Annali di Storia delle Università italiane - Volume 14 (2010)

Studi

[English summary]

 

Fabrizio Luccio

Origine e sviluppo degli studi informatici

 

Cenni di ‘storia antica’

In Italia, come in ogni altro paese occidentale, l’informatica si è intrufolata pian piano nelle attività e negli ambienti più vari mentre il paese si risollevava dal disastro della Seconda guerra mondiale e ha raggiunto in sessant’anni lo status odierno su cui è inutile soffermarsi. Status che sarebbe certamente apparso incredibile agli inizi, come attestano le note e modestissime previsioni di crescita del «mercato dei calcolatori elettronici» formulate in quei tempi dagli esperti anche più ottimisti, per non parlare della popolazione in senso lato culturalmente del tutto impreparata a innovazioni di tale natura.

Alcune osservazioni nate nel mondo scientifico avevano, molto tempo prima, indicato la possibilità di sviluppo di un calcolo automatico in senso lato, cioè di una catena di trasformazioni di oggetti matematici uno nell’altro (dai «dati» ai «risultati», diremmo oggi), guidate da regole rigide affidate autonomamente a una «macchina». Il problema principale era però che tale macchina sarebbe divenuta fisicamente realizzabile solo molto tempo dopo impiegando le tecnologie elettroniche maturate nei tempi e per gli scopi delle guerre recenti. Nel 1837 Charles Babbage aveva proposto, in Inghilterra, la costruzione di un Analytical Engine per l’esecuzione di complesse operazioni aritmetiche, vero e proprio antesignano dei moderni calcolatori. La macchina era essenzialmente meccanica: non fu mai costruita per diversi motivi e possiamo oggi affermare che non sarebbe stato possibile realizzarla completamente per ragioni fisiche. A quei tempi nel nostro paese l’unico a mostrare interesse per il calcolo automatico fu sorprendentemente un ufficiale sabaudo che la storia d’Italia ricorda per motivi assai differenti: Luigi Federico, conte di Menabrea1.

Ma le scienze si stavano muovendo anche in altri campi che si sarebbero rivelati fondamentali per una vera e propria automazione del calcolo. Nel 1854 George Boole, matematico e logico inglese, pubblicava il saggio oggi famoso: An Investigation of the Laws of Thought, on Which Are Founded the Mathematical Theories of Logic and Probabilities, in cui un sistema binario di rappresentazione era posto alla base dell’interpretazione di espressioni sviluppate nella logica del pensiero. La conseguente algebra di Boole fu definita in modo assiomatico all’inizio del ventesimo secolo e divenne, qualche decennio più tardi, prima il metodo formale per la descrizione dei circuiti di commutazione telefonica, poi la base per definire e progettare i circuiti dei calcolatori. Studi questi che videro gli Stati Uniti come sede principale, e che si connessero strettamente a una nuova disciplina nota alla nascita come teoria della comunicazione, e successivamente teoria dell’informazione come tuttora è chiamata. Scienziato di riferimento è Claude Shannon che sviluppò le teorie di base della comunicazione presso i laboratori della Bell nel New Jersey, portando questi studi a completa maturazione durante la seconda guerra mondiale. La teoria dei codici era quindi pronta, assieme all’algebra di Boole, per consentire la progettazione di macchine da calcolo su basi matematiche.

Se la nascita dei calcolatori fu resa tecnicamente possibile su queste basi teoriche, altri settori della scienza e della tecnologia ne favorirono fortemente lo sviluppo perché il loro progresso era condizionato in modo essenziale dalla disponibilità di strumenti di calcolo di grandi capacità. Prima fra tutte, un salto di qualità era richiesto nel campo della matematica applicata ove nuove e interessantissime teorie avevano necessità di riscontri sperimentali. E qui possiamo felicemente tornare nel contesto accademico italiano. L’interesse di Menabrea per il calcolo automatico rimase, infatti, assopito per quasi un secolo, fin quando Mauro Picone, studioso di scuola pisana ove era stato allievo di Ulisse Dini, iniziò a occuparsi di applicazioni della matematica prima presso l’Università Federico II di Napoli, poi presso la Sapienza di Roma. Notevole per quei tempi fu la sua convinzione che l’università dovesse mettere le proprie competenze matematiche a disposizione dell’industria. Nel 1927 Picone fondò a Roma, nell’ambito del C.N.R., l’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo (INAC), che come vedremo avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella nascita dell’informatica italiana.

Giungiamo in fondo a questi cenni storici per citare il filone di studi che ogni informatico ritiene base sacra della propria disciplina di cui attesta la nobiltà di nascita. Dall’inizio del ventesimo secolo la logica matematica aveva teso a definire in modo rigoroso il concetto stesso di calcolo. Nel 1936 l’inglese Alan Turing portava a compimento questi studi con la definizione di una «macchina» totalmente astratta, intesa a caratterizzare le funzioni «calcolabili». Tale caratterizzazione è una delle grandi acquisizioni della matematica moderna e costituisce una formidabile base teorica per l’informatica. Tuttavia i calcolatori reali, che Turing aveva anticipato in termini astratti, dovevano giungere solo vent’anni più tardi. Iniziamo quindi la storia vera e propria nel mezzo del secolo appena trascorso.

La Calcolatrice Elettronica Pisana e i primi progetti italiani

Per descrivere la crescita dell’informatica nella società è probabilmente legittimo impiegare un termine preso in prestito dalla matematica e correntemente soggetto alla ‘macelleria’ del linguaggio comune. Quando un fenomeno cresce in ogni istante, o giorno, o anno che sia, di una quantità proporzionale a quanto valeva nell’istante, o giorno, o anno precedente (per esempio cresce del cinque per cento l’anno), la sua crescita è esponenziale: l’andamento che si manifesta è molto interessante anche perché, se è basso il rapporto di proporzionalità (il cinque per cento), la crescita può non essere riconoscibile facilmente nelle sue fasi iniziali nelle quali è lentissima, ma tende a esplodere nel tempo per superare quella innescata da qualsiasi altro meccanismo. Questa legge, male intesa e peggio invocata nel linguaggio di tutti i giorni, dà conto di quanto è accaduto all’informatica che oggi si trova appunto in una fase matura di esplosione ove non può passare inosservata. Questo preambolo può apparire pedante e in sostanza fastidioso, ma permette di inquadrare quanto è avvenuto in ogni paese, e in Italia e nell’ateneo pisano in particolare.

Iniziando da quest’ultimo, il documento da cui è obbligatorio prendere le mosse è una lettera di Enrico Fermi datata undici agosto del 1954 di cui rimane oggi solo una copia dattiloscritta. Le amministrazioni di Livorno, Lucca e Pisa avevano stanziato la somma assai cospicua di centocinquanta milioni di lire per l’acquisizione di apparecchiature scientifiche destinate all’avanzamento della scienza nella regione. L’impiego del finanziamento suscitò un dibattito in ambito accademico a Pisa, e si convenne di chiedere il parere di Fermi che tra l’altro era stato a suo tempo allievo della Scuola Normale2. La risposta, inviata al rettore dell’università di Pisa nella lettera citata, avrebbe avuto una grande importanza per il nostro ateneo e non solo. In essa lo scienziato esprimeva con sicurezza un parere entrato nella storia della scienza italiana:

Interrogato circa le varie possibilità d’impiego di tale somma, quella di costruire in Pisa una macchina calcolatrice elettronica mi è sembrata, fra le altre, di gran lunga la migliore. Essa costituirebbe un mezzo di ricerca su cui si avvantaggerebbero in modo, oggi quasi inestimabile, tutte le scienze e tutti gli indirizzi di ricerca 3.

Ciò che Fermi non aveva previsto furono le conseguenze pressoché immediate che il suo consiglio avrebbe comportato anche per l’industria italiana. L’iniziativa fu approvata in tempi brevissimi, e lo studio della macchina vera e propria fu avviato all’inizio del 1955 con il progetto della Calcolatrice Elettronica Pisana, o CEP, ormai entrata a buon diritto nella storia dell’elettronica e conservata oggi a Pisa nel Museo degli Strumenti per il Calcolo. Nello stesso anno veniva firmata una convenzione tra la nostra università e la società Olivetti che trasferì a Pisa un gruppo di tecnici e ricercatori per contribuire al progetto della macchina e alla realizzazione dei circuiti e del software. Fu una collaborazione esemplare tra un ente scientifico di grande esperienza e un’industria allora all’avanguardia, che si sviluppò con impressionante rapidità d’intenti e qualità di risultati. Si può tranquillamente affermare che raramente l’Italia ha visto una migliore integrazione tra concezioni accademiche, idee innovative, esperienza progettuale, capacità costruttive, sviluppo industriale. La macchina entrò in funzione nel 1958 in versione sperimentale e fu completata due anni più tardi: l’inaugurazione ufficiale nel novembre 1961, alla presenza del Presidente della Repubblica, è una tappa storica per il nostro Ateneo4.

Gli studi sulla CEP lasciarono un’eredità immediata al sistema universitario sotto forma di una grande competenza a tutti i livelli. Impossibile non ricordare alcuni artefici delle principali innovazioni e scelte in diversi settori del progetto, divenuti in breve tempo professori di grande prestigio nell’università italiana. Giovanni Battista Gerace per la struttura della macchina; Alfonso Caracciolo di Forino per la progettazione del software; Milvio Capovani per le applicazioni numeriche. Inoltre Corrado Böhm, lo studioso che per primo aveva indicato alla comunità internazionale i concetti fondanti della traduzione automatica tra i linguaggi programmativi, si tenne in stretto contatto con i colleghi che sviluppavano il software della macchina. E per la componente industriale è giusto ricordare Mario Tchou, ingegnere di grande competenza e straordinaria apertura mentale che diresse le attività del laboratorio Olivetti e influenzò in modo determinante molte scelte tecniche, e l’entusiasmo con cui Adriano Olivetti rese possibile l’iniziativa.

Dal punto di vista industriale l’avventura pisana si concluse con l’entrata in funzione della CEP. Terminata la convenzione con l’Università, l’Olivetti trasferì a Borgolombardo presso Milano il suo gruppo di Pisa, fondando il Laboratorio di Ricerche Elettroniche ove la gloriosa storia dell’Olivetti di allora si arricchì di nuovi successi. A continuazione degli studi condotti a Pisa nacque così l’ELEA 9003, primo calcolatore commerciale italiano completamente a tansistor e capostipite di una serie di prodotti di grande importanza.

Mentre l’Olivetti si era lanciata in questa avventura, molte industrie italiane demandarono alle università l’acquisizione dei nuovi sistemi di calcolo e lo studio del loro impiego: esperienze che assunsero importanza strategica nella ricostruzione industriale del paese. In particolare l’INAC, di cui già abbiamo parlato, aveva stabilito nell’immediato dopoguerra uno stretto contatto con il Politecnico di Milano dove erano stati sviluppati metodi analogici di calcolo, in particolare per la risoluzione di grandi sistemi di equazioni lineari. La collaborazione consentì di stabilire linee metodologiche comuni per dividersi poi in due filoni indipendenti con l’avvento dei calcolatori numerici5.

Picone, che era sempre alla guida dell’INAC, impiegò tutto il suo prestigio per ottenere i fondi necessari all’acquisto di un elaboratore elettronico di prima generazione e per formare un gruppo di tecnici e ricercatori che lavorassero sulla macchina. Varie vicissitudini, tra cui la nascita a Roma di un centro di calcolo internazionale finanziato dall’Unesco, si conclusero con l’acquisizione di un grande calcolatore a valvole costruito in Inghilterra dalla Ferranti Ltd., impresa di origine italiana che stava riconvertendo precedenti produzioni belliche. La macchina fu inaugurata nel 1955: la sua struttura, studiata dalla Ferranti tenendo conto delle richieste di Picone e denominata FINAC per Ferranti-INAC, risultò sufficientemente diversa dai prodotti commerciali realizzati dalla ditta e fornì un nuovo potente strumento alla ricerca e all’industria italiana. Come nel caso della CEP pisana, gli studi relativi alla FINAC costituirono un importante punto di riferimento per la nascente cultura informatica in Italia.

Il Politecnico di Milano, dal suo canto, si lanciò nel mondo dei calcolatori numerici impegnando la credibilità dei suoi studiosi con le autorità degli Stati Uniti. La richiesta del Rettore di un finanziamento nell’ambito del Piano Marshall per dotare l’Ateneo di un calcolatore di costruzione americana trovò un’accoglienza molto positiva. Nel 1953 Luigi Dadda, giovane ingegnere del Politecnico, fu inviato presso il California Institute of Technology per studiare il problema e scegliere la macchina più adatta alle esigenze milanesi. Fu scelta la CRC102A prodotta dalla Computer Reasearch Corporation, che giunse in Italia nel 1954 ed entrò immediatamente in funzione. A distanza di un anno il nuovo Centro di Calcolo del Politecnico era dotato di personale che manteneva il software della macchina e ne sviluppava di nuovo, ed era aperto a utenti esterni provenienti in massima parte da industrie del nord Italia.

Nel 1956 il Politecnico di Milano apriva l’insegnamento annuale di «Calcolatrici elettroniche» concepito e insegnato da Dadda: era uno dei primi corsi universitari al mondo sull’argomento, e sarebbe stato uno dei cardini del successivo Corso di laurea in Ingegneria Elettronica riservato a un gruppo pilota di studenti (tra cui l’estensore di questa nota).

Lo sviluppo dell’informatica nell’Università di Pisa

L’Università è sede naturale di insegnamento e ricerca, due attività che si influenzano mutuamente e sono sostanzialmente inscindibili: pertanto tratteremo insieme questi due aspetti, descrivendo quanto è avvenuto nell’Università di Pisa in seguito all’esperienza della CEP e in parte come eredità di questa. Si noti che anche in molti altri atenei italiani l’insegnamento in informatica ha preso origine da esperienze scientifiche iniziali, sviluppandosi poi in forme e tempi diversi da sede a sede; ma in questa materia l’Università di Pisa ha svolto e svolge un ruolo preminente nel nostro paese e gode di assoluto rispetto in sede internazionale.

Partiamo dalla fine della nostra storia, ovvero da oggi. Grande rilievo hanno avuto sulla stampa recente «graduatorie» di tutti gli atenei del mondo stilate da enti vari con criteri spesso non molto chiari e comunque opinabili. Al di là di polemiche e strumentalizzazioni di vario tipo, queste notizie hanno suscitato un avvilimento generale in Italia per il basso livello in cui le nostre università sono state collocate: risultato determinato tra l’altro dal fatto che nessuno degli studi pubblicati sembra aver valutato i risultati conseguiti dalle università in relazione al livello dei finanziamenti pubblici ad esse erogati (tenendo conto dei quali la posizione dei nostri atenei sarebbe sicuramente molto più alta). Tra queste graduatorie la più nota è quella del «Times Higher Education Supplement» del 2009, in cui in particolare l’Università di Pisa è collocata piuttosto in basso. Se però si esaminano le note che accompagnano il giudizio su ogni ateneo, si legge testualmente per quanto riguarda il nostro:

The University of Pisa is part of the Pisa University System, together with the Scuola Normale Superiore and Sant’Anna School. It offers a wide and worthwile range of courses, but it is especially known for its Computer Science faculty department, which manages extremely good courses at the BSc, MSc and PhD level. Nevertheless, the Computer Science course at University of Pisa was the first one in the area to be activated in the whole Italy, during the 1960s6.

Di fatto Pisa è la culla dell’informatica italiana dal punto di vista dell’insegnamento e della ricerca. Già durante la costruzione della CEP erano iniziati su base estemporanea i primi corsi di Informatica, anche se il termine non era ancora nato e, in campo scientifico, doveva poi essere visto senza alcuna simpatia per molto tempo7. Le lezioni, nate per fini interni al progetto CEP e tenute dagli stessi ricercatori, furono aperte sin dall’inizio agli studenti dell’Università, e spaziavano dalla struttura logica ed elettronica dei calcolatori, alla loro programmazione, ad alcuni campi applicativi tra cui spiccava l’analisi numerica. E sulla base di queste iniziali esperienze l’Università di Pisa attivò nel 1964 un corso di perfezionamento in Calcolo Automatico che rilasciava un titolo ufficiale.

Completato il progetto della CEP, i ricercatori che vi avevano lavorato confluirono nel nuovo Istituto di Elaborazione dell’Informazione (IEI) del C.N.R. che divenne rapidamente un punto di riferimento nazionale per lo studio e le applicazioni dei sistemi di calcolo. Negli stessi anni Alessandro Faedo, rettore del nostro Ateneo, firmò a New York uno storico accordo con la compagnia IBM che donò all’Università un potentissimo elaboratore IBM 7090 e aprì successivamente un centro studi a Pisa8. L’elaboratore fu installato nel nuovo Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (CNUCE), confluito successivamente nel C.N.R. Con l’intervento diretto dell’Università nel campo dell’informatica, di cui ora parleremo, i due centri C.N.R. separarono le attività da quelle dell’Ateneo, rimanendo legati a questo da una convenzione che permette tuttora di collaborare strettamente in ricerca e insegnamento. Ma la loro storia successiva, pur se importante e di successo, non riguarda più questo scritto.

Nell’anno accademico 1969/70 nasceva presso la facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Università di Pisa il Corso di laurea in «Scienze dell’Informazione». Era il primo corso di questo genere in Italia e uno dei primi in Europa. La sua organizzazione didattica, presa poi a modello da tutte le altre università italiane, ha subito tante immaginabili trasformazioni a causa delle riforme succedutesi negli anni (anche il nome della materia è stato sostituito con «Informatica») ma non è sostanzialmente mutata nello spirito e nel rigore scientifico. Pochissimo interessante sarebbe ripercorrerne la storia in termini burocratici fino all’organizzazione attuale che vede operanti due lauree triennali e quattro magistrali. Vogliamo invece metterne in luce i tratti scientifici che come detto accomunano didattica e ricerca, sottolineando l’opera di persone che hanno avuto il merito di credere nella nascita di questi studi a Pisa e hanno posto le basi per il loro sviluppo. L’informatica è una scienza giovanissima: molti suoi attori importanti sono tuttora in servizio nella nostra Università e sarebbe imbarazzante e forse prematuro analizzarne l’opera. Parleremo dunque solo di persone che non sono più tra noi e di quanto siamo loro debitori, illustrando il panorama scientifico che ha preso forma a partire dalle loro azioni.

Anzitutto Alessandro Faedo. Studioso autorevolissimo sia per produzione scientifica che per apporto dato al sistema universitario in genere, sin dalla fondazione del CINECA Faedo aveva compreso l’importanza strategica del calcolo automatico e si impegnò nell’operazione, assai difficile ai tempi, di far nascere un nuovo Corso di laurea a ciò dedicato. In effetti nel 1960 era stata istituita in Italia la laurea in Ingegneria Elettronica: operazione portata a compimento senza particolari difficoltà per il consenso delle Facoltà di Ingegneria che vedevano nel nuovo corso un aggiornamento dell’elettrotecnica classica verso realtà industriali ormai mature. In tale ambito gli studi oggi noti come ingegneria informatica trovarono una naturale collocazione nei nuovi curricula universitari a fianco di quelli sui circuiti, sulle telecomunicazione e sui controlli automatici, in un disegno complessivo rispettoso delle competenze essenziali dei laureati in ingegneria e in sostanza della figura culturale dell’ingegnere. Ben altra era la situazione nelle Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali in cui Faedo si era prefisso di collocare il nuovo Corso di laurea, ove la nascita di una figura professionale completamente nuova avrebbe richiesto una quantità considerevole di risorse specifiche.

L’operazione andò a buon fine sia per il prestigio di cui Faedo godeva non solo a Pisa, sia per le competenze già acquisite dall’Università con il progetto CEP, sia infine per il contributo di Antonio Grasselli, giovane professore che si era da poco trasferito a Pisa dal Politecnico di Milano. Dopo la laurea in Ingegneria Grasselli aveva lavorato prima a Grenoble dove stava nascendo un polo scientifico specializzato nel calcolo automatico, poi a Princeton ove era divenuto assistente di Edward McCluskey, uno dei padri della computer science di allora. Tornato a Milano nel 1963 Grasselli aveva collaborato con Dadda alla crescita dell’Ingegneria informatica presso il Politecnico e aveva fondato un gruppo di ricerca informalmente noto come GeMiToPi perché metteva a comune le conoscenze scientifiche delle sedi universitarie di Genova, Milano, Torino e Pisa. Tutti gli attori di allora ricordano le riunioni del gruppo con entusiasmo e con la convinzione che in Italia stesse nascendo un nuovo importante filone di ricerca. Dopo alcuni anni Grasselli si trasferì a Pisa convincendo molti giovani laureati di Milano a seguirlo per formare un gruppo di grande successo i cui membri sono oggi tutti professori nelle nostre università: rispetto al gruppo CEP che era stato assorbito senza sosta dalla realizzazione della macchina, il nuovo gruppo si caratterizzò per una grande apertura internazionale e tutti i suoi membri spesero vari anni all’estero come ricercatori o professori in diverse università degli Stati Uniti. La profonda conoscenza di Grasselli delle realtà universitarie estere in computer science fu ingrediente fondamentale per il buon esito del progetto di Faedo, cui fornì la necessaria competenza specifica.

Il Corso di laurea di Pisa ottenne l’autorizzazione del Ministero, i finanziamenti e le strutture necessarie, e come detto iniziò il suo cammino nell’anno accademico 1969/70. Faedo svolse anche un’azione molto efficace di informazione sui nuovi studi, tanto che già nel mese di settembre del 1969 erano state raccolte più di seicento iscrizioni al nuovo Corso di laurea che avrebbe dovuto aprirsi dopo due mesi. La qualità degli insegnamenti offerti fece da quel momento da catalizzatore al successo del corso determinando lo spostamento a Pisa di numerosissimi studenti da tutte le regioni italiane: tre anni più tardi la Facoltà dovette affrontare il problema non indifferente di fornire una didattica adeguata a oltre duemila matricole di informatica ogni anno. Sulla base dell’esperienza pisana altre Università aprirono Corsi di laurea paralleli, con la cautela richiesta dalla scarsità di docenti sufficientemente esperti: questo ebbe per Pisa l’effetto benefico di riportare il numero di studenti a livelli ragionevoli, fino alle centinaia che frequentano oggi i nostri corsi. Raccolte di dati fatte a scadenze purtroppo irregolari sulla destinazione dei laureati di informatica del nostro Ateneo hanno concordemente mostrato che questi, nella quasi totalità, hanno trovato facilmente un lavoro di cui sono soddisfatti. Oggi molti corsi di laurea della nostra Università hanno inserito insegnamenti di informatica di base nei loro curricula e i docenti del settore dividono il loro impegno tra tutti.

Contemporaneamente al Corso di laurea fu istituito nell’Ateneo un Istituto di Scienze dell’Informazione, oggi Dipartimento di Informatica, in cui confluirono i principali artefici della CEP, l’intero gruppo fondato da Grasselli, e vari ricercatori provenienti da altre università. Nei primi tempi di vita dell’istituto i principali filoni di ricerca erano quelli tipici dell’epoca. Gerace si dedicò a riorganizzare in modo formale i suoi studi sui circuiti di calcolo che durante il progetto e la realizzazione della CEP erano stati eminentemente pratici, costruendo attorno a sé un gruppo di ricercatori che avrebbe raggiunto un importante status internazionale nel campo oggi conosciuto come «architetture» (implicitamente, dei calcolatori), e avrebbe preso su di sè la responsabilità di grandi progetti in sede nazionale. Grasselli inaugurò settori di studio in continua evoluzione sia nella scienza degli algoritmi che in applicazioni di alto contenuto scientifico. Capovani, tra i primi al mondo, comprese che il progresso dei calcolatori imponeva che gli studi di analisi numerica si legassero strettamente a quelli di complessità computazionale, stabilendo un ponte tra matematica applicata e informatica che condusse ad alcuni risultati divenuti famosi. Caracciolo contagiò con il suo entusiasmo gli studi sui linguaggi di programmazione da cui sarebbe emerso un imponente gruppo di semantica matematica per cui il nostro ateneo è ovunque conosciuto. L’imponente macchina che si era messa in moto è giunta a sviluppare ricerche in ogni settore dell’informatica: il dipartimento comprende oggi oltre settanta tra professori e ricercatori, cinquanta studenti di dottorato, una media di una decina di studiosi in visita e un consistente gruppo di tecnici.

Il dottorato di ricerca

Nel 1980 fu approvata una legge che riformava l’organizzazione universitaria italiana su criteri simili a quelli in vigore in molti paesi occidentali. In particolare veniva istituito il dottorato di ricerca che avrebbe sostituito il precedente titolo di libera docenza ormai abolito. Le università che ne avevano le forze didattiche e scientifiche potevano proporre l’istituzione di dottorati, o potevano consorziarsi tra loro per garantire la massa critica necessaria nei vari settori proposti.

Il Dipartimento di Informatica di Pisa, istituito secondo i dettami della stessa legge, prese immediatamente in esame il problema del dottorato conducendo un approfondito studio comparativo sulle realtà di altri paesi, ed elaborò uno statuto da sottomettere al ministero. La proposta conteneva anche la richiesta di consorzio con le Università di Genova e Udine ove in quegli anni operavano gruppi di ricerca in stretto contatto con quelli pisani e indicava in Pisa la sede delle attività didattiche. Il testo ebbe successo, al punto che diversi paragrafi ivi contenuti furono usati direttamente dal Ministero nelle circolari diramate successivamente a tutte le università. Nel 1982 il Dottorato di Ricerca in Informatica di Pisa-Genova-Udine veniva approvato con il primo gruppo di dottorati in Italia, ricevendo la dotazione massima consentita di otto borse di studio (le altre due università si resero poi indipendenti alcuni anni dopo).

La strada percorsa negli anni da questo dottorato è di tutto rispetto9. La scuola è in genere presa come riferimento in Italia e fa oggi parte della scuola Galileo, battezzata come ente di eccellenza dal Ministero. Nel suo ambito sono mantenuti continui contatti con università estere sia per svolgere attività di ricerca congiunte che per scambiare docenti per l’insegnamento di brevi corsi e l’organizzazione di workshop e seminari. L’internazionalizzazione degli studi è assicurata dai frequenti soggiorni di tutti gli allievi presso istituzioni estere e dall’assunzione, ogni anno, di numerosi dottorandi da tutto il mondo (al momento quindici dottorandi sono stranieri). Dalla scuola sono usciti negli anni oltre duecento dottori di ricerca divenuti in gran maggioranza professori in università italiane e estere, o che hanno assunto posizioni di responsabilità in centri di ricerca internazionali. Naturalmente la nostra Università ha assorbito solo un piccolissimo numero di essi e si pone come fucina di preparazione di personale universitario e scientifico per l’esterno. La messe di risultati costruita dai dottorandi di Pisa durante la loro permanenza nel nostro Ateneo costituisce un patrimonio della cultura scientifica italiana.

Fabrizio Luccio
(Università di Pisa)
luccio@di.unipi.it

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