Annali di Storia delle Università italiane - Volume 13 (2009)

Studi

 

[English summary]

 

Roberto Sani

Il rettorato di Attilio Moroni e l’evoluzione dell’Università degli Studi di Macerata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo XX

 

Il presente contributo1 si limiterà ad approfondire l’operato svolto dal prof. Attilio Moroni, quale massimo responsabile dell’Università degli Studi di Macerata, nel corso dei suoi tre mandati rettorali, ovvero nel periodo compreso tra il maggio 1977 (com’è noto, Moroni fu eletto rettore il 20 maggio 1977) e l’ottobre 1985 (il 31 ottobre 1985 si chiudeva il suo terzo e ultimo mandato rettorale).

Ho volutamente lasciato da parte quegli aspetti della biografia intellettuale e scientifica e dell’attività accademica di Attilio Moroni, pure fondamentali: ricordo qui la sua straordinaria opera di studioso del Diritto ecclesiastico, testimoniata da una lunga serie di lavori scientifici di notevole significato; la lunga e apprezzata attività di insegnante e di educatore di generazioni di giovani allievi, taluni dei quali hanno avuto il merito e il privilegio di ottenere, a loro volta, la cattedra universitaria; la vigorosa passione – nutrita di indiscussa e vastissima competenza2 – per l’arte e per la sua storia ed evoluzione nel corso dei secoli: una passione che egli tenne viva e alimentò, parallelamente a quella per i rigorosi studi di diritto ecclesiastico e canonico, tanto da attirare su di sé l’epiteto di «uomo e studioso dal tratto rinascimentale».

Ho volutamente lasciato da parte questi aspetti, dicevo, non solo perché ritengo di non possedere le competenze adeguate per un’analisi a tutto tondo del complesso personaggio Moroni, ma anche, e soprattutto, perché a me sembra che proprio l’operato di Attilio Moroni quale magnifico rettore della nostra Università sia rimasto un po’ in ombra nelle pur diverse e articolate rievocazioni di tale figura operate negli ultimi due decenni.

In sede di premesse, credo opportuno sottolineare che Attilio Moroni esercitò l’alto e delicato ufficio di rettore dell’Università di Macerata in una stagione della recente storia accademica, ma anche politica, sociale e culturale del nostro Paese e dello stesso territorio maceratese e marchigiano – quella, per intenderci, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo XX – particolarmente convulsa e difficile, nella quale, mentre da un lato si registrava un vigoroso e per certi versi inedito impulso al cambiamento (un cambiamento sotto molti aspetti ‘epocale’, figlio di quel ’68 i cui esiti si ebbero sul lungo periodo, com’è noto, e del quale noi possiamo cogliere oggi le complesse movenze e gli altrettanto incisivi approdi); dall’altro veniva maturando una profonda crisi dei modelli e delle istanze istituzionali, civili e culturali che, fino a quel momento, avevano alimentato non solamente la vita accademica e l’operato delle realtà universitarie, ma la stessa convivenza politica e sociale, la vita economica, le tradizioni civili del nostro Paese. Basterebbe qui richiamare, in estrema sintesi, la crescente crisi dell’economia italiana, il ridefinirsi in termini altamente conflittuali del quadro sociale e politico, le stesse difficoltà istituzionali che contrassegnarono gli anni Settanta e Ottanta. Si pensi all’ascesa del movimento studentesco nato nel 1968 e a quella del movimento operaio e sindacale sviluppatosi all’indomani del cosiddetto “autunno caldo” (1969)3; all’avvento della drammatica stagione degli attentati e delle stragi (Piazza Fontana, l’Italicus ecc.) e alla repentina escalation delle organizzazioni terroristiche di diverso colore politico, fino alle Brigate Rosse e al drammatico epilogo del rapimento e dell’omicidio dell’on. Aldo Moro e degli uomini della sua scorta4.

Una fase di profonda e rapida transizione, una stagione difficile sotto ogni profilo, destinata ad influenzare fortemente la stessa attività del sistema universitario nazionale e a condizionare, altrettanto fortemente, la vita dei singoli Atenei. Con la liberalizzazione degli accessi universitari introdotta nel 1969, com’è noto, l’Università italiana, che fino a quel momento aveva conservato il suo originario carattere di struttura di élite, diveniva improvvisamente una realtà di massa, con tutte le gravi conseguenze che generalmente si accompagnano a quelle riforme e a quelle trasformazioni di per sé giuste e non solo opportune, ma addirittura necessarie e urgenti, attuate tuttavia – e non è certo questo il primo o l’unico caso nella storia del nostro Paese – senza alcuna programmazione e senza l’introduzione di quegli indispensabili interventi finanziari e di sviluppo destinati a creare le condizioni per una proficua e non traumatica transizione verso il nuovo5.

All’avvento caotico e non pianificato dell’Università di massa, i cui più gravi effetti si registrarono proprio a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, si cercò di far fronte, sia pure con notevole ritardo, con due interventi legislativi di indubbia portata, i quali, tuttavia, furono ben lungi dal porre rimedio al malessere e alle contraddizioni più gravi e vistose del sistema universitario: la Legge 382/1980 sul riordino della docenza universitaria e la Legge 590/1982 sulla programmazione universitaria. Due provvedimenti destinati a mutare in larga misura il volto degli Atenei italiani6, che ho voluto qui richiamare in quanto, non solamente furono oggetto di attenta riflessione da parte del rettore Attilio Moroni, ma esercitarono una notevole influenza sulle scelte e sugli atti di governo da lui operati.

Fatta questa lunga, ma necessaria premessa, credo sia opportuno a questo punto entrare nel vivo del tema, richiamando, sia pure in modo estremamente rapido e conciso, le tappe della carriera accademica, fino all’assunzione della carica di rettore, del prof. Attilio Moroni.

Nato a Porto Recanati (MC) il 13 aprile 1909, Moroni aveva conseguito nel 1931 la laurea in Sacra Teologia e, successivamente, si era iscritto all’Università degli Studi di Macerata, dove il 27 giugno 1941 otteneva la laurea in Giurisprudenza, discutendo con il prof. Pietro Gismondi una tesi di Diritto ecclesiastico. Professore incaricato di Diritto pubblico ecclesiastico presso il Pontificio Seminario Regionale di Chieti (1936-1941) e, successivamente, insegnante di Storia dell’arte presso il Liceo Classico Statale «Giacomo Leopardi» di Recanati, Attilio Moroni divenne assistente volontario alla cattedra di Diritto ecclesiastico dell’Università degli Studi di Macerata dall’anno accademico 1941-1942 e, nel giugno 1948, conseguì la libera docenza nella stessa disciplina. Risultato il primo della terna dei vincitori nel concorso di Diritto canonico bandito nel 1968 dall’Ateneo maceratese, Attilio Moroni fu nominato professore straordinario di Diritto canonico nella Facoltà di Giurisprudenza a decorrere dal 1° novembre di quell’anno. Un triennio più tardi divenne professore ordinario e fu trasferito sulla cattedra di Diritto ecclesiastico (1° novembre 1971). Nell’arco della sua lunga carriera accademica, svoltasi interamente nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, Moroni tenne l’incarico di Diritto canonico (dall’anno accademico 1955-1956 al 1967-1968 e ancora dall’ anno accademico 1971-1972 al 1974-1975) e di Diritto ecclesiastico (dall’anno accademico 1968-1969 al 1970-1971). Il 20 maggio 1977, come si è detto, fu eletto rettore dell’Università degli Studi di Macerata per il triennio 1976-1977/1978-1979, ufficio al quale venne riconfermato per altri due mandati, fino alla fine dell’ anno accademico 1984-19857.

Nel ripercorrere le tappe ed enucleare gli aspetti più incisivi e rilevanti del rettorato di Attilio Moroni, prenderei le mosse da un giudizio sulla sua figura e sulla sua opera che, per l’autorevolezza di chi l’ha pronunciato e, soprattutto, per la estrema complessità e articolazione degli aspetti e dei motivi posti in risalto, mi sembra possa offrire un utile punto di partenza alla nostra analisi. Intendo riferirmi a quanto affermava, in sede di inaugurazione dell’anno accademico 1982-1983, presentando il 34° volume degli Annali della Facoltà di Giurisprudenza, dedicato appunto ad Attilio Moroni in occasione del suo collocamento fuori ruolo8, l’allora preside della Facoltà, il compianto prof. Mario Sbriccoli, recentemente scomparso.

Attilio Moroni – egli notava – è insieme un punto di riferimento, un testimone e quasi un simbolo […]. Anzi, si può dire che Attilio Moroni, che ha insegnato solo in questa sede e per diversi decenni, rappresenta perfettamente e può impersonare la storia della nostra Facoltà negli ultimi quaranta anni. Anche per questo noi oggi gli rendiamo onore, perché riconosciamo in lui il maestro che ha formato migliaia di studenti, il collega saggio ed equilibrato, lo scienziato attento e fecondo, il rettore degli ultimi sei anni, e dei prossimi tre, che ha quasi cambiato il volto di questa Università, la quale grazie a lui è straordinariamente cresciuta nelle risorse, nelle strutture e soprattutto nel prestigio. Punto di riferimento per generazioni diverse di studiosi e docenti, e quindi tramite tra di esse, Attilio Moroni prosegue questa opera che è in qualche modo opera di collegamento tra il passato e il presente: un’opera preziosa nella fase attuale della nostra vita universitaria, che è fase di trasformazione, di cambiamenti delicati e talora rischiosi, nel corso dei quali si avverte un grande bisogno di ancoraggi con la nostra tradizione, un grande bisogno di saggezza e di memoria storica. Da lui ci viene tutto questo9.

Sono qui evidenziati taluni aspetti della figura e dell’opera di Attilio Moroni sui quali è opportuno soffermarsi, in quanto restituiscono, a mio avviso, il significato più profondo e l’autentica chiave di lettura del suo governo rettorale. Tracciando quasi un bilancio in itinere della sua esperienza alla guida dell’Ateneo (siamo, infatti, alla fine del secondo mandato di Moroni), Sbriccoli sottolineava, con indubbia efficacia, come Moroni si fosse reso protagonista di scelte ed iniziative tali da modificare la fisionomia stessa dell’Università di Macerata, «la quale grazie a lui è straordinariamente cresciuta nelle risorse, nelle strutture e soprattutto nel prestigio». Ma Sbriccoli aggiungeva qualcosa di più: a suo avviso, in un tempo caratterizzato da profonde trasformazioni, in un’epoca «di cambiamenti delicati e talora rischiosi», il rettorato di Attilio Moroni si distingueva per il solido ancoraggio alle tradizioni dell’Ateneo maceratese, per la «saggezza» e l’equilibrio da lui dimostrati nell’esercizio del governo, per la «memoria storica» che alimentava, e in buona sostanza connotava, l’approccio ai singoli problemi, la progettualità per il futuro e lo stesso impegno nell’esperienza quotidiana.

Attilio Moroni ereditava, nel maggio 1977, un Ateneo che godeva ancora di un certo prestigio, in virtù delle sue antiche origini, e che solo da pochi anni, con l’istituzione della nuova Facoltà di Lettere e Filosofia (1964)10, si era lasciato alle spalle la vera e propria anomalia – o, se si vuole, il non invidiabile primato –, frutto delle deliberazioni assunte dalla classe dirigente liberale all’indomani dell’unificazione nazionale e della costituzione del Regno d’Italia11, di essere l’unica Università italiana dotata di un’unica Facoltà, quella di Giurisprudenza, la cui tradizionale serietà e il cui indiscusso prestigio, conservati e addirittura accresciuti nell’arco di un secolo di storia unitaria, non erano riusciti ad arginare il lento declino e la graduale perdita di attrattiva della sede maceratese, priva di forti e radicati collegamenti con il Territorio e con la comunità locale e, per altri versi, carente di quegli strumenti in grado di renderla competitiva nel vivace e dinamico contesto del sistema universitario nazionale.

Le stesse scelte operate dai governi unitari a favore della istituzione ex novo o del potenziamento degli altri atenei della regione, fra l’altro, avevano finito per penalizzare ulteriormente la realtà maceratese, la quale scontava, al pari di altri atenei di piccole dimensioni e situati in aree periferiche, anche l’assenza di un corpo docente radicato sul territorio e di un’autentica continuità d’impegno sul piano progettuale.

I seimila studenti iscritti nel 1977 e, su un diverso piano, i circa 23 professori ordinari che in quello stesso anno costituivano il nucleo stabile del corpo accademico12 potevano ritenersi soddisfatti di vivere e di operare in un ambiente accademico sostanzialmente ordinato e tranquillo, in quanto mantenutosi per certi aspetti estraneo ai clamori e alle turbolenze che avevano caratterizzato e ancora caratterizzavano le sedi universitarie dei grandi centri urbani. Il problema di fondo, tuttavia, rimaneva quello dell’assenza di una vera e propria prospettiva di sviluppo, di uno specifico programma di rilancio dell’Ateneo maceratese, i quali apparivano tanto più urgenti e necessari, quanto più, a livello nazionale e nella stessa realtà locale, si manifestavano ormai con forza i sintomi di una profonda quanto radicale trasformazione, destinata ad investire un po’ tutte le istituzioni formative e culturali del Paese e, in particolare, le università e i centri di alta formazione e ricerca scientifica.

Forte della sua esperienza accademica di cattedratico di lungo corso e, nel contempo, sostenuto da una singolare conoscenza della realtà socio-economica e culturale del territorio maceratese e marchigiano, Attilio Moroni fu tra i primi a prendere coscienza del fatto che, se si voleva davvero rilanciare l’Università di Macerata e metterla nelle condizioni di poter svolgere un ruolo significativo nell’ambito del sistema universitario nazionale e nello stesso contesto locale, era necessario abbandonare al più presto l’immagine un po’ oleografica e fuorviante dell’isola felice, del piccolo e tranquillo Ateneo di provincia, della eterna sede di passaggio per tanti giovani professori destinati a completare altrove la loro carriera.

Soprattutto, era opportuno creare le condizioni affinché l’Università di Macerata recuperasse appieno il significato della sua missione e perseguisse una nuova e più ambiziosa progettualità, capace di ancorarla ai cambiamenti in atto e di renderla protagonista delle nuove sfide che, sul versante non solamente culturale e professionale, ma anche socio-economico e civile, si andavano profilando per la società italiana.

Gli atti di governo e le scelte compiute da Attilio Moroni nel corso dei suoi tre mandati rettorali confermano appieno tale progettualità e, soprattutto, avvalorano l’impressione che il suo governo abbia operato una vera e propria cesura rispetto a quello dei suoi predecessori, facendo compiere un autentico salto di qualità al nostro Ateneo. C’è di più: anche una rapida scorsa alle linee programmatiche e agli indirizzi di fondo del suo rettorato, testimonia quella che si potrebbe definire una sorta di straordinaria capacità visionaria, o se si vuole, l’ampio respiro delle sue intuizioni, frutto del felice connubio tra ampiezza di orizzonti culturali e vivido senso politico. Intendo riferirmi a quella capacità di cogliere i segni dei tempi (per usare un’espressione ben nota, che negli scritti di Attilio Moroni torna molto frequentemente) e di prospettare aperture e scenari in grado di proiettare lo sguardo ben oltre la realtà presente. Al punto che, come cercherò di dimostrare nel prosieguo del mio contributo, molte delle intuizioni e delle aspirazioni che avevano animato l’esperienza di governo del prof. Attilio Moroni, hanno trovato solo recentemente, sia pure in un contesto necessariamente molto mutato, la loro concreta realizzazione.

Tra i capisaldi del programma di governo e delle scelte operate tra il 1977 e il 1985 dal rettore Attilio Moroni, indicherei: le molteplici e organiche iniziative volte a promuovere la crescita in termini quantitativi, e soprattutto qualitativi dell’Ateneo maceratese; la vera e propria centralità conferita al tema – per certi versi straordinariamente attuale – del rapporto tra l’Università e il suo territorio provinciale e regionale; l’enfasi posta – anche in questo caso con un’intuizione davvero straordinaria – sulla necessità e l’urgenza di avviare un processo di internazionalizzazione capace di proiettare l’Ateneo ben oltre i confini nazionali e, nel contempo, di sradicare ogni forma di localismo e ogni sopravvivenza di antiche e ormai anguste chiusure provinciali; il richiamo pressante all’opportunità di operare per un’armonizzazione (oggi diremmo: razionalizzazione) del sistema universitario marchigiano, tenendo conto delle caratteristiche peculiari del territorio, come pure della necessità di garantire una formazione di qualità e di favorire lo sviluppo dell’economia e l’inserimento dei giovani laureati nel mercato del lavoro; la preoccupazione, infine, di promuovere nei giovani studenti, accanto alle conoscenze e competenze di carattere culturale, scientifico e professionale, anche un vigoroso sentimento etico-civile, un solido radicamento nei valori costituzionali e nei princìpi posti alla base della convivenza democratica.

Tra le molteplici e organiche iniziative volte a promuovere la crescita in termini quantitativi, e soprattutto qualitativi, dell’Università di Macerata porrei innanzi tutto quelle realizzate ai fini all’ampliamento delle strutture e degli spazi destinati alla didattica, alla ricerca scientifica, ai servizi agli studenti e all’attività amministrativa: un aspetto, si badi, essenziale, allorché si intenda favorire una effettiva espansione dell’attività di un Ateneo, in particolare di un Ateneo come quello maceratese, le cui carenze strutturali e logistiche, divenute ormai insostenibili, rappresentavano un po’ il riflesso del mancato sviluppo registrato – a livello di istituzioni didattiche e di ricerca – all’indomani dell’unificazione nazionale.

Coadiuvato da un Consiglio di Amministrazione autorevole nei suoi componenti e particolarmente sensibile nei riguardi dei problemi sopra richiamati, il rettore Attilio Moroni pose mano a un ambizioso quanto indispensabile progetto di sviluppo edilizio destinato a mutare radicalmente il volto dell’Università e a favorirne l’espansione e l’organico inserimento nel tessuto cittadino. Non è possibile, in questa sede, approfondire in modo analitico le movenze e i molteplici capitoli di tale operato, il quale – occorre ricordarlo e sottolinearlo – era animato da un progetto rigoroso nella sua aspirazione a promuovere esclusivamente il bene dell’Ateneo e condiviso ampiamente dagli organi di gestione e di controllo del medesimo. Basti dire che, nell’arco dei suoi tre mandati rettorali, ovvero in poco meno di un decennio, Attilio Moroni portò a termine, fra l’altro, la realizzazione della nuova sede della Facoltà di Lettere e Filosofia di via Don Minzoni, l’acquisizione dal Demanio e la ristrutturazione dell’ex Palazzo di Giustizia in corso Garibaldi, l’acquisto e la ristrutturazione dell’ex Seminario vescovile di piazza Strambi, la costituzione del nuovo Collegio femminile di via dei Sibillini, la realizzazione (al fine di creare le condizioni per una maggiore stabilità a Macerata dei docenti pendolari) della Foresteria in via Crispi, il potenziamento delle strutture del C.U.S., con la creazione della palestra in via dei Velini.

Su un diverso piano, ma anche qui con grande realismo e una buona dose di lungimiranza, egli individuò nel potenziamento e nella riqualificazione della struttura amministrativa dell’Università di Macerata la condicio sine qua non per il suo ordinato e sicuro sviluppo:

Questo progredire, questo ingrandirsi di uomini e di cose – egli affermava nel 1982, tracciando un provvisorio bilancio dei suoi primi due mandati rettorali – ha portato di conseguenza l’aumento dei servizi […]. Di qui la necessità di ristrutturare gli uffici, onde renderli più adeguati alle nuove esigenze; la necessità di infondere in essi una linea decentrata, che decantasse tutto l’apparato amministrativo da una posizione quasi artigianale o, se volete, da una posizione di carattere familiare13.

Ed è indubbiamente significativo il fatto che le scelte operate su questo versante negli anni del rettorato Moroni si siano rivelate non solamente opportune per quegli anni, ai fini della indispensabile modernizzazione e dell’altrettanto indispensabile adeguamento dell’amministrazione ai nuovi compiti cui era chiamato l’Ateneo, ma anche efficaci sul lungo periodo, come testimonia il fatto che solo recentemente, in uno scenario accademico e organizzativo radicalmente mutato, si è giudicato opportuno intraprendere un’ulteriore e organica ristrutturazione degli assetti amministrativi.

Occorre anche ricordare l’impegno profuso da Attilio Moroni per accrescere le risorse e gli strumenti per la didattica e la ricerca scientifica, ovvero per creare le condizioni affinché docenti e studenti potessero operare al meglio nel quadro delle finalità proprie dell’Ateneo. Basterebbe qui ricordare come, già al termine del suo secondo mandato, il rettore Moroni fosse riuscito a raddoppiare quasi il patrimonio librario dell’Ateneo, per cui, attraverso nuove acquisizioni e importanti lasciti librari, la nostra Università era passata dai 146.978 volumi del 1977 ai 282.631 del 198214.

Ma il discorso su questo punto ci porterebbe lontano: è solo il caso qui di ricordare che, accanto al potenziamento del Sistema Bibliotecario di Ateneo, Attilio Moroni guardò con particolare attenzione alle nuove tecnologie applicate tanto alla ricerca scientifica e alla didattica, quanto alla modernizzazione dell’attività amministrativa, come testimonia, fra l’altro, la creazione del Centro di Calcolo, primo nucleo di quello che sarebbe poi divenuto il Centro di Elaborazione Dati (CED) e, più recentemente, il Centro di Ateneo per l’Informatica e la Multimedialità (CAIM).

Ma occorre anche ricordare che – sia pure in un quadro segnato dalla diretta dipendenza delle politiche degli Atenei dalle più complessive e centralistiche decisioni ministeriali (l’autonomia universitaria, com’è noto, sarebbe arrivata solo alcuni anni dopo) – il rettore Attilio Moroni individuò, con grande lucidità, nell’ampliamento e nella maggiore qualificazione e diversificazione dell’offerta didattica e formativa uno dei principali fattori della crescita dell’Ateneo maceratese.

Nei discorsi pronunciati in occasione dell’inaugurazione degli anni accademici, in particolare, questo motivo torna a più riprese. Così nella cerimonia relativa all’apertura del nuovo anno accademico 1980-1981, egli sottolineava:

Questo Ateneo, che dall’Unità d’Italia si è retto su di una sola Facoltà, quella di Giurisprudenza, che solamente da quindici anni a questa parte è stata sponsorizzata, provvidamente, con la Facoltà di Lettere e Filosofia […], è ben poca cosa! Se si opera il confronto con le Università sia di antica formazione sia di recente erezione (Viterbo, Cassino, Udine ecc.) l’Università di Macerata si presenta in tema di Facoltà come la più piccola Università italiana: una miniatura, bellissima se volete, ma sempre miniatura; una tessera, splendida se volete, ma sempre tessera di fronte ai grandi e grandissimi mosaici, che sono gli Atenei italiani. L’Università di Macerata non può rimanere in questa sua modesta dimensione quantitativa15.

E dopo avere ricordato, non senza una punta di comprensibile amarezza, «due occasioni perdute: l’offerta della Facoltà di Economia e Commercio e di quella di Agraria», aggiungeva:

Il problema di prospettiva dell’Università di Macerata, che deve guardare al futuro e non può arrestarsi alla recriminazione del recente passato […], come non può arrestarsi del pari alla contemplazione del presente, è quello di rispondere alle esigenze e alle aspettative delle generazioni che incalzano16.

Di qui l’avvio di una serie di iniziative destinate in larga misura ad essere portate a compimento dai suoi successori, ma da lui indicate e pianificate con estrema lucidità: mi riferisco, in particolare, alle diverse Scuole di perfezionamento e di specializzazione post-lauream e, soprattutto, ai Corsi di laurea in Scienze Bancarie e in Beni Culturali, che a suo avviso avrebbero dovuto costituire il primo nucleo delle future Facoltà di Economia e di Beni Culturali (quest’ultima da lui puntualmente sollecitata nel discorso inaugurale del 1981-1982)17.

Si è parlato, non a caso, di una vera e propria centralità conferita dal rettorato Moroni alla questione – strategica e per certi versi straordinariamente attuale – del rapporto tra l’Università e il suo Territorio. Su questo versante, si può senz’altro affermare che Attilio Moroni rompeva una tradizione di isolamento e di sostanziale estraneità, rispetto all’ambiente circostante e alle sue realtà ed espressioni culturali, politiche e socio-economiche, che contrassegnava da lungo tempo l’Ateneo maceratese. Anche in questo caso, la scelta traeva alimento dalla percezione dei profondi cambiamenti in corso e dalla consapevolezza che occorresse ripensare necessariamente il ruolo e le funzioni che l’Università di Macerata era chiamata a svolgere:

Si è creata storicamente – notava al riguardo il rettore Moroni – una forma di vita dissociata tra le due realtà [l’Università e il Territorio], che si sono mosse, inavvertitamente, a guisa di due parallele, raramente tra loro convergenti. Non è infrequente il caso che il cittadino maceratese ignori perfino l’esistenza di questo Ateneo o, se non lo ignora, lo sente del tutto avulso dal contesto sociale: eppure si tratta di una importante azienda che produce cultura e professionalità18.

E aggiungeva:

Ad un docente universitario maceratese, che vuole essere attento ai destini della sua terra, non poteva sfuggire questa silente frattura; ed è per questo che ho dato subito al mio mandato rettorale […] un taglio del tutto particolare: rendere pubblica la vita dell’Ateneo e responsabilizzare le forze sociali19.

In realtà, Attilio Moroni si sarebbe impegnato a fare molto di più. In occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1980-1981, egli annunciava l’indizione, per il 22-24 gennaio 1981, di una Conferenza programmatica sul tema Università, Società e Territorio, la quale, aperta da una relazione introduttiva del sociologo bolognese Achille Ardigò, si sarebbe poi sviluppata sulla base degli interventi di docenti universitari ed esponenti delle realtà istituzionali, politiche, socio-culturali ed economico-produttive della provincia maceratese, offrendo, attraverso un dibattito serrato tra le due componenti – la realtà accademica e le espressioni del Territorio –, notevoli spunti e indicazioni in ordine all’avvio di sinergie e di nuove forme di collaborazione:

Questo Ateneo, ed è la prima volta nella sua storia, almeno a memoria d’uomo – affermava Attilio Moroni aprendo i lavori della Conferenza Università, Società e Territorio – intende confrontarsi con questo territorio, con questa società. […] L’Università, con questa iniziativa, esce dal suo ghetto, mostra se stessa, si fa conoscere. In tal modo il territorio crea un nuovo rapporto con la Università, si presenta come suo componente integrante, mostra le sue esigenze, cataloga i suoi interessi attesi e disattesi. Il tutto nel rispetto della reciproca autonomia, allo scopo di prospettare un’attività coordinata, organica e permanente; e per individuare nuove forme di collaborazione e di progresso per ambedue le comunità. […] Questo incontro è diretto, in definitiva, a ripensare e a rivedere i modi della nostra presenza nella vita pubblica di questa società20.

Ed invero – con un’intuizione che anticipava di gran lunga scenari di collaborazione e di integrazione tra le università e le rispettive realtà socio-economiche territoriali solo recentemente divenuti strategici, e quindi perseguiti con impegno e organicità – il rettore Moroni avviava solidi e fruttuosi rapporti con le realtà istituzionali e produttive del nostro territorio, con la Camera di Commercio, l’Assindustria di Macerata, la Fondazione CA.RI.MA e la locale Cassa di Risparmio, con gli ordini professionali e le associazioni culturali: rapporti destinati non solo a riverberarsi in modo estremamente positivo sulla crescita dell’Ateneo, ma anche a radicare nel corpo docente la consapevolezza di una stretta e necessaria interdipendenza tra le due realtà.

Alla base dell’apertura dell’Università al Territorio e dell’avvio di nuove e inedite forme di collaborazione e di sinergia, c’era anche un’altra intuizione del prof. Attilio Moroni, non meno significativa e attuale: la consapevolezza, cioè, che l’Università non potesse restare estranea o indifferente di fronte alle sorti della realtà economico-sociale e produttiva del territorio, di fronte a quello che egli definiva la «trasformazione tacita, ma rapida e consistente» dell’economia locale21.

Era necessario anzi, a suo avviso, che l’Università ponesse le sue risorse culturali e le sue competenze scientifiche al servizio di tale trasformazione, impegnandosi altresì a promuovere, ai diversi livelli, una moderna cultura della crescita e dello sviluppo del Territorio, capace di rimuovere quelle chiusure e quei ritardi culturali che tanto avevano ostacolato, e ancora ostacolavano, il decollo delle imprese e della vita economica nel maceratese e nelle Marche:

Noi del maceratese – egli notava al riguardo – portiamo il peso e la sofferenza dei ritardi storici. In fondo questa eredità la si avverte un po’ da per tutto in questo nostro territorio: dalla rete viaria alle strutture alberghiere. Nessuno, è vero, può mettere in dubbio l’onestà e l’umiltà del nostro vivere civile, la bontà del nostro tessuto sociale, l’ordine dei nostri rapporti culturali e mercantili. C’è però in fondo a tutto questo una staticità sostanziale, un attaccamento a volte esasperato a moduli tradizionali, che attardano il cammino di questa gente e mozzano il rischio delle cose nuove22.

Deve essere ascritto al capitolo degli accresciuti rapporti con la società locale e della promozione del Territorio, infine, anche l’impegno profuso da rettore Attilio Moroni in favore del riconoscimento e della valorizzazione di quelle che potremmo definire le eccellenze culturali maceratesi e marchigiane, ovvero di quelle esperienze e iniziative che, per il loro intrinseco valore e per la loro indiscussa validità, meritavano di essere riconosciute e additate come esemplari da parte del massimo polo culturale e scientifico del Territorio. Se è vero, infatti, che Attilio Moroni si prodigò affinché le tante iniziative promosse dall’Ateneo (convegni, seminari, mostre ecc.) potessero essere maggiormente fruite dalla comunità maceratese, è altrettanto vero che egli inaugurò la felice pratica, specie in occasione delle solenni inaugurazioni degli anni accademici, di richiamare l’attenzione del corpo accademico, del personale tecnico-amministrativo, degli studenti, dei rappresentanti delle istituzioni locali e degli autorevoli ospiti sulle iniziative ed esperienze che maggiormente distinguevano il nostro Territorio. Così, ad esempio, in occasione dell’apertura dell’anno accademico 1983-1984, egli poneva l’accento, fra le altre, «sulla singolare iniziativa per l’apprendimento della lingua latina operata da Don Lamberto Pigini di Recanati, che da qualche anno si cimenta con vero successo nazionale e internazionale con alcune pubblicazioni periodiche» d’indubbia originalità, «destinate ai lettori, specialmente ai piccoli lettori»23.

Una «singolare iniziativa», quella di don Lamberto Pigini, destinata ad ulteriori e ben più organici sviluppi, come sappiamo, sulla cui originalità e importanza, tuttavia, oltre venti anni fa, il rettore Moroni aveva visto giusto24.

Potrebbe apparire quasi contraddittorio, dopo avere a lungo richiamato l’attenzione riservata dal rettore Moroni al rapporto dell’Università con il Territorio e con la realtà locale, sottolineare l’enfasi da lui stesso posta sulla necessità e l’urgenza di avviare un reale e organico processo di internazionalizzazione dell’Ateneo, capace di proiettare questa istituzione ben oltre i confini nazionali e, nel contempo, di sradicare ogni forma di localismo e ogni sopravvivenza di antiche e ormai anguste chiusure provinciali. In realtà, i due aspetti del disegno politico e culturale moroniano erano ben lungi dal porsi in alternativa. Noi oggi lo sappiamo bene: solo una Università capace di assolvere i suoi compiti istituzionali aprendosi alla prospettiva dell’internazionalizzazione è realmente capace di promuovere e di alimentare processi di crescita e di reale sviluppo nel proprio Territorio25.

L’apertura internazionale perseguita dal rettore Moroni rifletteva, ancora una volta, l’esigenza di dare corpo ad una prospettiva di futuro per l’Ateneo maceratese, di allargare gli angusti orizzonti entro i quali, da parte di molti ancora, si guardava al destino dell’Università, di battere strade nuove, percorsi originali e, per ciò stesso, carichi di futuro:

Come non possiamo municipalizzare l’Ateneo, come non possiamo regionalizzarlo – egli affermava davanti al corpo accademico in occasione della solenne inaugurazione dell’anno accademico 1979-1980 –, così non possiamo arrestarci ai tradizionali rapporti nazionali. Corriamo il rischio di rimanere anchilosati […]. Noi ancora non abbiamo creato rapporti culturali ufficiali di ricerca con le Università straniere. C’è stato un solo tentativo. Ma è rimasto allo stato quasi germinale […]. Null’altro!.

E aggiungeva:

È necessario concretare un progetto snello ed efficiente di rapporti e scambi culturali con alcune Università europee e extraeuropee, non però a livello di gemellaggio, che sa ormai di pura forma, ma di carattere estremamente operativo26.

Un anno più tardi, in occasione della cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico 1980-1981, Attilio Moroni tornava alla carica, offrendo agli uditori ulteriori motivi di meditazione in ordine alla opportunità di dare seguito al progetto di internazionalizzazione. La necessità e l’urgenza di porre rimedio a quello che egli definiva il «nostro secolare isolamento, non certo fausto, anche di fronte a tutte le Università italiane», si giustificavano, a suo avviso, a partire dalla esigenza di salvaguardare «il valore e la serietà di questa Università», specie nel momento in cui la prospettiva dell’internazionalizzazione rivestiva ormai il carattere di una pratica diffusa e largamente perseguita nell’ambito del più generale sistema universitario nazionale. Si spiegano in tal modo, da un lato la rivendicazione orgogliosa di una scelta ritenuta estremamente importante per i futuri sviluppi dell’Ateneo, dall’altro la sollecitazione nei riguardi del corpo docente affinché essa fosse largamente condivisa e sostenuta:

L’iniziativa di […] portare il messaggio della cultura italiana nel mondo e di fare dell’Università di Macerata una sede culturale anche per studenti non italiani è mia – egli affermava –: ne ho assunto e ne assumo tutta la responsabilità. E, si noti, la giustificazione di questo operato non è solo la trasmissione del messaggio culturale, che pure rimane il problema di fondo, o l’aprire questo Ateneo ad una dimensione ultra nazionale, per lo meno europea: io penso anche a quel complesso di elementi umani, di rapporti socio-politici ed anche mercantili [ossia economici e produttivi] che possono nel tempo scaturire da questo incontro universitario27.

Non è agevole, sulla base della documentazione disponibile, valutare il tipo di impatto e i risultati raggiunti, nel corso del suo lungo mandato rettorale, dall’impegno per l’internazionalizzazione dell’Ateneo maceratese sostenuto dal professor Attilio Moroni. Che non si sia trattato solamente di un effimero ballon d’essai, di un mero fuoco di paglia, sembra testimoniato, fra l’altro, dal sensibile incremento di studenti stranieri registrato in questi stessi anni e, su un altro piano, dalla graduale metabolizzazione da parte del corpo accademico dell’Ateneo – pur a fronte, come ricordava, non senza una punta di amarezza, lo stesso Moroni, di «motivi d’incomprensione» e di «discussioni ormai di rito per ogni novità che viene prospettata» – di un’esigenza che, da quel momento, si sarebbe via via sempre più affermata e precisata nelle coscienze dei singoli e nell’operato dell’istituzione28.

Il richiamo pressante e più volte reiterato alla necessità di operare per un’armonizzazione del sistema universitario marchigiano, tenendo conto delle caratteristiche peculiari del nostro Territorio, come pure della necessità di garantire una formazione di qualità e di favorire lo sviluppo dell’economia e l’inserimento dei giovani laureati nel mercato del lavoro, rappresenta uno dei temi ricorrenti degli interventi di carattere istituzionale pronunciati in diverse sedi dal rettore Moroni. Un richiamo, occorre sottolinearlo, nutrito di autentica preoccupazione non solo per le sorti dell’Ateneo maceratese, ma anche per i destini del sistema universitario marchigiano nel suo complesso e, su un diverso piano, per le possibili ricadute negative dell’incontrollata e caotica espansione di questo sullo sviluppo della vita socio-culturale ed economica della regione.

Sorprende, ancora oggi, la straordinaria lucidità con la quale il rettore dell’Ateneo maceratese metteva a fuoco la situazione marchigiana e individuava i possibili rischi di una crescita delle sedi universitarie o, per meglio dire, della loro offerta formativa, slegata da ogni forma di progettualità unitaria e condivisa:

È sempre presente – egli affermava nell’autunno 1983 – la visione del mosaico universitario delle Marche, di queste 4 monadi a sé stanti che, in verità, si rapportano solo sporadicamente. Eppure c’è in noi una comune vocazione, si compie un uguale lavoro in un comune bacino d’utenza, si persegue un fine unico […]. In fondo, sia per territorio che per numero di abitanti le nostre Marche possono essere assimilate ad una metropoli di media dimensione, che ha però questa notevole e singolare valenza culturale e scientifica che fino a qualche anno fa costituiva un fatto unico per il nostro Paese: ben 4 Università!29.

Di qui la sollecitazione di Moroni a sviluppare una più intensa e costante collaborazione tra i quattro Atenei marchigiani, a superare le diffidenze e le chiusure isolazioniste del passato per giungere a un indispensabile accordo «sui modi di coordinare le strutture scientifiche». Ancora nel novembre 1984, prendendo spunto dalle resistenze e difficoltà che incontrava l’operato del Comitato Regionale Universitario delle Marche (C.R.U.M.), l’organismo di coordinamento degli Atenei della regione istituito nei mesi precedenti in attuazione dell’art. 4 della Legge 590/1982, così egli si esprimeva:

È questo un organo che noi rettori delle 4 Università marchigiane abbiamo costituito il 28 febbraio di quest’anno, che stenta, però, a funzionare, forse perché si crede che costituisca un’ulteriore lesione all’autonomia delle singole Università. Io penso, al contrario, che sia un validissimo strumento di armonizzazione e di collaborazione universitaria, che dovrebbe togliere di mezzo, tra l’altro, certi atti di banditismo accademico, che assumono l’aspetto deprecabile quasi di corsa agli armamenti […]. Di qui nasce, a mio giudizio, la necessità di razionalizzare l’attuale sistema universitario delle Marche, evitando le facoltà e i corsi ripetitivi, colmando i vuoti, onde coordinare e soddisfare la ricerca scientifica30.

Un’attenzione particolare, su questo versante, era riservata dal rettore Moroni alla peculiare realtà maceratese, nella quale, come egli ricordava, «vivono ed operano da tempo 2 Università statali di antica e nobile tradizione». La necessità di «armonizzare» tale situazione particolarissima portava Moroni ad ipotizzare soluzioni ardite, ancorché sempre sorrette da consapevolezza delle condizioni date e da una forte dose di realismo in ordine agli sviluppi futuri.

Dopo avere richiamato il precedente storico delle quattro Casse di Risparmio di Macerata, Camerino, Recanati e Tolentino, le quali, mezzo secolo prima, «superando difficoltà, incomprensioni, sensibilità campanilistiche», avevano deliberato di fondersi «creando l’attuale Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, che oggi, nella gerarchia delle 90 Casse di Risparmio esistenti in Italia, […] occupa il quindicesimo posto», Attilio Moroni affermava:

L’attuale ordinamento universitario non offre ancora uno strumento legislativo, che soccorra l’ipotesi della formazione di una Università, che possa essere e nominarsi l’Università della provincia di Macerata, che veda, quindi, il nostro Ateneo e quello di Camerino avvolti in un processo d’integrazione e di complementarietà: Macerata con le sue facoltà umanistiche e Camerino con le sue facoltà scientifiche. Si può trovare qualche indizio nell’art. 91 del DPR 11 luglio 1980, n. 382, che prevede, però, solo la possibilità di porre in essere convenzioni fra Università della stessa città o della stessa Regione […]. Ma questa legge non ipotizza una forma di federazione universitaria, che, a mio giudizio, si presenta oggi, per la nostra particolare condizione, lo strumento migliore di tutela e di progresso organizzativo e scientifico.

Consapevole, probabilmente, delle contrarietà e resistenze che la sua ipotesi di federazione universitaria tra i due Atenei del maceratese avrebbe suscitato, Moroni concludeva:

Questa ipotesi di lavoro, che dichiaro essere del tutto personale […], trova fondamento nella mia convinzione che, allo stato attuale, non possono più esistere nel settore della ricerca scientifica piccoli spazi chiusi, sopra tutto se questi sono omogenei31.

Si è accennato, infine, alla viva e costante preoccupazione nutrita dal rettore Moroni di promuovere nei giovani studenti, accanto alle conoscenze e competenze di carattere culturale, scientifico e professionale, anche un vigoroso sentimento etico-civile, un solido radicamento nei valori costituzionali e nei princìpi posti alla base della convivenza democratica: una preoccupazione, quest’ultima, tanto più significativa in quanto espressa in una stagione della vita del nostro Paese, quella a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, nella quale proprio tali princìpi e valori sembravano essere rimessi in discussione anche nelle Università, da quelli che, con immagine indubbiamente efficace, sono stati definiti cattivi maestri32.

Nel discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 1978-1979, ad esempio, Moroni esortava i giovani a conquistare «con ogni mezzo la libertà che offre la Costituzione»; una libertà, egli notava, «che la storia di oggi rende sofferta ma pressante»33. Sul medesimo tema tornava l’anno successivo, sempre in occasione della solenne inaugurazione accademica, dando atto agli studenti dell’Ateneo di avere operato e di operare con vivo «senso di responsabilità»:

La loro serietà ed il loro senso di responsabilità – egli sottolineava – sono noti a tutti. Come altrettanto apprezzato [è] il loro muoversi democraticamente; ne è prova non ultima la loro compattezza contro il terrorismo34.

L’impegno manifestato dal rettore Moroni su questo versante, del quale è possibile trovare traccia un po’ in tutti i suoi interventi pubblici, trovava la sua radice e il suo riferimento ultimo in un’idea di università come luogo di autentica crescita umana, come autentico spazio di confronto e di dialogo, come esperienza di maturazione non solamente culturale e professionale, ma anche personale e comunitaria. Non a caso, in occasione del convegno nazionale su Il riequilibrio del sistema universitario italiano e la funzione delle università decentrate, promosso dal Ministero della pubblica istruzione a Macerata nei giorni 26-28 settembre 1985, Attilio Moroni così si esprimeva nella sua introduzione ai lavori:

L’Università non può non porre a valore centrale del suo sistema la persona umana, […] la cui formazione morale e socio-politica non può né deve essere dissociata da quella professionale e scientifica. È questo il più pressante e il più delicato dovere del magistero universitario, è questa l’esigenza più sensibile e più necessitante della società35.

In chiusura di questo contributo, vale la pena di proporre un ultimo spunto di riflessione sulla figura e sull’opera del rettore Attilio Moroni, che fra l’altro si collega strettamente con quanto detto sinora. A questo riguardo, merita citare un ultimo passo dei suoi discorsi inaugurali, ovvero la parte finale dell’intervento pronunciato il 28 febbraio 1980, in occasione della prima cerimonia di apertura dell’anno accademico (1979-1980), svolta in modo solenne, dopo le vicissitudini del ’68, per volontà dello stesso Moroni. È un passo famoso, che, nella memoria di chi era presente, è rimasto vivo come il «discorso degli ermellini»:

L’8 scorso [8 febbraio 1980] – affermava Moroni – ho partecipato alla inaugurazione dell’anno accademico della Università di Padova, presenti il Capo dello Stato e tutti i Rettori delle Università italiane che hanno inteso condannare quel gran male, non più oscuro, del terrorismo, che in quella sede ha manifestato tragici e singolari sussulti di dottrina e di sangue. I Rettori sono stati invitati a presenziare con le loro relative insegne. Ho pregato che si aprisse la cassapanca, ove da tempo sono stati riposti gli ermellini che, per lunghi decenni, nei fasti più solenni dell’anno accademico ricoprirono con grande decoro le spalle di coloro che ci hanno preceduto nel magistero e nel governo di questo Ateneo. E fu come aprire una tomba! È sembrato esumare un cadavere! Un ammasso confuso di pelli corrose dal tarlo in completa dissoluzione! Un solo ermellino si è salvato ed è quello che io ho portato per rappresentare Voi a Padova, in quel giorno. Un simbolo? Un segno di una realtà immanente? A ciascuno di noi la risposta […]. Una cosa però è certa, cari Amici, noi gli ermellini li rifaremo e saranno più numerosi e più belli di prima36.

Al di là delle forti suggestioni che questa pagina offre, occorre domandarci quale significato ha avuto la scelta del rettore Moroni di ripristinare l’inaugurazione solenne dell’anno accademico, abbandonata un po’ ovunque dopo il ’68. Più in particolare, è opportuno interrogarci sul senso più autentico e profondo di quel recupero degli ermellini «che per lunghi decenni, nei fasti più solenni» della vita universitaria avevano «ricoperto con grande decoro le spalle di coloro che ci hanno preceduto nel magistero e nel governo» dell’Ateneo.

Alla base di tale decisione, credo debba essere posta un precisa consapevolezza. In una fase di grande cambiamento nella vita dell’Ateneo, in una stagione di profonda transizione del sistema universitario nazionale e, più in particolare, della stessa società italiana nel suo complesso Attilio Moroni sentì fortemente il bisogno di sottolineare – anche sul piano simbolico – il senso di una tradizione, il valore di un ancoraggio alle radici e al passato dell’Ateneo, il legame con una storia plurisecolare: elementi tutti, questi, di un’identità individuale e collettiva che occorreva riproporre con forza nel momento in cui venivano meno – talora in modo traumatico – i tradizionali punti di riferimento.

Una scelta significativa, operata da un uomo che, come giustamente poneva in luce Mario Sbriccoli, nella citazione sopra richiamata, aveva la consapevolezza di dovere essere «il punto di riferimento per generazioni diverse di studiosi e docenti», il «collegamento tra il passato e il presente», e, in quanto tale, in una fase «di trasformazione, di cambiamenti delicati e talora rischiosi», di dovere offrire agli uomini e alle donne della sua Università un fondamentale e ineludibile ancoraggio con la tradizione; quel sentimento di identità e di appartenenza il quale solo, allorché è nutrito di viva coscienza storica e di altrettanto vigorosa consapevolezza del presente, dei suoi rischi come delle sue opportunità, rende possibile affrontare le sfide talora impervie legate ai grandi mutamenti.

Roberto Sani
(Università di Macerata)
sani@unimc.it

index

 

inizio

 

©2007 CISUI - Centro Interuniversitario per la Storia delle Università Italiane
Via Galliera, 3 - 40121 Bologna - Casella Postale 82, 40134 Bologna-22
TEL: +39-051.224113 opp. +39.2088505- FAX: +39-051.2088507 - E-mail: cisui.redazione@unibo.it