Annali di Storia delle Università italiane - Volume 8 (2004)

Studi

[English summary]

Michele Pifferi
Lo Studio e la corte. L'attività dei lettori di diritto criminale a Ferrara durante la signoria estense

 

1. La dimensione pubblica dei lettori legisti

La vita dello Studio ferrarese dipende in modo diretto dalle vicende della dinastia Estense. Nel periodo che va dalla Bolla di fondazione del 4 marzo 1391, concessa ad Alfonso d'Este da papa Bonifacio IX, fino all'annessione della città allo Stato pontificio nel 1598, l'Università vive in simbiosi con i prìncipi. Ne riflette le alterne fortune e risente delle condizioni di vita e del clima culturale che essi garantiscono alla città, sebbene le difficoltà dei primi decenni e i ripetuti periodi di chiusura testimonino la fatica nell'avviare e mantenere un'istituzione stabile1. Lo Studium non nasce per volontà degli studenti; il processo parte originariamente ed è poi costantemente gestito dall'alto, dalla volontà politica e dalle strategie di governo degli Estensi, per i quali la costruzione e il mantenimento del centro di sapere rientrano in un preciso piano di promozione della città e di celebrazione del loro potere. La presenza a Ferrara delle scuole dei giuristi e degli artisti con facoltà di conferire il titolo di doctor e la licentia ubique docendi, oltre che di un centro di studi teologici, dà lustro al Comune e ai suoi mecenati, garantisce l'afflusso di studenti forestieri, favorisce opportunità economiche e di sviluppo culturale ed artistico.

Ma il passaggio di lettori importanti nelle varie discipline e la graduale formazione di un'élite cittadina, consentono anche alla corte di circondarsi di intellettuali e scienziati di grande rilievo e di potersi poi valere della loro collaborazione tanto per interessi e attività particolari dei marchesi, quanto per officia publica e incarichi diplomatici o di governo. L'attività didattica e gli interessi politici si intersecano continuamente; l'andamento dell'Università e il livello dei docenti risentono delle varie sensibilità e dei progetti che i diversi prìncipi hanno per lo sviluppo della città. Dopo la rifondazione di Leonello, nella seconda metà del Quattrocento lo Studio cresce nel numero di studenti e nella qualità dei docenti: sotto l'influenza di Guarino da Verona e della sua scuola, Ferrara diviene centro della cultura umanistica e lo stesso marchese si circonda di poeti e artisti che celebrano il loro mecenate2. Cresce negli Estensi, che da Borso potranno vantarsi del titolo di duchi, la consapevolezza dell'utilità dello Studium nel «programma di costruzione di una capitale»3, come fulcro del sapere della civitas, ma anche come luogo di formazione di una fedele classe dirigente all'interno della nobiltà ferrarese, da utilizzare nelle delegazioni diplomatiche, nell'amministrazione dei territori controllati, nell'esercizio della giurisdizione.

Anche a Ferrara, come in molti altri stati della penisola, il rafforzamento del potere principesco e la centralizzazione in chiave assolutistica di funzioni e competenze prima diffuse in modo frammentato sul territorio, si traducono in una più forte ingerenza esterna sulle dinamiche dello Studium. Nel 1485 Ercole I dispone che

cadauna persona subdita, overo abitante in alcuna Terra, Città, Castelle, ò altro luogo subiecto al Dominio di Sua Excellentia non ossi, ne pressumi andare à studiare in alcuna facultà, aùt in Iure, aùt in Phisicha, ovvero Medicina; ovvero in qualunque altra facultà voglia essere, ò sia, in alcuna altra Città, ovvero Studio, salvo che in la sua prefata Città, e Studio de Ferrara4

sotto pena di trecento ducati d'oro. Nella stessa logica si spiegano i ripetuti interventi diretti dei signori nelle chiamate dei lettori o nella definizione degli stipendi5. Nomine e gestione amministrativa dello Studio sono formalmente, in origine, competenza del Collegio dei XII Savi, ma il marchese (e poi il duca) conserva di fatto il costante controllo dell'organizzazione attraverso il Giudice dei Savi, che elegge personalmente e che è suo fido consigliere. Anche i Riformatori dello Studio, carica istituita per la prima volta da Leonello, non sono certo indipendenti dal potere estense6; così gli statuti del Collegio dei doctores utriusque iuris, che regolavano la vita della corporazione e dei consociati nell'ambito dello Studio, con riferimento ai dottori collegiati, esaminandi, bidelli, notai, all'organizzazione degli esami e al conferimento dei gradi dottorali, non interferivano affatto con le competenze amministrative e di governo dei signori, tanto da non richiedere neppure la ufficiale confirmatio7.

La scelta dei lettori, in particolare dei legisti, è evidentemente considerata un momento chiave per la politica egemonica principesca: la permanenza nello Studio di professori di diritto di alto livello garantisce, infatti, alla corte la possibilità di avvalersi della loro consulenza in controversie diplomatiche, nelle relazioni con gli stati vicini, e soprattutto nell'organizzazione del diritto e nell'amministrazione della giustizia all'interno del ducato. Molti giuristi accettano di restare ad insegnare a Ferrara nonostante stipendi inferiori rispetto ad altre città, sapendo di poter integrare il guadagno e la fama prestando servizi per le cause e gli affari della Respublica. L'assegnazione di una cattedra non esclude altri contemporanei officia, più prestigiosi e meglio remunerati, che spesso comportano viaggi, ambascerie e contatti per difendere o legittimare i privilegi e la posizione del ducato presso l'imperatore, il papa o le altre corti.

La scientia iuris è un'arma che può essere giocata in più direzioni, una risorsa da spendere in diversi contesti, dalla didattica alla politica di palazzo, sempre però sotto il mandato dei duchi e in funzione dei loro piani. L'assetto 'costituzionale' dello Stato e la autorità della potestas estense presentano questioni 'ordinamentali' che richiedono soluzioni fondate su ragionamenti e argomentazioni ben radicati nella tradizione del diritto comune.

Problema giuridico rilevante, che tocca la legittimazione e l'estensione del potere degli Estensi, è quello relativo all'applicazione ai laici del diritto civile o del diritto canonico. Esso necessita di una solida soluzione teorica che arriva proprio dai consilia dei legentes dello Studio, Carlo Ruini e Bartolomeo Bertazzoli: la città è «subiecta quo ad temporalem iurisdictionem» alla Chiesa di Roma, ma è vero che i duchi furono investiti dal pontefice «omnibus iuribus supremorum Principum», tanto che hanno il pieno potere di condere leges e che le sentenze dei giudici ferraresi si devono appellare non al papa ma al duca8. Questo significa piena autonomia dello Stato estense dall'ordinamento giuridico dello Stato pontificio e generale vigenza, come ius commune, dello ius civile e non di quello canonico. Temi comuni a molti stati, costretti a ritagliarsi spazi di autonomia tra il Papato e l'Impero, e affidati alle armi sapienti delle giustificazioni tecniche dei doctores.

Ma è, più in generale, tutta l'attività dei lettori giuristi a ruotare attorno alle necessità e alle urgenze della vita di corte: la loro credibilità e la fama sono credenziali da spendere nelle contese diplomatiche e nelle legationes, la collaborazione con i prìncipi è stretta, costante, e poi ci sono le opiniones e i consilia sulle diatribe interne, casi di diritto quotidiano che vedono coinvolti i membri del casato o i loro più stretti collaboratori e funzionari. Da Leonello in avanti, nel periodo di massimo splendore per la città e per lo Studio, i giuristi sono una presenza attiva e dinamica nel tessuto sociale e culturale ferrarese, si ritagliano un ruolo di primo piano nell'entourage dei duchi e nella vita del Comune9. Non c'è una scuola ferrarese, con caratteristiche scientifiche o metodologiche particolari e riconoscibili. Molti professori ricoprono incarichi brevi, transitano per qualche anno per poi passare ad altre Università, accettano passaggi che danno lustro allo Studium e incontrano loro necessità o interessi temporanei, ma che impediscono la formazione di un orientamento peculiare e tipico nella didattica10. Altri, invece, legano la loro attività alla città per periodi più lunghi, insegnano con continuità e intessono un rapporto stabile con gli Este, entrando nella cerchia più ristretta degli uomini di governo. Uno di questi è il ferrarese Giovanni Maria Riminaldi, che dopo aver conseguito la laurea a Bologna con precettore il Tartagni, nel 1473 viene richiamato in patria sulla cattedra di raxon civile dove resta ininterrottamente fino alla morte avvenuta nel 1497.

Al di là della sua rilevante produzione giuridica (i Volumina di consilia e i Commentaria civilistici), il Riminaldi è un protagonista della vita cittadina e un versatile e abile commissario al servizio delle strategie politiche dei duchi. Le cronache raccontano di sue solenni dispute pubbliche davanti alla porta della cattedrale, come quella con gli altri lettori concorrenti Bulgarino Bulgarini da Siena, Alberto de' Vincenti e Giovanni Sadoleto, iniziata il 4 marzo 1477 in occasione dell'inaugurazione dei corsi accademici e durata tre giorni, o quella del 6 novembre 1486 con Cosmo Pasetti, durata due ore «in presentia di tutti gli scholari e doctori lezenti, con grande honore»11. Alla didattica affianca gli incarichi diplomatici: nell'ottobre del 1477 è Ercole I ad inviarlo come commissario a Montecchio, per risolvere una controversia con i Torelli di Parma che, approfittando della guerra tra Ferrara e Venezia, si erano impadroniti della cittadina reggiana e di un castello vicino a danno degli Estensi. Lo stesso duca poi, nel marzo 1485, affida al Riminaldi, a Gilfredo de' Cavalli, altro professore 'legista', e allo storico e conservatore dei diritti degli Estensi Pellegrino Prisciani, l'incarico di difendere le ragioni del ducato andando a Venezia per determinare i confini del Polesine di Rovigo, venuto in possesso della Serenissima12.

La fiducia che Ercole ripone nelle capacità politiche e di negoziazione dei giuristi dello Studio è confermata anche dalle missioni affidate al concorrente di Riminaldi, il genovese Armanno de' Nobili da Vizzano, lettore dal 1477, protagonista di legationes importanti «ad magnos Europae Principes»13. Il duca ha bisogno di servirsi delle capacità oratorie, della fides e dell'integritas del Dominus Armanus, ma non vuole né può sottrarlo del tutto dal suo ruolo di professore nello Studio. Con un decreto del 1498 cerca di bilanciare gli oneri e i meriti in legendo, l'utilitas scholariorum e il commodum dello Stato: lo trasferisce dalla lettura ordinaria di diritto civile ad una straordinaria nei giorni di festa, garantendogli un lauto stipendio e concedendogli la facoltà di «legere per substitutum» quando «Reipublicae causa» è costretto ad assentarsi da Ferrara14. Il principe, che è «capo di qui quanto ad Studium»15, dispone liberamente dell'attività dell'Università e degli incarichi dei professori, si interessa dell'aspetto economico come di quello didattico e si preoccupa soprattutto della spendibilità politica di abilità oratorie e competenze giuridiche dei 'suoi' professori.

 

2. La giustizia penale degli Estensi e la riflessione dei doctores

Lecturae e officia publica, insegnamento e servizi alla corte: l'intreccio tra attività scientifica e profilo politico dei giuristi nello Studio ferrarese trova un'ulteriore conferma nell'istituzione della cattedra di diritto criminale, che figura nei rotuli dal 1554. L'autonomia disciplinare del diritto penale è un fenomeno che caratterizza l'organizzazione dei piani di studio in molte facoltà giuridiche del Cinquecento16 ed è sintomatico delle nuove forme che assume il collegamento tra cultura giuridica universitaria e governo degli stati. I corsi di ius criminale rappresentano, infatti, il prodotto di profonde trasformazioni nei metodi didattici ma sono indice, nello stesso tempo, dell'interesse sempre maggiore che il princeps rivolge alla giustizia penale, alle sue regole e alla sua funzione di conservazione dell'ordine. Un percorso generale in cui confluiscono i mutamenti della scientia iuris e le tendenze assolutistiche dei sovrani tra la fine del XV e il XVI secolo, nel quale s'inserisce pienamente anche lo Stato estense.

I signori di Ferrara sono consapevoli dell'importanza della giustizia criminale, della centralità della sua amministrazione in funzione del consolidamento del potere nel Comune e nei territori sottoposti: il sistema delle pene, le modalità e i 'rituali' del processo, la previsione dei reati e la decisione dei termini della rilevanza penale sono strumenti di governo, di prevenzione contro possibili nemici e di mantenimento della concordia civium17. Il controllo delle forme di criminalità e della repressione è un fattore che consente agli Estensi di preservare il loro dispotismo senza, tuttavia, inimicarsi i favori del popolo. La giustizia penale su tutto il territorio è affidata ai podestà, carica nominata e gestita dai duchi ma in modo non apertamente visibile, per mantenere un opportuno distacco dalle possibili contestazioni dei sudditi contro l'operato di tale funzionario18. I prìncipi vogliono mostrarsi sempre equi, clementi, giusti, non vendicativi e severi. Tuttavia, gli interventi sono frequenti e mirati per trovare rimedi in grado di combattere la delinquenza, legata prevalentemente alla povertà e al disagio di alcuni strati della popolazione, specie forestiera19: creazione di nuove fattispecie, estesa applicazione della lesa maestà, istituzione di nuovi tribunali controllati dal centro (il Consiglio di giustizia nel 1453), abolizione di consuetudini o norme che consentono a certi crimina di restare impunita, irrogazione di pene severe. Sono evidenti le mosse di una strategia volta a ingerirsi con decisione e fermezza nel penale, ma in modo equilibrato e 'pedagogico', senza abusi arbitrari, nel rispetto delle regole20.

Gli Estensi si preoccupano tanto della riforma delle leggi, quanto della selezione e della formazione degli ufficiali e dei commissari, per essere sicuri di creare una rete efficiente di funzionari fedeli alla corte21. Competenza e ubbidienza, preparazione giuridica e lealtà al principe: i signori lavorano alla costruzione di un apparato e per riuscire hanno bisogno di giuristi organici dotati d'adeguati strumenti culturali, capaci tanto di proporre soluzioni tecniche, quanto di elaborare discorsi legittimanti sulla potestas puniendi. In questa prospettiva lo Studio gioca un ruolo fondamentale poiché dai lettori, ancora prima dell'istituzione dell'apposita cattedra di criminale, arriva la riflessione teorica in grado di sostenere e razionalizzare l'impianto punitivo. Una presenza significativa per la scienza penale è quella di Agostino Bonfranceschi da Rimini22. Addottoratosi all'Università di Ferrara nel 1459, dopo due anni è richiamato ad insegnare diritto civile; dal 1466 ricopre diversi incarichi pubblici come ufficiale e ambasciatore di Borso e poi di Ercole. Quest'ultimo lo nomina suo consigliere segreto e gli affida l'amministrazione della giustizia: è in tale veste che il Bonfranceschi, dovendo contrastare il tentativo di colpo di stato promosso dal nipote del duca Niccolò nel 1476, istruisce i processi contro i ribelli e irroga pene severissime per stroncare ogni possibile opposizione e per educare i cittadini con un segno spettacolare ed esemplare23. Sebbene si renda inviso alla popolazione per la durezza dimostrata, il giurista agisce nel rispetto della legge, applicando le norme che gli statuti e la dottrina prevedono per la proditio.

La sua preparazione in campo penalistico e le riconosciute qualità di «bon maestro e bon praticho»24, in funzione delle quali si spiega probabilmente l'incarico delicato affidatogli dal duca e la stima di cui godeva a corte, sono testimoniate dal corpo di additiones al Tractatus de maleficiis dell'Aretino, stampate in quasi tutte le edizioni dell'opera e tanto estese e complete da costituire un textum parallelo. Nella lettera dedicatoria che Bonfranceschi indirizza ad Ercole, dopo aver precisato che quando non è impegnato «in multis variisque occupationibus publicis» torna volentieri a rifugiarsi ad legalem studium, giustifica le sue additiones come una scelta per non tediare il lettore, aggiungendo il peso di un altro lavoro organico alla già varia congeries. Ma ciò che qui più interessa è la coscienza dell'utilità della riflessione scientifica sui criminalia:

neque hoc feci, ut cuiquam detraherem, verum quia haec maleficiorum materia dignior visa est: in qua de hominum salute et poena disputatur: qua in re novas quaestiones, quae in veritate per quam necessariae essent, formare nolui, et quae ab ipso quoque domino Angelo omissae sunt. Sed his tantummodo quaestionibus, et conclusionibus quae ab eodem tactae sunt, additiones meas copulare profiteor25.

La disciplina riguarda aspetti decisivi della vita sociale e dell'ordine politico: di fronte all'emersione continua di novas quaestiones occorre che la scientia sia pronta a dare soluzioni e ad argomentare risposte. Nei lettori universitari, impegnati e divisi tra attività accademica e incarichi per la Respublica, l'attenzione al diritto penale cresce insieme alla consapevolezza delle sue risorse per la costruzione dell'ordine sociale e per il mantenimento della pax civium. Lo studio e la spiegazione dei temi della iustitia praticata, commutativa e retributiva, non possono che essere graditi al duca, che vuole incarnare proprio i valori della giustizia. Quella di figurare come principi imparziali e clementi, severi ma equi, è una caratteristica comune agli Este; negli affreschi di Palazzo Schifanoia Borso è ritratto e celebrato nell'attività di dispensare giustizia sotto un arco sul quale è scritto Iustitia, e la stessa simbologia ricorre anche nella statua (copia dell'originale) oggi posta davanti al palazzo del Municipio di fronte al duomo. Così nelle prolusioni dei corsi di diritto, oltre all'esercizio retorico e d'eloquenza, i lettori insistono sull'importanza delle leges e dell'aequitas per l'attuazione della iustitia nella respublica, rivolgendosi all'illustrissime princeps presente e celebrandone lo stile di governo26.

 

3. L'istituzione delle lecturae criminalium: esigenze pratiche e fondazioni teoriche

Nel panorama accademico cinquecentesco, il consolidarsi di un insegnamento di criminale autonomo, basato su propri principia e criteri interpretativi ed elaborato principalmente con riferimento all'interpretazione di alcuni passi del Corpus Iuris, agli statuti e all'ampio arcipelago di norme e consuetudini relative al procedimento per la cognitio criminis, genera nuove esigenze didattiche. Le cattedre di diritto civile prima aumentano di numero e poi modificano la methodus studendi. L'attenzione esclusiva al testo non è più sufficiente per una preparazione adeguata degli studenti, ma occorre un insegnamento che comprenda anche la conoscenza dell'ampio apparato di soluzioni giurisprudenziali e d'interpretazioni dottrinali che sono divenuti diritto vigente (Bartolo in particolare)27.

Questa impostazione metodologica, favorendo un maggiore distacco dalla lettera e dall'ordine legale del testo giustinianeo, consente il delinearsi di nuove discipline, che separandosi dallo ius civile acquistano una propria identità didattica e consolidano una specificità scientifica. Il lungo e copioso lavoro interpretativo esercitato sulle fonti romane, sulle disposizioni statutarie e sulle pratiche arbitrarie, ha permesso l'accumulazione di un materiale sufficientemente ampio, omogeneo nei contenuti, dotato di una compiutezza e di una tipicità tali da poter essere anche insegnato separatamente. La frammentazione dello ius civile si giustifica, dunque, con la specializzazione disciplinare, e consente di inserire nei piani di studio delle università insegnamenti più specifici, mirati ad una formazione giuridica che, pur nel carattere universale della scientia iuris, richiede nei diversi settori conoscenze e competenze particolari, modellate sulla pratica e sulle consuetudini che regolano in modo differente gli ambiti della vita sociale, i rapporti tra i privati, lo ius mercatorum e lo ius criminale.

Nel XVI secolo, dunque, le metodologie d'insegnamento tipiche delle università medievali subiscono, in misura e con tempi diversi nelle regioni europee, rilevanti cambiamenti, determinati in parte dalle proposte di rinnovamento del sapere di stampo umanistico che portano all'integrazione degli studi giuridici con quelli di 'umanità', e in parte da più velate strumentalizzazioni dei centri d'insegnamento per opera di signori e stati territoriali. Le critiche dei culti contro il disordinato approccio ai testi romani favoriscono un processo d'organizzazione dell'istruzione giuridica entro un quadro sistematico in cui, da una concezione del diritto identificata e assorbita nel testo giustinianeo, gradualmente emergono singole discipline con carattere autonomo. Le aree disciplinari che hanno sviluppato una loro specifica identità, nella terminologia negli istituti e nelle regole interpretative, ricevono ulteriore impulso al processo d'emancipazione dall'unitario ius civile. Si attivano, così, oltre alle cattedre di Pandette e ai corsi metodici di Istituzioni, anche le lecturae di ius criminale, basate prima su alcuni titoli del Digesto o del Codice secondo lo stile del commento (quelle di Marsili a Bologna, che, per esempio, legge la lex de raptu virginum, la Cornelia de sicariis, la Pompeia de paricidiis e la Cornelia de falsis) e successivamente, dove la legislazione statale è più forte e dominante, aventi ad oggetto il sistema punitivo di diritto positivo28.

Una prima ragione dell'attivazione di cattedre di 'criminale' o di 'pratica criminale' (entrambe le dizioni comprendono sia il diritto sostanziale che quello processuale, ancora unitariamente concepiti) sta, dunque, nella necessità contingente e concreta di offrire agli studenti un'adeguata competenza, teorica e pratica, per muoversi nel sempre più ampio e complesso labirinto penalistico, fortemente caratterizzato dai modi e dalle regole processuali ma anche ormai ricco di concetti, istituti e dogmi sostanziali29. Esigenze pratiche, certamente, sono ancora alla base delle lecturae criminalium del Cinquecento. Prevalentemente pratiche sono le motivazioni che spingono gli studenti dello Studio padovano a chiedere l'istituzione di una cattedra di criminale, richiesta accolta dopo otto anni solo nel 1540 con l'incarico affidato a Pier Filippo Mattioli. Essi sono evidentemente consapevoli del bisogno di aggiornare i loro studi e anche dell'opportunità d'acquisire le conoscenze necessarie per riuscire a sfruttare al meglio le possibilità di maggiore profitto economico garantite dall'attività di avvocato o consulente in affari penali30.

Finalizzati alla pratica sono l'oggetto e i contenuti dei corsi, come delle numerose opere - le Practicae criminales appunto, o i consilia criminalia - che vengono date alle stampe e che essenzialmente forniscono gli strumenti per muoversi nel processo penale. Presa coscienza della nascita di un'autonoma branca del diritto e della sua raggiunta sufficienza scientifica e tecnica, l'obiettivo comune delle lezioni e delle Practicae è di formare giuristi con le abilità necessarie per operare in questo settore così tipico: il penale ha un proprio linguaggio, istituti peculiari, regole interpretative particolari, meccanismi processuali specifici, che meritano di essere studiati separatamente dalle altre discipline giuridiche. L'importanza della materia nei meccanismi politici e costituzionali e la delicatezza delle questioni che coinvolgono la vita degli imputati, rendono necessaria una professionalità 'nuova', spendibile sia nell'attività forense che negli officia publica, come giudice o assessore al servizio della macchina punitiva statale31.

Pratica, ovvero acquisita nello svolgimento dell'attività di podestà o assessore, è, infine, l'esperienza in forza della quale gli Studia, o i prìncipi per loro, scelgono i docenti cui affidare questo insegnamento, con l'obiettivo di combinare preparazione teorica ed efficienza applicativa. È quanto avviene a Bologna per Ippolito Marsili, forte di una lunga esperienza come iudex maleficiorum, a Padova con Tiberio Deciani, chiamato dal Senato veneziano poiché «già da molti anni si esercita in tal professione, servendo per Giudice, e per Vicario li Rettori nostri, di modo che alla dottrina, ch'egli ha singolare, ha ancora congionta la pratica, come si desidera»32, e, seppure in termini in parte diversi, a Ferrara con il Bonfranceschi.

La giovane disciplina in questo periodo non ha ancora né spazi né mezzi speculativi per una riflessione dogmatica approfondita, ma la sua è una vocazione che risponde in primis ad esigenze concrete, alle attese dei futuri avvocati e soprattutto alla richiesta di funzionari qualificati da parte dei nascenti apparati di giustizia centralizzati. Naturale, dunque, che in tale fase iniziale i primi postulati teorici siano al servizio dell'abilità pratica, per educare tanto i professionisti quanto chi - ricorrendo ancora a Marsilio - vuole impegnarsi negli incarichi pubblici e deve perciò diventare degno di gubernare la res publica con il suo patrocinium33.

L'autonomia didattica del diritto penale in origine non implica affatto uno stravolgimento contenutistico della disciplina o l'elaborazione di nuove teorie, ma, al contrario, la lectura «nasce vecchia», cioè arriva come coronamento di un percorso di sintesi scientifica che ha già prodotto ottimi risultati34. Tale nuovo ramo di studio del diritto ha la funzione di riunire un insieme di riflessioni dottrinali, dispute interpretative, regole ed eccezioni stratificatesi in tutti gli anni che vanno dalla compilazione giustinianea fino al secolo XVI. Ma esso è, nello stesso tempo, l'espressione della raggiunta consapevolezza del bisogno di approfondimento teorico e pratico della materia con metodo razionale, esprime un'esigenza di ridefinizione del diritto criminale, in modo tale da poter essere meglio insegnato, studiato, applicato35.

Accanto alle ragioni culturali della specializzazione universitaria del diritto penale, vi sono certamente, ugualmente importanti, quelle politiche. Il processo d'accentramento del potere avviato dalle nascenti entità statali mira ad eliminare gli spazi di autonomia sostanziale delle realtà intermedie, o comunque ad occuparli per insinuarsi nei centri direttivi della vita sociale e politica. L'università diventa uno strumento gestito dal potere centrale, un canale privilegiato per controllare e dirigere la formazione culturale e giuridica di una nuova classe di amministratori e funzionari, il luogo in cui elaborare e diffondere un nuovo modello di governo della res publica attraverso la selezione dei professori, l'importanza attribuita ad una certa materia e l'organizzazione dell'insegnamento36. I corsi di studio formano gli avvocati, i diplomatici di corte, i giudici e i giuristi 'organici' alle istituzioni, tutti abili e necessari mediatori tra le università e il mutevole caleidoscopio della dimensione politica e della realtà sociale. La bravura in foro e la capacità di incidere nella vita pubblica contribuendo alla legittimazione e al rafforzamento delle strutture di governo, dipendono dalla formazione ricevuta in scholiis.

Rientra, dunque, nella strategia egemonica del principe e dei senati cittadini dotarsi di boni magistratus e trovare i canali, direttamente o attraverso la nomina di propri rappresentanti negli organi vitali degli Studia, per interferire sull'elaborazione del diritto e per controllarne l'insegnamento37. Spinto da queste ragioni, il nuovo soggetto politico ha bisogno in particolare di una riflessione sul diritto penale che fornisca strumenti tecnici e argomenti teorici per creare fattispecie delittuose efficaci, per utilizzare la forza della giustizia come mezzo di coesione e per trasformare la trasgressione della norma in forma di controllo sociale. La strumentalizzazione in chiave assolutista della potestà punitiva passa inevitabilmente anche per la promozione e la gestione del sapere penalistico nelle università38.

 

4. Modelli culturali e strategie dello stato

Le cause che nel XVI secolo portano molte università ad istituire corsi di criminalia sono, dunque, molteplici. Alle ragioni della prassi e al profitto forense che garantisce la conoscenza della materia, occorre aggiungere le spinte che provengono dalle istanze dell'umanesimo giuridico e le pressioni che sugli Studi esercitano con sempre maggiore pressione i detentori del potere politico. La combinazione di queste tre ragioni - quella della practica, quella culturale e quella politico-istituzionale - pare fornire gli elementi necessari per spiegare il fiorire delle letture penalistiche. Variamente influenti nelle diverse scuole, essi permettono di porre l'istituzione delle cattedre in relazione con il più ampio contesto delle trasformazioni che nel Cinquecento attraversano gli Studia, sia dal punto di vista della didattica che sotto il profilo della 'politica universitaria' condotta dai principes. Mutano le esigenze e le richieste degli studenti, crescono la preparazione culturale e le consapevolezze dogmatiche della scienza giuridica, le mire accentratrici e assolutistiche degli stati invadono gli spazi del sapere e i mezzi d'educazione e formazione della classe dirigente.

È nell'intreccio di questi fattori e nel tentativo di adeguare l'insegnamento alla nuova realtà culturale e politica che maturano le condizioni per lo sviluppo didattico del diritto criminale. Cultura giuridica e disegni politici, scientia e potestas: soprattutto nel penale gli intrecci sono forti, le influenze reciproche, le tendenze dell'una si sovrappongono alle motivazioni dell'altra, i discorsi dei giuristi riconoscono e ad un tempo consolidano e disciplinano il ruolo ordinante della giustizia pubblica. Il penale si trova al centro di interessi, strategie e sperimentazioni nuove: strumento privilegiato di controllo sociale e d'imposizione d'ordine, diviene il braccio armato e 'legale' del detentore unico della publica potestas e richiede, per questo, anche una legittimazione teorica e una riflessione sui suoi fondamenti. La scienza giuridica, interpellata da tali cambiamenti, risponde con la definizione di una speciale competenza e con la preparazione di una professionalità ad hoc, per le quali si attiva un apposito corso universitario. Troppo peculiare l'argomento, troppo svincolato dalle fonti antiche e legato all'intervento del legislatore positivo per essere considerato semplicemente una parte del programma delle lezioni civilistiche.

È un nuovo spazio giuridico: i giuristi lo individuano e attivano le loro armi per regolarlo, modellarlo, gestirlo, disponibili ad ammetterne la funzione costituzionale di conservazione della pace sociale, ma anche pronti ad organizzarlo entro categorie dottrinali. Le lecturae di criminale devono formare un giurista capace di orientarsi tanto nell'ampio apparato dei concetti e degli istituti elaborato dai teorici, quanto nella sottile e cavillosa casistica giurisprudenziale, istruito e preparato per la carriera universitaria come per quella forense o per incarichi politici, burocratici e diplomatici a servizio di un qualche Stato.

Non è certo un caso che a Ferrara i docenti di criminale siano spesso stretti collaboratori del duca, giuristi organici al potere e protagonisti della politica di corte: risulta dalle parziali informazioni dei rotuli che Bartolomeo Mirogli, consigliere segreto del duca Alfonso I e Riformatore dello Studio, definito da Bartolomeo Bertazzoli «clarissimus Dominus omnium rerum iudicialium peritus, sed criminalium omnium peritissimus»39, figura «ad lecturam criminalium diebus festis» nell'anno 1561-1562, mentre Renato Cato, altro «ducalis consiliarius secretus», ambasciatore e diplomatico tra i più sfruttati dagli Estensi e Riformatore dello Studio nel 1602, ricopre l'incarico a lungo, almeno dal 1578 al 159440. Non sembra casuale che un insegnamento giovane, da poco introdotto nei piani di studio, sia affidato a dottori non solo stimati, ma anche allineati sulle strategie dei sovrani. La vicenda del colpo di stato, le continue nuove forme di delinquenza e di conflitto che richiedono pronta trasformazione in delitti e sanzione giuridica, la delicatezza della materia per la stabilità e la difesa dello Stato, sono tutti fattori che creano un ponte privilegiato tra la cattedra di criminale e l'entourage ducale.

La riflessione penalistica incrocia e sostiene i temi della sovranità, dell'accentramento legislativo e giudiziario, dell'importanza della lex publica scripta come fonte unica del diritto punitivo. Nella materia lo scambio tra teoria e pratica, tra elaborazione dogmatica e applicazione, tra sintesi e casistica, tra opzioni politiche e argomenti giuridici è continuo e sollecita i giuristi a sperimentare diversi metodi di approccio, a esercitarsi in tutte le direzioni. Nell'Università estense un altro segnale del movimento d'emersione del penale è rappresentato da Bartolomeo Bertazzoli. Nato a Finale Emilia e laureatosi in utroque a Ferrara nel 1545, va poi a Modena come giudice delle appellazioni e dei malefici dal 1551 al 1553, a Reggio come podestà fino al 1557 e ancora podestà a Modena fino al 1560. A Ferrara torna come lettore nell'anno 1566-67 e diviene consigliere di Alfonso II oltre che avvocato e consulente di grande fama41. È autore di una preziosa raccolta di consilia criminalia nella quale, pur non rilevando particolari capacità sistematiche, dimostra volontà di valorizzare la legislazione principesca combinata con un'ottima conoscenza della scienza penale, della quale utilizza i loci discorsivi e gli argomenti più dibattuti.

Il figlio Claudio, curatore dell'edizione42, scrive all'amico Francesco Terzani da Cremona, per presentare l'opera e per giustificarla come un qualcosa che esce dalla «plaustra commentorum», si differenzia dalla «sententiarum varietas, librorum ubertas, allegationum sylva» che caratterizza l'editoria giuridica della metà del Cinquecento. I consilia del padre meritano di essere diffusi perché affrontano un tema ancora poco esplorato, in continua evoluzione, che necessita aggiornamenti, approfondimenti, interpretazioni. Anche la risposta del Terzani va in questa direzione: rispetto alla extrema confusio della giurisprudenza, la fatica del Bertazzoli è utile e meritoria, poiché «pauci sunt qui hanc iuris partem aut commentariis aut responsis illustraverint, paucissimi, qui non ieiune, exiliter, et frigide non tractaverint». Il lettore finalese - afferma ancora Terzani con enfasi campanilistica - è da preferire agli altri scrittori di criminale «sive peritia, et exercitatione iuris, sive novitate et gravitate factorum, sive responsorum dignitate et varietate», poiché tratta «novas factorum species et hypotheses quamplures cum difficultate tum utilitate insignes», senza eccedere in allegationes, ma richiamando solo i riferimenti normativi e le opiniones essenziali per lo scopum del parere. La scienza penale è al servizio della giustizia, offrendo ai «latrunculatores quos iudices maleficiorum vulgus vocat»43 i criteri per agire senza abusi e in modo legittimo tra tormenta, atrocitates e pene.

 

5. Istruzione giuridica e pedagogia del potere: l'identikit del lettore di criminale

L'autonomizzazione della scientia poenalis ha bisogno di essere sostenuta e rafforzata da un insegnamento altrettanto mirato e differenziato. Il diritto criminale, settore fondamentale della giuspubblicistica, si allontana sempre più dai princìpi e dai criteri interpretativi civilistici e questa separazione si riflette non solo nella creazione di fattispecie delittuose e precetti generali, ma anche nella tecnicizzazione del linguaggio e nell'elaborazione di specifiche categorie dogmatiche (come il dolo penale, l'auxilium, il conatus). In criminalibus una parola può avere un significato specifico, diverso da quello in uso in privatis, così come vi sono istituti tipici: la terminologia va spiegata e insegnata nei corsi come nei trattati e, così facendo, il diritto penale acquista connotati esclusivi, sostanziali e processuali, vocaboli regole e princìpi generali propri su cui poter fondare un sistema autonomo.

Il legame tra l'autonomia didattica e quella scientifica è confermato dal fatto che, spesso, chi riveste l'incarico di docente possiede una tale conoscenza della materia da poter anche produrre un'opera esaustiva di diritto penale44. È vero che tra questi trattati di giuristi e docenti esistono importanti differenze metodologiche, non riducibili unicamente alla finalità pratica dell'uno e didattica dell'altro: se, infatti, alcuni testi riproducono i contenuti delle lezioni, altri non hanno diretta attinenza con la scuola. Tuttavia, nella formazione e nella competenza di tali giuristi, è così rilevante il rapporto tra esperienza e docenza, così inscindibile l'incarico accademico da quello di pubblico funzionario, che sembra inutile, oltre che difficile, separare in modo netto i due momenti. Tutti i lettori di criminale devono essere anche esperti del penale praticato, quello che vive nei giudizi e nei casi quotidiani, ed anzi il sapere dei maestri si forma proprio nell'attività di assessore o di podestà, dove si esercita un costante raffronto tra il sistema punitivo legale e la tipicità delle trasgressioni particolari (così è per Marsili, Deciani, Dietrich, ma anche per Bonfranceschi e Bertazzoli).

Non è pensabile una scienza criminalistica solo teorica e astratta, né una lectura orientata alla riflessione dogmatica che trascuri il legame con i fatti e l'utilità per l'attività forense. Lo stile differente che caratterizza le opere dei docenti di criminale è il segno di un itinerario sia didattico che scientifico: lo spazio autonomo dell'insegnamento favorisce sicuramente ricostruzioni teoriche più complesse e articolate, aiuta un riordino della materia e una disposizione sistematica degli argomenti più funzionale alle lezioni e all'apprendimento. Le soluzioni delle questioni e dei casi, le conoscenze delle opinioni e delle possibili interpretazioni non vengono escluse, ma solo inserite in una trama logica, deduttiva, che offra prima agli scolari i criteri e i princìpi generali fondanti della disciplina. Ma interessante è anche il fatto che sulle cattedre penalistiche siedano giuristi espressione del potere del principe, fedeli alla corte o comunque repraesentans Reipublicae, giudici, assessori, consiglieri, funzionari.

L'insegnamento è delicato, tocca le leve del potere, coinvolge i temi del controllo sociale e gli strumenti di punizione della trasgressione e della devianza: è luogo d'educazione alla potentia della legge, di celebrazione della publica potestas e di propaganda della sovranità del principe, che si concretizza in un equilibrato e lodevole compromesso di severità e mitezza, di minaccia e perdono. In questo senso, la 'eloquentissima Orazione' pronunciata da Deciani come prolusione del suo primo corso padovano di criminale nel 1550, non pervenutaci se non nella sintetica descrizione del Liruti, sembra una conferma importante sia della strumentalizzazione del penale ex cathedra per la legittimazione del sistema punitivo statale, sia della fondamentale opera dei giuristi nella diffusione di una cultura assolutistica. Essa tende sempre più ad identificare 'la giustizia' con la giustizia del principe, quella espressa dalle leggi e dai provvedimenti di grazia, da formalità e rigore del giudizio bilanciate dal ricorso alla sua personale equità, così da garantire pax publica e concordia civium. L'orazione, riferisce l'erudito friulano,

versa in lode della Giustizia nel giudicare i delitti, che dee essere conservata ne' Tribunali per la pubblica quiete, non escludendo però tal volta la clemenza, e mitezza adoperata però con le regole della prudenza45.

Il lettore di criminale deve essere uomo vicino al principe, sostenitore delle sue velleità accentratrici, voce di un apparato di giustizia che istruisce e interviene, teorizza e applica, celebra ed esegue. La politica autoritaria proietta sul diritto penale e sul suo insegnamento le tensioni per un uniforme disciplinamento della società e vuole sfruttare in modo consapevole i canali dell''inculturazione giuridica' e della giustificazione teorica per consolidare il fondamento e la forza della potestas puniendi statale. L'esperienza della signoria estense a Ferrara dimostra che quanto più il penale è assunto a sistematico strumento di governo, tanto più necessaria diventa la presenza della scienza criminale, per sostenere pratiche, organizzare modelli e applicare tecniche.

Michele Pifferi
(Università degli Studi di Ferrara)

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