Bibliografia: schede

Giorgio Cavallo, C'era una volta l'Istituto. Momenti e figure della ricerca scientifica tra guerra e ricostruzione. Prefazione di Aldo Alessandro Mola, postfazione di Marco Antonio Aimo, Foggia, Bastogi, 2001(Novecento. Memorie e testimonianze), p. 238

Le memorie di Giorgio Cavallo ripercorrono, attraverso gli occhi di uno "squinternotto" («termine [...] molto meno offensivo di squinternato, ma [che] rendeva altrettanto bene l'idea delle malferme capacità intellettive del giovane studente e del di lui equilibrio psichico», p. 51), grandezze e miserie della Napoli universitaria nel periodo compreso, come puntualizza lo stesso titolo del lavoro, "tra guerra e ricostruzione". Nato nel 1923, Giorgio Cavallo si è laureato in Medicina a Napoli nel 1947: ordinario di microbiologia, ha insegnato nelle Università di Sassari, Pisa e Torino (di quest'ultima sede è stato anche rettore nel periodo compreso tra il 1975 e il 1984). Socio, tra le altre, dell'Accademia dei Lincei, Cavallo ha saputo unire alle capacità scientifiche, tradotte in una vasta e qualificata pubblicistica, solide manifestazioni di estro artistico e letterario (nome d'arte: Gigo Vallorcia), non disgiunte però da «un impegno politico vissuto quale imperativo categorico, com'è proprio di chi ebbe la fortuna di frequentare Benedetto Croce a Palazzo Filomarino, assimilandone l'alta lezione di vita...» (dalla prefazione di Aldo A. Mola, p. 7). Gli anni di cui tratta C'era una volta l'Istituto (1941-1947 circa) coincidono quindi con la formazione accademica e con le prime esperienze di ricerca di Cavallo, che così ricorda tale periodo: «gli anni in cui entrai in un Istituto scientifico [che] si identificava [...] con il contenitore di un gruppo di addetti, che aveva il compito di insegnare una determinata materia e di far progredire la ricerca nello stesso specifico campo [...], sotto il vigile controllo del direttore, identificato con il "professore ordinario", che insegnava la disciplina in questione» (p. 21-22). Una struttura consegnata ormai al passato, la cui esistenza è stata cancellata dalle riforme universitarie post-sessantottesche, verso le quali Cavallo non lesina critiche aspre e salaci. I diciotto capitoli che compongono il volume raccontano essenzialmente storie: storie di scienziati (tra esse spiccano quelle relative a tre nomi illustri della medicina e della biologia italiane, Francesco Pentimalli, Luigi Califano e Gaetano Quagliariello), ma anche storie in qualche modo 'minori', tutte comunque legate alla vita dell'"Istituto" (o, meglio, degli Istituti: a partire dal 1935 la struttura napoletana si arricchì infatti del settore di Microbiologia, che venne ad aggiungersi all'originaria Patologia nella sede 'storica' del chiostro di s. Andrea delle Dame, successivamente lesionato, durante il periodo bellico, da un bombardamento aereo). Tra gli 'esterni' che, a vario titolo, intervengono nella vita dell'Istituto, si impongono, raccontati con penna arguta e divertita, la 'mitica' professoressa Bakunin, temutissimo ordinario di chimica, nota anche (o soprattutto) perché figlia del celebre anachico russo (una parentela che per Napoli, «città controcorrente per eccellenza, [...] costituiva un vero blasone di nobiltà ed un superlativo ed acuto motivo di interesse collettivo», p. 28) e suo nipote, Renato Caccioppoli, geniale matematico, il cui tragico destino è stato oggetto, in tempi recenti, di svariate ricostruzioni da parte dei mass-media. Tutti i protagonisti del libro ruotano comunque intorno alla Facoltà di medicina: le loro storie sono ricostruite con tono attento e documentato, non esente però da un'ironica leggerezza, che spezza e ridimensiona (complice anche la proverbiale 'rilassatezza' napoletana) la grevità (di comportamento, oltre che di pensiero) tipica dello stile accademico del periodo fascista. Protagonista indiscusso è il più volte ricordato "Istituto". Un intero capitolo è dedicato alla figura di Francesco Pentimalli, che lo diresse sino al 1943, allorché fu sorpreso e bloccato a Roma dalle note vicende belliche: ingiustamente iscritto nel registro dei "traditori" (ovvero dei collaboratori delle forze di occupazione tedesche), a guerra finita dovette subire una duplice epurazione, comminatagli entrambe le volte da Adolfo Omodeo, ora in qualità di rettore dell'ateneo napoletano, ora invece come ministro della Pubblica istruzione del governo Bonomi. Indipendentemente da questo 'incidente' (conclusosi, nel 1947, con il totale ripristino della dignità e degli onori accademici, Accademia dei Lincei inclusa), l'esperienza del Pentimalli, convinto e 'onesto' sostenitore del regime fascista, non rappresentò certo un caso isolato: non pochi furono, infatti, i docenti universitari che nel corso del ventennio coniugarono fede politica e rispetto del proprio ruolo professionale, mantenendo quella che Cavallo definisce la «religione della giustizia» (p. 50) e fornendone (come nel caso del Pentimalli) prove inconfutabili in occasione della «promulgazione delle pazzesche leggi razziali» (p. 49). Di capitolo in capitolo, entriamo in contatto con docenti e assistenti, più o meno noti: tra gli altri, i già menzionati Pentimalli, Califano e Quagliariello (quest'ultimo, artefice dell'Istituto di Chimica biologica e scienziato di rilievo internazionale, fu rettore dell'ateneo napoletano nel dopoguerra e successivamente anche senatore) e il chirurgo Beniamino Rosati (tra i fondatori, insieme a Benedetto Croce, del Partito Liberale), oltre a figure istituzionalmente estranee al mondo universitario, come il Croce o l'editore Riccardo Ricciardi. Pur nel generale declino delle attività di ricerca, inevitabile conseguenza dell'emergenza bellica e della relativa paralisi economica, nell'Istituto si continuava a sperimentare, riservando particolare attenzione al settore microbiologico, un ambito che, pur se ancora allo 'stato nascente', veniva rivelando proprio allora la sua 'utilità': «la prima parte degli anni '40 [...] coincise con il periodo più drammatico del diffondersi delle malattie infettive, che costituirono un pericolo considerevole per tutti i cittadini italiani, e soprattutto per coloro che vivevano e operavano all'ombra del Vesuvio. La denutrizione, i continui stress, la stessa vita disagevole, imposta dai fatti bellici, avevano portato ad un incremento notevole delle infezioni, con conseguente aumento degli indici di mortalità, specialmente di quella infantile...» (p. 83. Basta comunque avere letto qualche pagina de La Pelle per intuire, al di là dei toni esasperati di Malaparte, la drammaticità della situazione). In un'atmosfera tra le più tragiche (a quelle che definisce «le vicissitudini del popolo napoletano nel 1943» Giorgio Cavallo dedica pagine intense e toccanti) resistono comunque, all'interno dell'Istituto, convenzioni e comportamenti oggi desueti (l'obbligo del lei, ad esempio, che sopravvive anche al voi fascista, la consuetudine di parlare a bassa voce, di camminare sempre 'arretrati' rispetto ai superiori, ecc.): «La forma – qui Cavallo cita il direttore Francesco Pentimalli – è usbergo della sostanza. Dalla forma non si può mai derogare...» (p. 94). Oltre agli esercizi di forma, nelle pagine di Cavallo rivivono quelli più propriamente ginnici, cui il fascismo consacrava la giornata del sabato, nonché molti altri eventi, dalle riunioni in casa di Benedetto Croce al generale senso di 'sbando' che colpì la città, oltre che l'Istituto, dopo l'8 settembre. I protagonisti di questo affresco corale rivestono a volte ruoli accademici a noi ormai estranei (come gli assistenti volontari e i liberi docenti), che però Cavallo ricorda con affettuoso rimpianto, coinvolgendoli a pieno titolo tra quanti ebbero il merito di "trainare" la ricerca scientifica italiana nei difficili decenni postbellici. Escluse invece, o comunque sensibilmente ridimensionate, le accuse di "nepotismo", che così frequentemente hanno attraversato e tuttora attraversano la scena universitaria italiana: i «figli di papà [...] negli anni Quaranta non erano così odiati, come una ventina d'anni dopo. Che il figlio di un medico aspirasse a diventare medico era considerato un fatto normale; che il figlio di un professore universitario desiderasse seguire le orme paterne non scandalizzava nessuno, anche perché costoro raramente riuscivano a coronare il loro sogno. La cernita dei docenti era implacabile...», p. 189. Coerente con queste premesse, Cavallo si schiera tra coloro che durante gli anni della cosiddetta "contestazione" («che in Italia è durata per decenni, al contrario che nel resto del mondo», p. 187) non esitarono a difendere l'Università 'tradizionale' (all'uso e abuso del termine "barone", calato in contesto accademico, il nostro dedica parole veementi, in particolare alle p. 188-189), rimpiangendo apertamente la scomparsa degli Istituti universitari e delle figure istituzionali ad esse legati, direttore in primis. Le ultime pagine del volume raccontano la Napoli dell'immediato dopoguerra, anticomunista e monarchica: la politica non sembra entrare in prima persona tra le mura dell'Istituto, preferendo piuttosto insinuarsi attraverso le voci della folla, le polemiche della stampa, l'eco dei dibattiti e dei comizi che infiammano la città ed è proprio in questa capacità di scindere l'affanno del quotidiano dalla dimensione (certo anch'essa incalzante, ma con presupposti e finalità ben diversi) della ricerca scientifica che si identifica e trova legittimazione il senso di orgogliosa appartenenza istituzionale che attraversa l'intero volume di Giorgio Cavallo. Significative, in proposito, le pagine finali, dedicate alle attività scientifiche sviluppate durante il periodo bellico. Pur riconoscendo che «gli anni '40 non furono fecondi di risultati come gli anni '30» (p. 206), l'autore sottolinea con orgoglio le capacità dei singoli ricercatori e i risultati che seppero conseguire in «una città come Napoli, colpita da 110 bombardamenti, ridotta alla fame, e afflitta da mille problemi di sopravvivenza, certamente più urgenti di quelli attinenti alla ricerca biomedica. Tuttavia un gruppo di giovani[...] pazzi (ma forse è più giusto, o almeno più bello, chiamarli squinternotti), in un istituto centrato dalle bombe, continuò a lavorare, forse per opporsi al destino, o per avere uno scopo di vita, o anche per non impazzire del tutto. Qualche passo in avanti lo fecero» (p. 215). Storie, aneddoti, ritratti che la penna dell'autore consegna a una stagione (quella della sua giovinezza) e a un mondo (la guerra, la miseria, la politica, gli eroismi e le vigliaccherie di un momento e di una città eccezionali) irripetibili. Come si legge nella postfazione di Marco Antonio Aimo, il racconto di Cavallo diventa «quasi una favola degli anni universitari che non si ferma soltanto a narrare un'età passata ed anche rimpianta, come quella della giovinezza, ma l'istituzione universitaria di mezzo secolo, interrotta quasi dalla fine di un'epoca» e, di conseguenza, «l'interesse del libro [...] è tutto qui, in quella comunità studiosa dove l'amore per la materia indagata, per il sapere che nasce dalla ricerca forniva il molto, per così dire, di una costruzione comune indirizzata all'uomo, alla sua vita, al suo benessere» (p. 231). Diciotto capitoli di storie che non vogliono trasformarsi in "grande storia" (quella cioè che si fregia della s maiuscola), ma che scelgono invece di diventare tramite consapevole della memoria, del ricordo, di quanto unisce, fortifica e cementa ogni comunità umana, ivi inclusa quella dei dotti e ai quali il testo di Cavallo, dallo stile garbatamente ironico ed estremamente godibile, regala anche una valenza di carattere autenticamente letterario.

Maria Cecilia Ghetti

 

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