Annali di Storia delle Università italiane - Volume 11 (2007)

Studi

[English summary]

Roberto Giacomelli
L’insegnamento della glottologia
dalla fondazione al 1980

 

Gli antefatti

1. Non vi sarebbe stata alcuna tradizione glottologica nell’accademia milanese senza l’opera poderosa e pionieristica del goriziano Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907), vero padre nobile della linguistica italiana, che prese servizio nel 1861 come titolare della cattedra di Storia comparata delle lingue classiche e neolatine – poi da lui stesso ribattezzata “Glottologia” e, negli ultimi anni di carriera, “Linguistica” – presso quell’Accademia Scientifico-Letteraria di Milano la cui costola umanistica farà da base alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo, fondato nel 1924. Il grande studioso introdusse in Italia la migliore scienza tedesca dell’epoca non senza attirarsi gli anatemi dei cultori della tradizione classicistica italiana, che nella glottologia moderna vedevano alcunché di troppo arido e separato dagli studi di filologia fin lì invalsi.

L’Ascoli dominò con piglio da mattatore sia il campo indoeuropeo sia quello neolatino, ma non ebbe, sino alla fine degli anni Trenta del Novecento, un successore a lui pari per vastità di preparazione; il pur insigne Carlo Salvioni, che lo sostituì nel 1903, coltivava solo la dialettologia romanza; e, si parva licet componere magnis, un altro epigono decisamente minore, Pier Enea Guarnerio, si comportò allo stesso modo1.

La complessa e profonda opera scientifica dell’Ascoli può essere appieno apprezzata solo considerando lo “stato dell’arte” in linguistica nell’Italia della prima metà dell’Ottocento e all’inizio del suo magistero, che, come si è detto, prese le mosse a Milano nel 1861.

Che la linguistica dell’epoca fosse, in Italia, una landa desolata è pura stereotipia: non c’è dubbio che il goriziano conferì alla materia un metodo sicuro, moderno, potente come si ama dire oggi. La modernità stava nell’adesione, convinta e coerente, alle nuove prospettive dello storicismo evoluzionista della scuola tedesca di quei giorni, rigorosamente sperimentale, alieno da qualsiasi speculazione non suffragata da dati empirici e oggettivi. Per contro, la situazione italiana era assai più fragile e meno aggiornata: accanto alle ricerche, in particolare dialettologiche, dei cosiddetti “pre-ascoliani” (Gabriele Rosa, Carlo Tenca, Carlo Cattaneo, Bernardino Biondelli e altri) si perpetuava, fuor di Milano, la tradizione classicistica italiana, basata – agli occhi del nostro – su un neghittoso e svagato “belletrismo” che privilegiava “il culto eccessivo della forma” a scapito di metodi più saldi e utili a un’indagine storica non fallace. Il che riuscì particolarmente evidente nel dibattito fra l’Ascoli e i manzoniani nella secolare e inesausta questione della lingua italiana, in cui egli difese il ruolo della dialettofonia dinnanzi a un ideale artificiale di lingua.

In tale “belletrismo” confluivano attardamenti non tanto, come potrebbe apparire, provinciali (specie a Firenze) quanto semmai figli della settecentesca République des savants, enciclopedista e cosmopolita sì ma, scientificamente, epidermica quando non fantasiosa se pure generosa: i residui dell’“etruscheria” con il suo interesse per le tradizioni esotiche e, in genere, orientali si saldavano con la scoperta del sanscrito. E però si restava nella pura glottogonia non essendosi ancora spente concezioni come quella che voleva il latino derivato dal greco e questo dall’ebraico in ossequio e per suggestione, ovviamente, della trafila traduttoria della Scrittura. L’Ascoli fu perciò un “grande epuratore” come testimoniano le prese di posizione dinnanzi alla cattiva qualità dei lavori altrui e la debolezza metodologica di qualche suo adepto: così scriveva al Flechia2 nel 1877 a proposito di uno studioso che aspirava a veder recensito un suo lavoro nell’«Archivio Glottologico Italiano»:

Il Bianchi vi avrà sicuramente mandato il suo libro sulla preposizione A. Egli desidera vivamente che ne sia parlato nell’Archivio […]. Di certo non ci siete che voi per fare in questo caso presto e bene a dar soddisfazione a tutti con pochissima fatica propria. Pei giovani, non è affare; ed io, tacendo altre mancanze, ho la mano troppo pesante e anche sono compromesso, poiché ho veduto e non accettato una buona parte del ms., mandatomi per inserirsi nell’Archivio. Il Bianchi è pieno di buona volontà e ammannisce, come avete veduto, di buon materiale. Solo s’illude nel credersi in pieno possesso dei metodi nuovi. A voi tornerebbe facilissimo di dargli la giusta parte di lode e il togliergli insieme ogni illusione; senza dire che profittereste dell’incontro per regalarci a tutti delle cose nuove, bell’e pronte.

E non meno severo fu col sunnominato Guarnerio, uomo di buona volontà e grande lavoratore ma impreciso, affrettato, privo di rigore: l’Ascoli nelle sue lettere non risparmiava al discepolo parole anche molto dure, che purtuttavia il malcapitato accettava con umile e riconoscente devozione. Perlopiù gli rimproverava la disattenzione ai particolari e ne biasimava il desiderio di accumulare gran copia di dati senza vagliarli con il dovuto rigore e insieme un’imperizia redattoria che causava difficoltà tipografiche e inutili spese all’editore dell’«Archivio Glottologico Italiano»3: «Ha dato gli scarti a Parigi o li ha dati a Milano? […] mi duole doverLe dire, che io e il Löscher non possiamo assolutam[ente] stampare più nulla di Suo».

Espressioni di tono a dir poco ultimativo per l’esasperazione provata dal grande studioso di non riuscire a ricondurre il Guarnerio ad una disciplina che a questo, evidentemente, non riusciva di praticare. Su tale sfondo di rigore e severità quasi spietati il glottologo coltivò egregiamente – lo imponeva la materia impartita, Storia comparata delle lingue classiche e neolatine – sia il campo indoeuropeo sia quello romanzo.

Nel campo delle lingue indoeuropee, della persistenza dei sostrati, della teoria linguistica l’Ascoli diede prova non solo di una multiforme ispirazione scientifica e del consueto rigore, ma anche e soprattutto vi riversò, durante il lungo magistero milanese, i contenuti dottrinali di una disciplina che, in Italia, egli stesso aveva battezzato con il nome Glottologia per sostituire quello, già suo, di Storia comparata delle lingue classiche e neolatine.

Nelle Lezioni di fonologia comparata del sanscrito, del greco e del latino4 il nostro portò a soluzione il problema delle gutturali indoeuropee5: ponendo la tripartizione in velari, palatali, labiovelari, oltre a fondare una specifica distinzione dialettologica e, di fatto, geolinguistica, quella fra lingue kentum e sat∂m che poi la scoperta del tocario e dell’ittito avrebbe confermato pienamente, approdò a risultati tuttora materia comune di ogni manuale di indoeuropeistica. Dinnanzi alla bipartizione delle gutturali in velari e labiovelari attestata senza eccezione nelle lingue storiche, egli ipotizza – ispirandosi alle estese palatalizzazioni di velari nel ladino – e indi dimostra che tale stato di cose è l’evoluzione di una più antica fase preistorica tripartita. Della dialettologia italiana l’Ascoli fu, di fatto, il fondatore: l’importanza delle varietà dialettali, pre-latine e viventi, come più genuina testimonianza di antichi trattamenti fonetici e della storia culturale, lo indusse a una vasto progetto di ricognizione nel campo romanzo: il suo «Archivio Glottologico Italiano» ospitò in gran parte ricerche, sue proprie e di altri, in tale ambito. L’intero volume III dei suoi Studi orientali e linguistici (1861) era già dedicato a lavori di romanistica, cui il goriziano era indotto, tra l’altro, dalla necessità di rettificare l’incongruità di molti lavori dei pre-ascoliani in questa materia. E non a caso il Meyer-Luebke lo salutò6 come fondatore della dialettologia romanza nel discorso inaugurale da lui tenuto come rettore dell’Università di Vienna.

 

La Facoltà di Lettere e Filosofia

2. Dall’a.a. 1924-25 al 1928-29 l’insegnamento della linguistica storica, nuovamente titolato Storia comparata delle lingue classiche e neolatine, fu conferito per incarico ad Alessandro Sepulcri (1878-1929), libero docente di Grammatica greca e latina, socio corrispondente dell’Istituto Lombardo, le cui pubblicazioni concernono, in prevalenza, il latino tardo e volgare, l’etimologia italiana, la lingua di Gregorio Magno. Nell’a.a. 1925-26 fu libero docente in Glottologia nel nuovo Ateneo milanese Giacomo Devoto, incaricato di Storia comparata delle lingue classiche a Firenze, destinato ad essere uno dei maggiori linguisti italiani del Novecento. La scuola fondata dall’Ascoli era rappresentata, per il momento, da una figura più che dignitosa ma non certo alla sua altezza: lo stesso può dirsi di Claudio Giacomino, professore al Liceo Parini di Milano, che sostituì l’Ascoli nell’Accademia Scientifico-Letteraria dal 1892 all’anno del pensionamento (1902). Con la successione di Carlo Salvioni, nel 1903, il prestigio della materia fu ripristinato pienamente, seppure l’ambito indoeuropeo rimanesse in sostanza negletto: solo con Vittore Pisani, cattedratico nella Facoltà dal 1939, si avrà una forte ripresa della lezione ascoliana nella sua interezza.

3. Dopo il periodo di avviamento della Facoltà di Lettere e Filosofia, nell’a.a. 1929-30 fu chiamato come titolare della cattedra di Storia comparata delle lingue classiche e neolatine uno studioso di profonda levatura intellettuale, Benvenuto Aronne Terracini (Torino 1886-1968), poi accademico della Crusca e socio dell’Accademia nazionale dei Lincei, restauratore di uno storicismo di stampo idealistico nello studio della lingua dopo la fervida, ma in parte arida, stagione positivistica7.

Laureatosi nel 1909 con Matteo Bartoli e poi perfezionatosi nella geografia linguistica con Jules Gilliéron e nello storicismo a sfondo sociologico con Antoine Meillet, Terracini prese parte alla prima guerra mondiale in cui meritò la medaglia d’argento al valore militare. Prima di essere cattedratico a Milano aveva insegnato, a vario titolo, nelle Università di Genova, Cagliari e Padova. Condirettore dell’«Archivio Glottologico Italiano», cooperò con il suo maestro alla redazione dell’Atlante Linguistico Italiano, che poi diresse per molti anni fino al completamento dei lavori preparatori, realizzando per parte sua un ampio saggio sui dialetti della Sardegna8. Nell’a.a. 1936-37 la titolatura della sua materia fu trasformata in “Glottologia”. Nel biennio 1936-38 tenne per incarico anche l’insegnamento di Storia della lingua italiana. Cessò dal ruolo nell’a.a. 1937-38 per effetto dei provvedimenti di discriminazione contro i sudditi di origine ebraica. Espatriato, insegnò poi a Tucumán (Argentina) e, una volta reintegrato nel ruolo dopo la seconda guerra mondiale, terminò la carriera nell’Università di Torino (1946-1959), dove ricostituì una sua scuola, di cui fece parte, fra gli altri, Cesare Segre, a sua volta destinato a chiara fama.

Nell’attività scientifica del Terracini si incrociano strettamente i temi della geografia linguistica, di estrazione bartoliana, e uno storicismo solo in parte d’impronta crociana: pur rifacendosi egli pure al Vico, il Terracini mutuò dal Dilthey – quanto a teoresi – il concetto di Erlebniss,che applicò al divenire linguistico: “una parola si fa esperienza viva”; se le scienze positive “spiegano”, quelle dello spirito “comprendono” e interpretano il significato irripetibile di ogni evento storico. La lingua è perennemente in bilico fra libertà del parlante e tradizione, ma non all’attività intuitiva e alogica il Terracini fa ricorso, bensì a una continua rielaborazione e trasmissione culturale9. E i riferimenti, non sporadici, a Saussure mostrano l’attenzione agli aspetti sociali della lingua sia pur dall’interno di uno storicismo raffinato e coltivato con sottile, profonda convinzione.

I corsi milanesi10 riflettono gli interessi prevalenti del glottologo: fra gli a.a. 1931-32 e 1937-38, ad esempio, impartì lezioni sul latino d’Africa, di dialettologia greca, sulle lingue germaniche, le epigrafi italiche, il concetto di legge fonetica11, i caratteri generali della romanistica, la teoria della linguistica storica12, l’etrusco. Seppe fondere efficacemente linguistica e filologia studiando varietà romanze parlate13, il verbo riflessivo neolatino, i rapporti fra etrusco e italico, il sostrato mediterraneo, l’etimologia preromanza, la toponomastica sarda, l’elemento francese nella lingua delle canzoni popolari piemontesi14. Si dedicò anche a testi medievali come i Fioretti di San Francesco, il Milione di Marco Polo, la Gemma purpurea di Guido Faba, il canto XXVII dell’Inferno dantesco; inoltre a Leopardi filologo e Pirandello.

4. Una drammatica frattura nel magistero linguistico-glottologico della Facoltà derivò dalla cessazione dalla cattedra imposta al Terracini per effetto delle leggi di discriminazione razziale del 1938.

Nell’a.a. 1938-39 fu chiamato a sostituirlo sulla cattedra milanese di Glottologia Vittore Pisani (Roma 1899-Como 1990), figura non meno prestigiosa del predecessore, ma diversamente orientata scientificamente sia pur sempre nell’alveo dello storicismo. In certo modo, il Pisani riprese in pieno e con leggendario vigore la lezione ascoliana privilegiando lo studio e l’insegnamento di una linguistica storica comparativa e ricostruttiva, improntata all’etimologia indoeuropea come riflesso dei contatti fra lingue e culture preistoriche dell’Eurasia. Una continuità di tradizione di scuola milanese, sempre schiettamente storicistica, si può dunque individuare, per mere ragioni contingenti, dal magistero del Pisani in avanti. Laureatosi in Letteratura greca a Roma nel 1921 appena rientrato (1920) dal servizio militare nella prima guerra mondiale e dopo avere studiato da autodidatta la lingua greca, con pari ingegno e tenacia si erudì da sé nel sanscrito al punto che già nel 1923 pubblicava la traduzione con ampio commento storico-filologico del Primo libro di Manu15. Anche nella linguistica storica fu autodidatta con particolare attenzione al pensiero e al metodo di Matteo Bartoli oltre che alla migliore linguistica tedesca e nel 1924 pubblicava gli Studi sui pronomi delle lingue indeuropee16. Nel 1930 ottenne la libera docenza in Glottologia e nell’a.a. 1933-34, anche per interessamento di Carlo Battisti, l’incarico di Storia comparata delle lingue classiche nell’Università di Firenze. Dall’a.a. 1935-36 fu straordinario di Glottologia nell’Università di Cagliari.

Sulla cattedra milanese17 esordì con un poderoso corso monografico sul latino dalle origini indoeuropee alla fase volgare-tarda. Nel 1939 divenne socio corrispondente dell’Istituto Lombardo, di cui fu poi membro effettivo dal 1952. Nell’a.a. 1945-46 assunse per incarico l’insegnamento del Sanscrito, che conservò poi ininterrottamente fino al 1968-69, anno della sua uscita dal ruolo. Dall’a.a. 1945-46 fu direttore del Seminario di Glottologia, trasformato l’anno seguente in Istituto di Glottologia e, in quello 1952-53, nell’Istituto di Glottologia e Lingue orientali, che condurrà fino all’a.a. 1968-69. Fondò nel 1947 il Sodalizio Glottologico Milanese, fucina di giovani studiosi giunti, in gran parte, al traguardo di cattedre universitarie18. Notevole l’impegno pubblicistico: nel 1931 fu tra i fondatori della rivista «Studi baltici»; dal 1939 fu condirettore dell’«Archivio Glottologico Italiano» e nel 1946 diede vita (con Giuseppe Scarpat) alla “sua” rivista «Paideia», cui si dedicherà sino alla fine dei suoi giorni pubblicandovi innumerevoli lavori scientifici, note, recensioni. Nel 1965 fu eletto membro del consiglio direttivo della prestigiosa «Indogermanische Gesellschaft» e nel 1969 socio dell’Accademia nazionale dei Lincei; nel 1970 venne insignito della laurea h.c. in Lettere dall’Università di Bonn e fu tra i fondatori della Società Italiana di Glottologia assumendone la presidenza.

L’attività scientifica del Pisani, vigorosa, fitta se non febbrile, giustifica ampiamente la definizione, data di lui dal Tagliavini19, di “indoeuropeista completo”. Infatti, giovandosi anche degli esordi nell’indianistica, seguace di Bartoli, Gilliéron, Schuchardt, Spitzer, egli professò e praticò una linguistica storica che abbracciava tutto il dominio indoeuropeo concepito in guisa di lega linguistica e non in senso genealogico, di cui dette una propria originale valutazione fin dai giovanili Studi sulla preistoria delle lingue indeuropee20e poi in Geolinguistica e indeuropeo21.

Il metodo della comparazione e ricostruzione etimologica fu applicato da Vittore Pisani a tutte le lingue indoeuropee e un filo ininterrotto, di metodo e risultati, lega i primi lavori a una delle sue ultime pubblicazioni, Indogermanisch und Europa22.Oltre a dedicarsi all’indoeuropeo23 Pisani scrisse di trace, caucasico, etrusco; si occupò anche del romanzo ellenistico-romano, di filologia, linguistica ed epigrafia latina e delle lingue pre-romane d’Italia, del greco letterario, di filologia indiana (traducendo dal sanscrito numerose opere), di lingue romanze e dialettologia ed etimologia italiana, di lingue e letterature europee moderne, del sostrato indo-mediterraneo e del nostratico rilegante indoeuropeo e camito-semitico; né rinunciò ad esprimersi nella teoria linguistica, sempre fedele a un convinto empirismo, alieno da schemi astratti e deduttivi, improntato a un tempo alla linguistica areale e al contatto interlinguistico, che si atteneva saldamente anche alle culture sottese alle lingue.

Una serie imponente di saggi e note – alla bibliografia del Pisani non sono sufficienti 50 pagine di titoli – è raccolta nei volumi Linguistica generale e indeuropea24, Saggi di linguistica storica25, Lingue e culture26, Mantissa27, Spicilegium postremum28. Nutrita anche la serie dei suoi manuali, densi non solo di informazione scientifica ma anche, molto spesso, di nuove interpretazioni e rettifiche della communis opinio: Crestomazia indeuropea29; Storia della lingua greca30; Testi latini arcaici e volgari con commento glottologico31; Glottologia indeuropea32; Grammatica latina storica e comparativa33; Storia della lingua latina34; Le lingue dell’Italia antica oltre il latino35; L’etimologia-Storia,questioni,metodo36; Lezioni sul lessico inglese37; Le lingue indeuropee38; Manuale storico della lingua greca39; Introduzione allo studio delle lingue germaniche40.

5. L’avvicendamento con un così insigne e celebre maestro, di spiccata personalità, indubbio e fecondo carisma, suscitatore energico, non fu cosa facile per il suo successore, uomo di brillante intelligenza, profonda e ampia cultura, didatta davvero infaticabile, più pensoso, riservato e meditativo rispetto all’irrefrenabile Pisani.

Nell’a.a. 1969-70 la Facoltà di Lettere e Filosofia chiamava Enzo Evangelisti (Firenze 1920-Milano 1980) sulla cattedra di Glottologia, da lui ricoperta fino all’a.a. 1979-80. Salvo un triennio di straordinariato nell’Università di Cagliari e un periodo di incarico in quella di Genova, Evangelisti svolse la sua intensa attività didattica ininterrottamente nell’Ateneo milanese: laureatosi nel 1946 con Vittore Pisani al rientro dalla seconda guerra mondiale dopo lunga prigionia in un campo di concentramento tedesco, minato nel fisico ma non nell’ingegno, egli fu assistente volontario (1946-48), assistente incaricato (1949-1950), e poi dal 1950 assistente ordinario alla cattedra del suo maestro. Nello stesso anno conseguì la libera docenza in Glottologia e negli a.a. 1952-53 e 1953-54 gli fu affidato l’incarico di Grammatica greca e latina. Dall’a.a. 1955-56 al 1966-67, e poi di nuovo negli a.a. 1977-78 e 1978-79, accanto all’impegno della cattedra di Glottologia si assunse l’onere dell’incarico di Storia comparata delle lingue classiche. Fu anche incaricato di Filologia germanica negli a.a. 1962-63 e 1963-64. Socio corrispondente dell’Istituto Lombardo, fu preside della Facoltà di Lettere di Filosofia dall’a.a. 1974-75 fino alla prematura e improvvisa scomparsa. Nei soli dieci anni del suo magistero milanese l’Evangelisti formò un’attiva scuola glottologica, seppur meno ampia rispetto a quella, corale, del Pisani: vari suoi allievi ricoprono oggi cattedre di Glottologia e Linguistica generale. Nell’a.a. 1974-75 il glottologo, la cui salute andava inesorabilmente deteriorandosi, affidò la cattedra di Sanscrito – che aveva tenuto per incarico dall’a.a. 1969-70 – all’illustre indianista Carlo Della Casa, che gli succederà come direttore dell’Istituto di Glottologia e Lingue orientali41.

L’attività scientifica dell’Evangelisti, non molto estesa, fu saldamente ancorata ai metodi e prospettive della scuola glottologica milanese, in particolare all’analisi geolinguistica e non genetica nello studio comparativo ed etimologico delle lingue indoeuropee. Particolare attenzione dedicò alla diacronia della morfologia verbale di varie lingue antiche. Sensibilità e acutezza peculiari dimostrò nelle ricerche sulla lingua tocarica, entro la cui documentazione si occupò brillantemente della cronologia relativa delle palatalizzazioni di fonemi consonantici indoeuropei42, al vocalismo43, a una etimologia di saldo impianto culturale44, alla filologia dei testi tocari45. È autore anche di un conciso Dizionario di filosofia indiana46.

Entro i temi generali dell’indoeuropeistica dedicò incisivi saggi all’uso preteritale dell’ottativo47 e all’indifferenza alla diàtesi del suffisso – nt – di participio48; nello stesso alveo, fedele alla linea inaugurata dal Pisani, spiegò aspetti controversi della morfologia del verbo greco alla luce di possibili isoglosse con le lingue anatoliche49; contribuì inoltre alla ricostruzione linguistico-culturale della fase preistorica indoeuropea proponendo un’etimologia del termine latino mundus alla luce del sanscrito e delle più antiche congruenze latino-indiane50. Una completa raccolta dei suoi scritti costituisce il volume postumo Scritti tocarici e altri studi51.

La scuola glottologica milanese è stata continuata, dall’a.a. 1980-81 fino all’uscita dal ruolo, da Renato Arena (1926-), specialista di dialettologia greca e filologia latino-italica, titolare della cattedra fino al pensionamento, ora presidente del Sodalizio Glottologico Milanese dopo la scomparsa di Giancarlo Bolognesi. L’Arena ha continuato lo storicismo di Vittore Pisani, con cui ha accoppiato una peculiare e raffinata attenzione agli aspetti epigrafici ed archeologici delle varietà di lingua particolarmente predilette, i corpora epigrafici del greco continentale, magnogreco, siceliota e di varie lingue dell’Italia antica oltre il latino52.

Roberto Giacomelli
(Università di Milano)
roberto.giacomelli@unimi.it

 

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