi e interruzioni di lezioni avevano commentato questa sua vera o presunta invettiva, poi la mediazione del rettore Barinetti aveva convinto gli studenti a formalizzare il loro dissenso verso la nota ministeriale con un telegramma, nel quale si richiedeva la revoca delle nuove norme restrittive. Nella dinamica dei disordini si inseriva però l'inopinato intervento del questore e dei reali carabinieri, che sembrò cogliere nella mobilitazione degli studenti una valenza di opposizione politica.

La tema che la questione scolastica fosse creduta politica - spiega la Relazione degli studenti - indignò talmente noi giovani ardenti di patrio entusiasmo, che unanimi lo [il Questore] respingemmo dalla Università, rispettandolo però non appena si cinse sulla pubblica via della sciarpa tricolore[...]. I Reali carabinieri si ritirarono dietro semplice invito ed il loro Maggiore ebbe i nostri applausi perché garantiva che nessuno de' suoi armati avrebbe oltrepassato la soglia della Università. Lo stesso rettore si recò in persona a protestare contro l'illegale intromissione della pubblica forza dichiarandosi responsabile nel recinto della Università della condotta degli Studenti25.

Da parte sua il ministro, con un dispaccio del 14, rimise al rettore la responsabilità dell'applicazione dei provvedimenti e gli umori s'inasprirono: assemblee, occupazioni e sciopero dalle lezioni accompagnarono la decisione degli studenti di non cedere, «convinti della forza di un diritto in faccia alla Nazione» e «fu giurata fra di noi nuovamente quella solidarietà che deve legare la gioventù italiana e nelle aspirazioni e nel diritto, come la legava nei sacrificj sul campo». Nella Relazione il rettore è descritto come «premuroso avvocato» della causa degli studenti - forse troppo, secondo Matteucci, come risulta dal successivo dibattito parlamentare - e, quando questi si fece portavoce del ministero riferendone l'intenzione di eliminare le difformità di tassazione tra sede e sede, applausi e toni trionfalistici suggellarono il successo ottenuto nell'assemblea studentesca. «Compatti e fiduciosi noi attendiamo adesso - scrivono gli studenti - dalla giustizia del Nazionale Parlamento quei provvedimenti che appagando le nostre esigenze serviranno all'incremento della scienza ed a vieppiù rendere sacro il voto col quale ebbero fine le nostre assemblee, l'unione»26. A ridimensionare il sapore della vittoria venne invece il R. Decreto n. 664 del 23 giugno 1862, che notificava la chiusura anticipata dell'anno scolastico nell'Università di Pavia e l'avvio di procedure disciplinari a carico degli studenti, censurati dal Ministro per gli «iscritti a stampa», «i tumulti e le violenze». Il punto di vista di Matteucci era diametralmente opposto a quello degli studenti: se era condivisibile la richiesta di uniformare le tasse, era inaccettabile che gli animi si fossero accesi, che si fossero tenute riunioni nell'Aula Magna, con discussioni «vaghe e generali» di contenuto politico, che il rettore avesse usato indulgenza e soprattutto che ad opera di studenti si fossero stampate pagine cui il ministro alludeva con espressioni forti, come «cinismo» o «aberrazione e pervertimento morale»27. Concluso anche il processo disciplinare28 a carico del principale responsabile, il citato Napoleone Perelli, l'episodio conobbe come s'è detto un ulteriore strascico, con l'interrogazione parlamentare rivolta da Ruggero Bonghi a Matteucci qualche giorno più tardi. La discussione non presenta novità di rilievo se non nella precisazione del ministro che la matrice politica dei disordini andava ravvisata nell'influenza sobillatrice dei "clubs democratici". Ad essi era imputato infatti di «attirare la scolaresca con malizia» per «immischiarli nella politica e [...] spingere gli studenti ad un mestiere che non è il loro». Il fuoco del dibattito venne così allontanandosi dal problema delle tasse - alla cui uniforme definizione provvide la legge del 31 luglio 1862 n. 719 - per affrontare un tema-chiave della politica universitaria e cioè la liceità delle associazioni degli studenti e il loro rapporto con i movimenti politici. Le posizioni su questo argomento erano ben chiare. Bonghi, che pure si era impegnato in una difesa d'ufficio degli studenti pavesi - «io sono stato nell'Università di Pavia, conosco quei giovani e so che sono giovani eccellenti, pieni d'amore per lo studio, pieni d'ardore pel Paese» - era perfettamente d'accordo con Matteucci nel pensare che la politica fosse una perniciosa contaminazione del milieu studentesco. Ad entrambi si contrappose, invece, Francesco Crispi che da un lato, con una fuga in avanti caduta nel vuoto, auspicava non solo la equiparazione delle tasse, ma la gratuità degli studi che ne favorisse l'accesso a tutti, dall'altro rivendicava agli studenti un ruolo di primo piano nelle lotte risorgimentali e sottolineava come fosse impossibile chiedere loro il disinteresse per «il movimento nazionale» e «impensabile che la loro educazione politica non dovesse farsi insieme all'educazione scientifica»29.

 

 

Bando alla politica?

 

La discussione parlamentare del 1862 costituisce un primo segnale d'attenzione al problema dell'impegno politico degli studenti e del controllo dell'attività delle loro associazioni, che condusse, nel corso degli anni, all'adozione di misure progressivamente più incisive per inibire entro il perimetro universitario qualsiasi interferenza di carattere politico. Già nel Regolamento generale universitario introdotto dal ministro Coppino gli articoli 58 e 59 condizionavano la libertà di riunione degli studenti dentro l'università al permesso del rettore e specificavano per loro il divieto assoluto di «censurare o giudicare la condotta delle autorità dirigenti l'istruzione pubblica e le autorità e i professori universitari»30. Unici argomenti leciti di discussione erano quelli inerenti agli studi e, in caso di disturbo alla vita universitaria, i partecipanti alle riunioni dovevano essere ammoniti o, se recidivi, puniti.

La piena giurisdizione disciplinare delle autorità accademiche nello spazio fisico degli "stabilimenti scientifici" venne poi riconfermata e rafforzata dal ministro Baccelli nel dicembre 1882 con una circolare sulle "adunanze degli studenti", che richiamava rettori, direttori e presidi a vegliare affinché le università e gli istituti non fossero ad altro consacrati che «allo studio delle scienze»31. L'Università di Pavia si affrettò a recepire tali indicazioni nel proprio statuto che, anzi, all'articolo 10 drasticamente proibiva non solo le associazioni politiche degli studenti nella università, ma «parimenti quelle associazioni fuori dell'Università che da essa prendano occasione e nome, sotto pena della perdita dell'anno scolastico». Quanto alle riunioni studentesche, l'autorizzazione del rettore doveva essere richiesta e data per iscritto e l'ammissione al luogo dell'adunanza rigorosamente riservata ai soli studenti iscritti32. Il quadro normativo, così definito tra gli anni Sessanta e Settanta, appare complessivamente abbastanza rigido e conviene allora domandarsi se la realtà associativa studentesca giustificasse la logica repressiva e inibitoria che lo ispirava.

A tal riguardo la città dei fratelli Cairoli, nome simbolo di ascendenze garibaldine, a lungo feudo elettorale dei liberal-radicali - come Benedetto Cairoli appunto - e poi dei radicali tout-court con Roberto Rampoldi, era senza alcun dubbio un contesto congeniale allo sviluppo di esperienze associative studentesche di ispirazione democratica, laicista, repubblicana e antimoderata. Un "Circolo democratico degli studenti in Pavia", attestato dal dicembre 1861, fu in contatto con Carlo Cattaneo e Agostino Bertani, annoverò tra i soci fondatori l'allora mazziniano Osvaldo Gnocchi Viani e contò tra i suoi membri alcuni dei futuri leaders della democrazia radicale, da Carlo Romussi a Giuseppe Marcora33. Una componente studentesca ritroviamo pure nel "Circolo popolare", costituitosi nel luglio 1871, acclamando Giuseppe Garibaldi suo socio onorario, in quello intitolato "Pensiero e Azione", fondato un anno dopo, con una accentuata connotazione mazziniana, come pure nella sezione pavese della Società dei liberi pensatori, di cui era magna pars Giulio Lazzarini, professore all'università, nonché rappresentante degli studenti liberi pensatori all'Anticoncilio di Napoli del 186934. Un "Comitato degli studenti" risulta ancora a Pavia nel 1871 come promotore della sottoscrizione a favore delle vittime della guerra franco-prussiana e nel 1880 è segnalato un "Circolo degli studenti repubblicani dell'Università di Pavia". Insomma, per tutti gli anni Sessanta e Settanta, una componente studentesca appare elemento peculiare e significativo di quella cultura politica cittadina che, identificandosi ancora coi valori di un Risorgimento antimoderato e antimonarchico, tra i due poli ideali dell'eredità mazziniana e garibaldina, coltivava atteggiamenti critici prima nei confronti della Destra al governo, poi del trasformismo depretisiano. Nella topografia associativa che allineava la Palestra civica della Società ginnastica pavese, l'Associazione dei reduci delle patrie battaglie e la Società operaia di mutuo soccorso, gli studenti furono dunque una presenza visibile e benaccetta35.

Non è un caso che nel 1867, dopo Villa Glori e Mentana, gli universitari avessero animato le manifestazioni cittadine di intonazione antigovernativa e antifrancese, provocando l'intervento della forza pubblica e suggerendo alle autorità l'opportunità di un rinvio dell'inaugurazione dell'anno accademico36. Qualche anno più tardi - ma non si dimentichi che il 1870 era stato a Pavia l'anno del "Patatrac"con il tentativo fallito di assalto alle caserme cittadine e la fucilazione di Pietro Barsanti - il 19 marzo 1871 ritroviamo anche un gruppo di studenti nel corteo cittadino che, inneggiando a Mazzini e a Garibaldi, attraversava la città, suscitando l'intervento della polizia in armi. Mentre la Prefettura ipotizzò un conato di ribellione popolare, aizzata da studenti e garibaldini, la stampa d'opposizione è concorde con la versione degli studenti nel dipingere il quadro di una risposta violenta e sproporzionata della forza pubblica alla sfilata dei cittadini inermi: il bilancio di sette studenti arrestati, cinque dei quali poi rilasciati, su richiesta dell'Associazione Universitaria, e due rinviati a processo «per ingiuria ai pubblici funzionari», chiude l'episodio che potremmo archiviare, come il precedente, nella casistica della "mobilitazione politica degli studenti"37.

Tutto farebbe pensare, dunque, che i regolamenti sopra citati, volti a tenere politica e scuola come dimensioni d'impegno rigorosamente distinte, non comunicanti e persino incompatibili, si proiettassero su un universo studentesco nutrito di umori politici anticonformistici e di simpatie democratiche. Tra i poli più significativi di tale identità politica alternativa e vivacemente antagonistica un ruolo di tutto rilievo spetta al Collegio Ghislieri descritto da chi lo frequentò come una vera 'fornace' di idee nuove, epicentro di irrequietezza e di spirito di fronda38. Diverso per criteri di reclutamento dal Collegio Borromeo, la cui comunità studentesca appariva più tranquilla e docile all'autorità, il Ghislieri fu nella seconda metà del secolo teatro di vivaci contestazioni interne - contro il regolamento e le sue anacronistiche imposizioni, contro i rettori, che vi si succedettero in un accelerato turn over - ma soprattutto luogo di formazione di un'élite intellettuale e politica capace di incisiva e creativa presenza nell'orizzonte della vita cittadina, nonché di successive e significative affermazioni sulla scena nazionale39. Basti qui accennare a tale peculiarità della comunità collegiale, che fu durevolmente elemento di punta della "studentesca pavese" e appare tuttora dal punto di vista storiografico un case study meritevole di ulteriori approfondimenti.

 

 

Stampa e associazionismo studentesco

 

Un punto d'incrocio interessante tra giornalismo e associazionismo universitario è costituito dall'esperienza pavese de "L'Ateneo Lombardo", un bisettimanale apparso con qualche irregolarità tra il 15 dicembre 1870 e il 15 maggio 1872, redatto, come si legge nel sottotitolo, da studenti della Università di Pavia. Concepito non come una tribuna di battaglia politica, ma piuttosto come luogo di discussione e riflessione su temi di largo respiro, dalla politica estera a quella interna, dalla 'questione femminile' all'istruzione ed educazione popolare, "L'Ateneo" si proponeva una finalità di autoeducazione alla maniera socratica - «educhiamoci a vicenda per distoglierci dalla vita incresciosa e ciarliera dei caffè»40 - lungo un asse ideale che potremmo definire di laicismo liberale, di radicalismo democratico e di fede positivista e scientista. Non mancava al periodico un carattere di zibaldone di "cose universitarie" con le rubriche fisse dedicate ai professori, stigmatizzati per comportamenti severi o eccessivamente fiscali, messi senza pietà alla berlina quando sembrassero tronfi o incompetenti, applauditi, di rado, per capacità didattica e serietà, né si rifiutavano parti poetici e letterari, selezionati con criteri estetici assai eclettici, dal gusto tardo-romantico al realismo sociale al genere noir.

Tra i temi qualificanti, sia pure in un'oscillazione di toni che riflette gli avvicendamenti del gruppo redazionale, si segnalano i timori per lo strisciante declino dell'ateneo ticinense a favore degli istituti milanesi, imputato alla politica dei moderati e combattuto vivacemente, la protesta per il miglioramento di attrezzature cliniche, di laboratorio e didattiche, la proposta di riforme per vari ambiti disciplinari, nonché un impegno di anticlericalismo militante e, in qualche collaboratore, oltranzistico.

Le pagine de "L'Ateneo" illustrano assai bene la genesi e l'evoluzione dell'Associazione Universitaria di Pavia, fondata nel marzo del 1871 e forte di oltre 300 adesioni, nata simultaneamente ad altre omologhe di diverse sedi universitarie e, d'accordo coi colleghi di Pisa, Siena, Ferrara, Camerino, Roma, proiettata verso l'obiettivo di una costituenda Associazione Universitaria Italiana41. Va subito detto che tale esito non venne raggiunto anche se l'Associazione pavese resse volenterosamente per qualche tempo le fila e il coordinamento di quel tentativo, destinato a concretizzarsi in anni successivi e sotto diversa egida, ad esempio, nel contesto politicizzato della Federazione democratica delle associazioni studentesche, che celebrò a Pavia nel 1890 il suo terzo congresso universitario nazionale, o in quello dell'utopia irenica e cosmopolita della "Corda Fratres", fondata a Torino nel 1898 e a Pavia attestata da un Consolato attivo all'inizio del secolo.

Proprio il progetto di una rappresentanza studentesca organizzata e tendenzialmente estesa a tutta la realtà universitaria del Regno, capace oltretutto di diffondere le proprie idee con fogli a stampa, dovette suonare allarmante in sede politica, al punto da suggerire a Ruggero Bonghi l'opportunità di un'interpellanza al ministro per l'istruzione allora in carica, Cesare Correnti. La discussione seguitane esemplifica bene l'idea che la classe dirigente liberale aveva della condizione studentesca, dei diritti e doveri ad essa inerenti, del suo ruolo sociale e merita di essere brevemente ripresa anche perché suscitò la replica irritata degli studenti pavesi. L'ipotesi di un'assise nazionale degli studenti universitari, prevista per il settembre 1871 a Firenze - e poi effettivamente tenutasi in quella sede - appariva a Bonghi pericolosa almeno per due motivi: in primo luogo, perché lasciava intendere la volontà degli studenti di attribuire alle loro associazioni «una funzione legale» di rappresentanza all'interno dell'università, «in una relazione costitutiva e normale colle autorità che devono governarle» e, in secondo luogo, perché lo spirito che animava tali associazioni era «davvero pessimo», «malsano», «vizioso» e, insomma fonte «di disturbi, di dissapori, di false iniziative, di infinito danno»42. Scandalizzato dalle simpatie comunarde ed esplicitamente repubblicane della "Gazzetta di Pisa", foglio dell'associazione universitaria di quella città, Bonghi invocava misure energiche di repressione per quello che gli pareva un generale allentarsi dei vincoli dell'autorità. Parola-chiave quest'ultima, che icasticamente riassume il modello di comunità accademica cui pensava Bonghi: una società bene ordinata poggiata sui 'naturali' ruoli gerarchici sanciti dall'età, dall'esperienza, dalla competenza.

Correnti, da parte sua, ridimensionò il quadro fosco tracciato da Bonghi, sottolineò l'incompetenza del suo dicastero ad occuparsi di manifestazioni politiche quando queste travalicassero il perimetro universitario, lasciò intendere che la "tutela soldatesca" invocata dal collega gli sembrava inutile per combattere «le esagerazioni di una letteratura semi-infantile», quella studentesca appunto, frutto delle «esaltazioni dell'inesperienza», ma certo effimera e, tutto sommato, innocua. Tuttavia, mostrò di condividere l'idea sottesa all'intervento di Bonghi che quella dello studente fosse una condizione 'speciale' di cittadinanza: a suo avviso, il fatto che la società tutta intera investisse risorse per mantenerlo e far progredire la scienza, lo rendeva debitore verso la patria e «temperava» i suoi diritti di libertà e di eguaglianza. In altre parole, Correnti vagheggiava un patriottismo senza politica e additava un modello da imitare nelle società studentesche tedesche di cui vantava «l'amor di patria», ma anche «il vero, maschio e cavalleresco spirito», il senso dell'onore «anche a prezzo del sangue e della vita» e finanche l'esercizio della castità43.

È interessante notare come nelle parole di Bonghi e, in un'ottica opposta nei commenti della stampa di sinistra44, si richiamasse a tratti l'analogia esistente tra le associazioni universitarie e le società operaie e di mutuo soccorso, le une e le altre non legittimate alla pratica della politica, in assenza di un criterio che potremmo definire di 'capacità', abbastanza in linea con la logica esclusivista e conservatrice che ispirava il sistema del suffragio ristretto. Entrambe queste esperienze associative erano considerate positive solo se funzionali all'armonia dei loro specifici ambiti, lo studio per le une, il lavoro per le altre, ma erano considerate dall'establishment liberale in qualche modo 'minorenni' e soggette a tutela per qualsiasi altra iniziativa politicamente connotata.

Né il disegno di restaurazione autoritaria evocato da Bonghi, né l'idea di Correnti circa una cittadinanza dimidiata e sub-condicione per lo studente della nuova Italia poteva piacere ai giovani de "L'Ateneo Lombardo" che, proprio sul problema di una precisa scelta di campo politico da parte della loro Associazione affrontarono un chiarimento interno. Tutti concordi nella Protesta ai signori Bonghi e Correnti45, dove si legge «voi temete la gioventù e vorreste imbavagliarla, disciplinarla, ma mal v'apponete», gli studenti de "L'Ateneo Lombardo" si dividevano tra chi sosteneva che l'agnosticismo fosse uno schermo per l'ipocrisia e l'egoistica cura del "particulare" e chi si preoccupava per la lacerazione che un'eventuale aperta professione di fede politica poteva provocare all'interno dell'Associazione, protestando la propria insufficiente preparazione per un contributo serio ed efficace46. Giova ricordare che tra i giovani che così discutevano si leggono i nomi di Pio Foà, già volontario a Bezzecca con Garibaldi47, Arrigo Tamassia, ghisleriano, autore di un progetto di smantellamento dell'istituzione collegiale in nome dell'erogazione più ricca di borse di studio48 e Ettore Sacchi, anch'egli ghisleriano, incaricato dall'Associazione di studiare il problema della libertà d'insegnamento49.

 

 

Un paradosso e uno stereotipo

 

A conclusione di questo percorso nelle vicende della comunità studentesca pavese vale la pena di indicare sommariamente alcuni punti fermi nella messa a fuoco dei segmenti successivi della sua evoluzione e alcune fruttuose prospettive di ricerca. Il quadro sin qui abbozzato conosce una profonda trasformazione agli inizi degli anni '80, individuabile come un turning point carico di valenze innovative non solo per l'orizzonte politico pavese, ma anche per il microcosmo studentesco che vi si inscriveva. Le due novità più rilevanti sono costituite, da un lato, dal processo di definizione delle identità politiche del radicalismo democratico, del repubblicanesimo e del socialismo e, dall'altro, dal precisarsi come culture contrapposte del positivismo laico e anticlericale e del cattolicesimo militante, poli di un confronto-scontro che taglia trasversalmente la società cittadina e la comunità studentesca.

Una sequenza fitta di nuove esperienze organizzative punteggia il decennio 1880-90: la costituzione nel 1883 del Circolo radicale degli studenti, forte di un centinaio di membri tra cui 42 ghislieriani; l'avvio di un'esperienza organizzativa mista, di studenti e operai, nell'ottobre del 1887, con la fondazione del Circolo di studi sociali ad opera del ventenne Carlo Bianchi, studente di matematica e ghislieriano; la nascita del Circolo studentesco Mazzini nel 1888. Questa cronologia segnala un mutamento di metodo e di qualità nell'associazionismo degli studenti pavesi, ma si può leggere anche come il processo di costruzione dei moderni partiti, del quale quegli stessi studenti sono attori di primo piano. Dalla «nebulosa primitiva», fatta di irrequitudine, aspirazioni alla modernità e istanze di giustizia sociale che Emilio Caldara, futuro primo sindaco socialista di Milano, ricordava come comune humus ideale della comunità studentesca del Ghislieri, si staccano le diverse linee politiche del socialismo50. È questa la fase più nota e studiata nella storia del mondo studentesco ticinense e vale certo la pena di osservare il risultato apparentemente paradossale prodottosi in una città universitaria come Pavia: a dispetto dei ripetuti ostracismi dichiarati dall'establishment liberale, negli ultimi decenni del secolo fu proprio il milieu studentesco a esprimere uomini e idee, risorse teoriche e organizzative per la modernizzazione delle pratiche e delle culture politiche. I profili biografici dedicati a Carlo Bianchi, a Fabrizio Maffi, ad Ausonio Zubiani sono in questo senso illuminanti51.

L'altro tema meritevole di approfondimenti, la polarizzazione accentuata tra cattolicesimo militante e anticlericalismo, è un dato imprescindibile per la comprensione della temperie culturale pavese dell'ultimo scorcio di secolo e delle dinamiche interne all'ambito accademico e studentesco. Come passare sotto silenzio la comparsa in università di preti o futuri preti-studenti che, dal 1884, nel quadro di una intelligente e innovativa politica culturale, voluta dall'allora vescovo e poi cardinale Agostino Riboldi, venivano avviati a studiare matematica, lettere e filosofia alla scuola statale, con l'esplicito obiettivo di spezzare una rischiosa autoemarginazione culturale e scientifica52? Allo stesso modo, la creazione alla metà degli anni '70 di un Circolo degli studenti universitari cattolici, destinato a rifondarsi nel 1884 come Circolo San Severino Boezio, apriva la strada a una presenza più incisiva e combattiva della componente studentesca cattolica, risoluta a sfidare sul suo stesso terreno la koinè positivista e anticlericale largamente condivisa nel mondo accademico53. Sono territori questi solo in parte esplorati, ma fecondi di prospettive nella messa a fuoco dell'impatto ideale della Rerum Novarum e della sintonia degli studenti pavesi con una sensibilità nuova per la 'questione sociale'. Di recente lumeggiati appaiono anche gli episodi della contestazione studentesca dei primi anni Novanta, connessi alla proposta di Francesco Saverio De Dominicis della "Comune accademica"54.

Come segmento conclusivo del coinvolgimento politico studentesco tra '800 e '900 conviene infine citare il caso della uccisione di Muzio Mussi, ferito a morte durante "i tumulti della fame" del maggio 1898. Certo fu una fatalità quella che tra i molti protagonisti di quelle drammatiche giornate nella crisi pavese di fine secolo scelse come vittima uno studente, un giovane di ventitrè anni, ma è anche vero che essa assume una indubbia valenza simbolica specie in rapporto alle conseguenze di quella vicenda. La dinamica dei fatti è nota: brillante allievo della facoltà di Legge, «giovane ardente per la politica»55, ascritto al partito repubblicano, ma insieme da tempo attratto dalla causa socialista, tanto da farsi organizzatore nella locale Lega Muraria e incorrere nei rigori delle leggi crispine, Mussi è, con altri studenti, a far da cordone tra la folla che protesta e lo sbarramento della polizia. Sono con lui, per mano a lui, il socialista Edoardo Gemelli, il futuro frate Agostino, allora studente medico, Angelo Crespi, Ugo Marcora, alcuni operai, tutti intenti a cercare di controllare e allentare la situazione di tensione. È la sera del 5 maggio 1898: Mussi cade colpito alla testa e un operaio è raggiunto da una pallottola al fianco. Inizia qui, si può dire, un durevole mito che fa di Muzio Mussi, cui verranno intitolati, a Pavia56 e fuori, circoli e associazioni, l'idealtipo dello studente disinteressato e idealista. Ma è interessante notare che la morte di Mussi innesca un meccanismo che, con Marc Bloch, potremmo dire di creazione delle false notizie. Nei giornali moderati di Milano fa infatti capolino l'ipotesi che una colonna di studenti armati punti da Pavia sul capoluogo lombardo, nella Relazione stilata dal generale Bava Beccaris sulla «sommossa di Milano» si cita l'avvenuto arresto a Porta Ticinese di alcuni studenti, definiti estranei alla popolazione del luogo e, infine, nelle osservazioni conclusive, laddove si rintraccia l'eziologia della "crisi", si addita nella propaganda fatta nelle scuole, nelle «professioni pubbliche di socialismo fatte da professori d'Università»57 uno dei terreni di cultura della sovversione. Lo stereotipo dello studente, elemento rivoluzionario e fattore di destabilizzazione, è ancora solido e accreditato, tanto da rendere plausibili inesistenti sedizioni armate e l'università è chiamata a difendere il suo onore e il suo interesse con un passo formale di protesta.58

 

Elisa Signori
(Università degli Studi - Pavia)

 

Grafico 1. Le iscrizioni all'Università di Pavia.

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