Bibliografia: schede

Storia dell'Università di Pisa. II/1-3: 1737-1861, a cura della COMMISSIONE RETTORALE PER LA STORIA DELL'UNIVERSITÀ DI PISA, Pisa, Edizioni Plus -Università di Pisa, 2000, p. 1242, 48 tavole a colori.

L'ambizioso progetto di redigere una storia complessiva dell'Università di Pisa, rinnovata nei metodi e nei contenuti, è quasi giunto, con il secondo volume, in dirittura d'arrivo. Mentre il primo1 prendeva in esame il periodo dalla fondazione dello Studium generale all'estinzione della dinastia medicea (se ne veda la rigorosa recensione di Francesco Piovan in «Annali di Storia delle Università Italiane» 1, 1997, p. 223-229), in questo secondo volume si è inteso coprire il periodo dal lorenese fino al 1861. L'intera argomentazione appare ripartita in tre tomi. Nel primo si tratteggia un profilo storico-istituzionale generale suddiviso in due periodi: quello che va dall'avvento dei Lorena al Regno d'Etruria (1737-1807), e quello che ripercorre le vicende dell'ateneo dall'amministrazione francese all'Unità (1808-61), a cui fa seguito un capitolo sui docenti e sulle cattedre. Nel secondo tomo si entra nello specifico dell'attività delle singole facoltà, delle discipline e dell'insegnamento professorale. Il terzo tomo prosegue con questo impianto, esponendo inizialmente l'analisi dei diversi ambiti disciplinari, a cui fa seguito una serie di saggi relativi alle istituzioni ausiliarie (biblioteca, laboratori, ecc.). L'elenco degli studi citati e l'indice dei nomi completano l'opera.

A differenza dell'ordine seguito dal volume, propongo qui una lettura che procede dal generale al particulare.

L'Università di Pisa viene individuata da Marcello Verga come esemplare delle molteplici vie battute dal Settecento rifor matore (p. 1129-1166). L'autore compone un affresco pregnante dell'ateneo nel clima politico culturale di quel secolo: dopo un accenno alle riforme toscane come avvincente tema di confronto storiografico, queste pagine restituiscono l'attività di Gaspare Cerati come provveditore dello Studio, gli anni della reggenza lorenese, la funzione di Pompeo Neri, la gestione della Deputazione sopra l'Università (1767-71), le riforme degli anni Ottanta di Angelo Fabroni con abbondanti citazioni tratte delle sue proposizioni, e infine accenni al Regolamento generale per tutte le scuole pubbliche del Granducato, debitore della coterie giansenista e delle riforme ricciane.

Il terreno appare dissodato e pronto ad accogliere il saggio di Elisa Panicucci (p. 3-134) che si concentra sulla situazione della Pisa lorenese, proprio quando, nel 1744, s'inizia a parlare di revisione degli statuti universitari cinquecenteschi, contemporaneamente a ciò che accadeva in altre realtà territoriali, come Torino o Milano, in cui soffiava forte il vento del riformismo illuminato in direzione dell'istruzione e della formazione superiore. Ma tale proposta non ebbe seguito: ci furono interventi di razionalizzazione e modernizzazione dello Studio, ma solo con l'avvento del granduca Pietro Leopoldo si tornò a parlare di riforma universitaria. Angelo Fabroni, provveditore per trentaquattro anni, giocò un ruolo centrale nel progetto riformatore, anche se il risultato deluse le attese perché il coinvolgimento dei lettori e degli amministratori locali si dimostrò infruttuoso. Si accantonò allora l'idea di un rinnovamento organico dell'Università e si procedette per inter venti mirati e significativi. L'autrice parla di nuove realtà inserite in una vecchia cornice legislativa, ed effettivamente fu così: si procedette alla riforma dell'esame di laurea e di dottorato, alla ridefinizione del sistema di finanziamento, alla costruzione della specola e della biblioteca. Nell'ambito del governo dell'ateneo non mancarono di essere ripensate anche le funzioni di auditore e di provveditore (occupate da uomini del peso di Gaspare Cerati, Pier Francesco de' Ricci o lo stesso Fabroni), di cancelliere e di vicecancelliere, ruolo solitamente attribuito all'arcivescovo della città. A fronte della legislazione universitaria protezionistica già adottata in Europa che riduceva il numero degli studenti stranieri negli atenei, qui vengono segnalate la scomparsa delle magistrature studentesche, la ridefinizione dei privilegi, delle precedenze e della giurisdizione accademica.

Uno dei punti di forza di questo saggio è l'analisi del corpo docente. Si vaglia innanzitutto l'organizzazione e la funzione dei collegi dottorali, i quali per tutto il Settecento e durante il Regno d'Etr uria continuarono a esaminare i laureandi; poi si analizza la secolare tripartizione del corpo docente nei collegi dei legisti, degli artisti e dei teologi con a capo un priore, confluiti nel 1810 nelle cinque moderne facoltà di Giurisprudenza, Medicina, Teologia, Scienze e Lettere, e poi ripristinati nel 1814. Quali erano i criteri e le modalità di assunzione di un professore? La scelta si compiva fra i membri dei collegi oppure si era nominati direttamente dal governo, veniva conser vata la stratificazione gerarchica del corpo docente con alcuni incentivi economici atti a incrementarne l'impegno didattico (aumento degli stipendi ordinari, ad es.). Anche per valorizzarne la produzione scientifica si optò per aumenti di stipendio straordinario (le nostre attuali forme di finanziamento aggiuntivo), al fine di incrementare lo scambio culturale tra Pisa e altri atenei europei. Materie e docenti delle tre grandi aree disciplinari furono abitualmente di grande spessore. Nell'area giuridica, le cattedre di diritto pubblico, patrio e comune con rispettive innovazioni e conservazioni, erano debitrici di personalità del calibro di Pompeo Neri e Giovanni Maria Lampredi. Sulle cattedre di pandette, di diritto criminale e feudale, non si distinsero Andrea Guadagni, Cesare Alberighi Borghi e Anton Maria Vannucchi. Nell'area medico-scientifica, la medicina risultava tributaria degli insegnamenti di logica, filosofia, botanica, anatomia e meccanica; si giunse al passaggio dalla filosofia alla fisica sperimentale, e crebbero chimica, botanica e storia naturale; Ubaldo Montelatici tentò di fondare un corso in agricoltura; operarono scienziati come Carlo Alfonso Guadagni, Anton Nicola Branchi e Angelo Attilio Tilli; si sviluppò la specializzazione in chirurgia, anatomia e ostetricia; Francesco Vaccà e l'ospedale di S. Chiara stabilirono una fattiva collaborazione fra la cattedra e la corsia. Alle scienze matematiche, all'astronomia, all'algebra, alla geometria e alla meccanica, secondo un piano di Tommaso Perelli, si affiancò un corso di idraulica; si aprirono le porte a Paolo Frisi, Giovan Battista Caracciolo e Guido Grandi. L'area teologica era articolata su otto letture di materie tipicamente teologiche o af ferenti agli studi sacri: tale curriculum venne alleggerito nel 1786, mentre si potenziarono Sacra Scrittura e lingue orientali, mantenendo la metafisica come pilastro portante; Odoardo Corsini, Tommaso Perelli e Giovanni Maria Lampredi furono i protagonisti di questo nuovo disegno.

Come si svolgevano le attività didattiche? A tale domanda, la Panicucci risponde decifrando lo snodarsi dell'anno accademico, la crisi delle attività didattiche tradizionali, l'incipiente abbandono delle dispute circolari, delle lezioni pubbliche e domestiche, lo svolgimento della laurea e della sua riforma, la proposta della Deputazione accademica leopoldina nel 1767 di conferire una licenza in notariato e in chirurgia, il motu proprio del 1786 con l'esenzione delle propine ai lettori presenti al dottorato, le lauree degli acattolici.

Della riforma del 1786, tutto sommato si deve redigere un bilancio fallimentare o almeno incompiuto. Il provveditore e l'arcivescovo, insieme ai priori dei tre collegi dottorali, presentarono un piano per sopperire agli abusi nel conferimento delle lauree nel 1798-99 senza alcun risultato: questi ultimi propositi di riforma naufragarono per l'avvento delle armate francesi senza essere recuperati nel periodo di calma che distinse il Regno d'Etruria.

Su una linea di ideale continuità si snoda il saggio di Romano Paolo Coppini (p. 135-267), che ripercorre le vicende dagli anni napoleonici (180814) fino all'Unità, ricomponendone dapprima il quadro istituzionale: all'arrivo delle truppe francesi, la struttura ricalcava quella dei tre collegi di teologia, legge e medicina-fisica, a cui si aggiungevano alcuni corsi tenuti a Firenze, per un totale di quarantatré insegnamenti. Che la situazione fosse complessa e in stallo lo dimostrano il bilancio dell'anno 1806-07, che a fatica permetteva l'ordinaria manutenzione; il numero degli iscritti, che rasentava le cinquecento unità; le lezioni pubbliche, sempre più associate a quelle in forma privata. L'ateneo si presentava come un'istituzione mal finanziata, caotica in materia di regolamenti e di funzionamento, poco organica sul versante degli insegnamenti, seppur dotata di un buon corpo docente e di un discreto bacino di utenza di ambito regionale. Il primo problema af frontato dal governo napoleonico fu quello della giurisdizione universitaria: se da un lato le autorità francesi dimostravano particolare attenzione alla cultura toscana consentendo l'uso della lingua italiana negli atti ufficiali, non potevano accettare il mantenimento di un foro privilegiato così esteso. La situazione mal si conciliava con i generali sforzi di codificazione unitaria e con lo specifico ruolo assegnato dai piani bonapartiani alla figura del professore universitario, membro di un corpo dello Stato, legato indissolubilmente ad esso e primo esecutore delle sue leggi: nel 1808 venne soppressa ogni traccia di giurisdizione privilegiata con l'eliminazione del tribunale dello Studio e la carica di cancelliere, detenuta dall'arcivescovo. Altro problema fu quello delle dotazioni finanziarie risolto con l'acquisizione dei beni ricavati dalla soppressione di monasteri conventi e congregazioni religiose. A differenza delle sedi francesi, finanziate direttamente dal Tesoro, quella di Pisa fu legata a doppio filo con la politica ecclesiastica di Napoleone.

L'ispettore Georges Cuvier fotografava lo stato dell'ateneo pisano proponendone la riforma secondo un doppio binario: il rispetto della tradizione e l'adeguamento alle regole francesi. Fra le sedi italiane, Pisa possedeva un sistema d'istruzione non frammentario, legato alla grande tradizione scientifica di matrice galileiana: su questo impianto si poteva prevedere la ridistribuzione delle materie nei vari corsi, la soppressione definitiva delle lezioni private e l'adeguamento degli esami. È in questo contesto che nasce l'idea di creare a Pisa «una succursale della Scuola Normale» parigina, aper ta ef fettivamente nel 1813 sotto la direzione di Raniero Gerbi. L'evento centrale di tale riforma fu la trasformazione dei tre collegi nelle cinque facoltà di Giurisprudenza, Medicina, Teologia, Scienze e Lettere nel 1810: al Gran Maestro, messo a capo dell'Università imperiale, il compito di scegliere, confermare o giubilare i docenti. La ristrutturazione universitaria fu profonda, ma guidata dal desiderio di mediare con l'esistente secondo due idee di fondo: quella di una razionale uniformità come condizione di efficienza, e quella della natura pubblica del docente universitario, non più esclusiva espressione del monarca, ma figura intimamente legata a un corpo sociale di appartenenza regolato dalla legge nelle sue attribuzioni. La grande trasformazione accademica, avviata da Gaetano Giorgini negli anni Quaranta, dimostrò che questi decreti avevano lasciato il segno.

La fase detta della «lunga restaurazione» durò dal 1814 al 1825: con il principe Giuseppe Rospigliosi, si ripristinarono parzialmente i passati ordinamenti leopoldini. Una commissione, presieduta dall'arcivescovo reintegrato nella carica di cancelliere, dal rettore e da altri docenti, ebbe il compito di abolire il sistema vigente per tornare al precedente. Sebbene con alcuni ritocchi, si riattivarono i collegi, si stilò una diagnosi della situazione e s'individuarono le misure da prendere al riguardo. Il regolamento del 1814, approvato da Ferdinando III, permetteva il travaso dei docenti dai ruoli imperiali a quelli granducali, aboliva definitivamente la giurisdizione ordinaria, civile e criminale dello Studio, ne riorganizzava le finanze e ne avvalorava il "controllo politico". Lo stesso rettore Beniamino Sproni dal 1817 fu sottoposto all'attenta vigilanza del soprintendente agli studi Pietro Paoli, carica che presiedeva a tutti i diversi gradi scolastici toscani, filtro non irrilevante tra Università e autorità politica. L'intento non troppo nascosto era quello di riallineare Università e politica dinastica passando per lo sforzo di ristrutturazione dell'ordinamento educativo toscano. Una maggiore caratterizzazione in senso statale si ebbe per gli studi scientifici, dirottati verso le applicazioni pratiche della matematica, finalizzate a creare un corpo pubblico di ingegneri per opere di bonifica e la realizzazione di un catasto efficiente. Accanto all'opera di definizione normativa furono numerosi gli inter venti di edilizia universitaria. Il ritorno dei Lorena non portò con sé epurazioni di alcun genere grazie a un rapido recupero della lealtà dinastica manifestata dall'intero corpo docente.

La successione di Leopoldo II a Ferdinando III non provocò alterazioni sensibili, e gli anni 1825-38 furono di continuità. Nel 1834 fu nominato provveditore Gaetano Giorgini, uomo destinato a cambiare il volto dell'istituzione pisana trasformandola da accademia ancora sciolta dai vincoli delle professioni, degli impieghi e delle produzioni toscane a luogo di preparazione di una nuova generazione di 'tecnici' competenti nei diversi campi, dall'agronomia ai saperi medici, fino all'ingegneria e al diritto, ristrutturandone l'apparato burocratico e risanandone le finanze. L'avvio del processo di riforma ricevette un'insolita spinta dalla celebrazione del primo congresso degli scienziati italiani (1839), segno inequivocabile di un mutato approccio del sovrano con la cultura. Si ripropose la qualificazione dei tre collegi e il sostegno alle facoltà orientate a una vocazione più funzionale, aperta alle innovazioni specie in campo scientifico e tecnologico. La riforma fu completata nel 1841: la riprova del decollo delle facoltà scientifiche era nel numero dei futuri medici, che rasentava quello dei futuri legisti; solo teologia era pressoché svuotata di contenuto. L'applicazione dell'ordinamento Giorgini suscitò resistenze di vario genere. Per sopirle, si rafforzarono i poteri del soprintendente, aprendo una fase in cui l'Università, stretta tra il principe e la società, era alla ricerca di una specifica dimensione pubblica (1842-48). Giulio Boninsegni, nominato provveditore nel 1841, non si mostrò fervente sostenitore delle riforme, come fa fede la fallita nomina di Vincenzo Gioberti alla cattedra di filosofia morale. I corsi rafforzavano la «politicità dell'Università», che si nutriva delle nuove idee liberali, si entusiasmava di fronte alle aperture di Pio IX, manifestava piena adesione al movimento scientifico. La politica divenne sempre più parte costitutiva della vita accademica, come dimostravano le lezioni di Silvestro Contofanti e Giuseppe Montanelli o la creazione di una guardia e di un giornale universitari.

Con il 1848 la sede universitaria divenne itinerante con il battaglione studentesco che reclamava la piena adesione al conflitto contro l'Austria partendo alla volta dei campi lombardi: il connubio Università-politica si andava sempre più realizzando. Diversi docenti e studenti persero la vita a Curtatone e Montanara suscitando un'ondata di commozione. L'abbandono di Leopoldo II del granducato nel 1849 si ripercosse sull'organico dei docenti pisani, in un clima di spiccata politicizzazione delle scelte universitarie. La parentesi rivoluzionaria ebbe vita breve: al rientro Leopoldo II nominò ministro dell'istruzione Cesare Boccella, e dal 1850 si perseguì una linea di maggior controllo sulla vita accademica attraverso una stretta sorveglianza politica, la fine dell'autonomia. Il clima universitario s'incupì con la nascita dell'Ateneo Etr usco, unione delle due sedi di Pisa e di Siena, dietro una giustificazione di tipo amministrativo-finanziario. La città di Pisa subì un pesante contraccolpo economico e l'Università stessa venne penalizzata. Durante la seconda guerra d'indipendenza, a dif ferenza di ciò che era avvenuto dieci anni prima, quando l'Università era stata uno dei centri motori del movimento nazionale, l'opera di neutralizzazione esercitata a lungo dalla restaurazione lorenese tolse vitalità e portò a subire i fatti piuttosto che provocarli. Ma la situazione accelerò, e nel 1859 la "pacifica rivoluzione" determinò il radicale mutamento di prospettiva ridando vita allo Studio pisano autonomo.

Durante il governo provvisorio, dal 1859 al 1860, Pisa si dichiarava innanzitutto luogo di formazione per un personale statale sensibile ai cambiamenti regionali e al progresso delle scienze e della società. Si profilava una riforma libera da vincoli col sovrano, privilegiando le relazioni con l'organizzazione pubblica e vigilando sulle esigenze di una società più strutturata in termini economici. A Pisa rivivevano le facoltà di Teologia, Filosofia e Filologia, Giurisprudenza, Medicina e Chirurgia, Scienze matematiche e Scienze naturali con l'aggiunta della sezione di Agronomia e Veterinaria. I corsi riprendevano, le nomine venivano regolarizzate, le iscrizioni crescevano: lo sforzo di irrobustire la natura pubblica delle strutture accademiche passò anche attraverso un avver tibile miglioramento delle dotazioni finanziarie e delle retribuzioni dei docenti. Nelle intenzioni del governo provvisorio, Pisa assolveva al compito di conservare l'immagine di una Toscana che aveva contribuito alla formazione di un sentimento eroico nazionale secondo i toni del liberalismo moderato che aleggiava nelle aule dell'ateneo cittadino. In quelle stesse aule affluiva un discreto numero di esuli provenienti da diverse regioni italiane, in prevalenza dal Meridione: Francesco de Sanctis, Stanislao Cannizzaro, Michele Amari, Emilio Imbriani, per citarne alcuni. La scolaresca, intanto, manifestava crescenti simpatie garibaldine e si mobilitava a favore del plebiscito per annettere la Toscana alla monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele. Il nuovo anno accademico si apriva ufficialmente l'11 novembre 1860 sotto gli auspici del re, e l'Università di Pisa, entrata a far parte dell'ordinamento italiano, non attendeva più svolte significative: la continuità appariva il tratto dominante, trasformando le arretratezze del sistema lorenese in una struttura adottabile dal futuro Regno d'Italia, evitando epurazioni o scelte troppo drastiche.

Del tribunale dello Studio parla Rodolfo Del Gratta (p. 959-1003), mettendo in rilievo come questa realtà contribuì alla conservazione e poi all'epilogo del privilegio della giurisdizione accademica, e quali furono i momenti e i punti di frizione ora con il corpo docente, ora con l'amministrazione cittadina o statale.

Danilo Barsanti propone una rilettura della storia dell'Università di Pisa attraverso i suoi protagonisti, i professori e gli studenti. Sui docenti e le cattedre, lo studioso compila un capitolo (p. 269-416) di carattere informativo, riportando, secondo un rigoroso ordine cronologico dal 1737-38 al 1860-61, l'elenco di tutti coloro (titolari, supplenti, aggiunti, emeriti.) che avevano occupato una cattedra; inoltre, viene offerta la lista nominativa di tutti i funzionari e i docenti, si ripercorrono i raggruppamenti tematici di tutte le cattedre e le cariche amministrative. Il lavoro è un'autentica miniera di notizie.

Con un taglio diverso, ma con uguale precisione e dovizia di dati statistici, Barsanti descrive la situazione del corpo studentesco (p. 1005-1043). Quali erano i gradi conferiti dall'ateneo pisano? Quali relatori erano coinvolti negli esami? Quali le origini, le qualifiche professionali e paterne dei graduati o dei relatori? Quale il rapporto fra studenti e laureati? Tutto questo viene trattato con precisione tale da far emergere le implicazioni collegate all'evoluzione istituzionale. All'attività delle singole facoltà, alla descrizione analitica delle discipline e dei professori che le insegnarono, sono dedicati sedici saggi di diversa consistenza, che, seppur con qualche ripetizione, of frono un quadro sfaccettato della trasformazione universitaria pisana.

L'esposizione è inaugurata da Maria Pia Paoli che tratta della teologia e della storia sacra (p. 417-460), affrontando dapprima il rapporto tra antiquitates e teologia concepito come eredità secentesca, e i legami con la rinnovata storiografia ecclesiastica a partire da Ludovico Antonio Muratori. Ecco allora, a questo proposito, come la teologia sembra confrontarsi con il libero pensiero come nel caso di Tommaso Vincenzo Moniglia e Vincenzo Fassini, apologeti cattolici con un approccio oscillante tra fisica newtoniana ed erudizione. Non mancarono personaggi, come Francesco Raimondo Adami, che tentarono di coniugare teologia e metafisica, ma nel territorio regionale in cui il giansenismo trovò terreno fertile anche nella stessa gerarchia ecclesiastica (Scipione de' Ricci), non pochi furono i professori dello Studio pisano a sostenere questa corrente (significativa fu l'esperienza di Giovan Lorenzo Berti, cattedratico di storia ecclesiastica). Gli anni del declino del collegio teologico corrisposero alla parabola discendente giansenista, come dimostrano le vicende di Vincenzo Palmieri e Paolo Marcello Del Mare. Durante l'Ottocento si registra un riallineamento alla tradizione teologica ed encomiastica, ben dimostrato dalla Apologia dei secoli barbari, che Costantino Battini pubblica nel 1823, e dalle opere di Giovanni Prezziner.

Il lungo e rigoroso saggio che Enrico Spagnesi dedica al diritto (p. 461579) inizia giustamente con la morte di Giuseppe Averani (1738), a pochi mesi di distanza dalla successione dei Lorena ai Medici; la coincidenza quasi perfetta delle date induce a coniugare lo spartiacque politico-amministrativo con il consolidamento scientifico-giuridico. E questo connubio segnò l'intero secolo in cui la scienza del diritto, trasmessa dalle cattedre pisane a generazioni di futuri funzionari, avvocati, giudici e docenti, servì allo Stato per sciogliere i nodi costituzionali e assicurare la certezza del diritto in nome della "pubblica utilità". Da qui il ruolo centrale della Facoltà giuridica e il legame diretto di quest'ultima con la corte toscana, specie all'arrivo di Pietro Leopoldo. In precedenza l'ateneo aveva vissuto alcune espulsioni "eccellenti" nelle persone di Pompeo Neri, Giulio Ruccellai e Bernardo Tanucci, della cui formidabile preparazione seppero giovarsi certe amministrazioni statali e che comunque in seguito non mancarono di incidere sulla politica del Granducato. Sull'onda di questa relazione tra Università e amministrazione statale, non si dimentichi l'apporto di Antonio Maria Vannucchi, e sul versante dell'elaborazione storica di Lorenzi Maria Fabbrucci e Flaminio dal Borgo. Nella prima metà del secolo la Toscana si af fermò come «la più muratoriana delle regioni d'Italia», secondo una suggestiva definizione di Mario Rosa, nel senso che seguì con la massima attenzione, fiancheggiandolo, il grandioso sforzo di Muratori, e questo valse in tutti i filoni della storia, da quella sacra a quella giuridica. Per la riflessione sul diritto delle genti si distinse Giovanni Maria Lampredi, mentre la difesa e la promozione delle opere di Pietro Verri e del Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria furono sostenute da stampatori toscani e da Migliorotto Maccioni, docente in Pisa. Le opere dei milanesi ebbero una vasta eco presso il corpo docente pisano e orientarono l'indirizzo del diritto penale, canonico e criminale, come nel caso di Giovanni Carmignani. Nell'età napoleonica, Lorenzo Quartieri seppe emergere of frendo una propria elaborazione dottrinale, a differenza di altri tentativi debitori del Code civil francese. La Restaurazione fu un periodo di grigiore giuridico, segnato dal ruolo degli avvocati letterati e dalla riflessione sulla scienza del diritto. Con il 1826 rinacque la Facoltà pisana con quattro personalità di prestigio: Francesco Bonaini, Francesco Carrara, Pietro Conticini e Giuseppe Montanelli, i quali non mancarono di attingere al magistero di alcuni loro predecessori, fra cui Carmignani. Storia del diritto, archivistica, diritto romano, "enciclopedia giuridica", corso di pandette: tutto parlava di un deciso ritorno a Muratori, pur supportato da "novità metodiche". I legami con gli ambienti nazionalisti e risorgimentali portarono Montanelli a impegnarsi per un diritto patrio e commerciale che, seguendo l'indirizzo storico-dogmatico-filosofico dell'insegnamento, si trasformava in diritto della Patria. In campo penale la specificità toscana continuò a dare buoni fr utti, fra cui il Codice penale che Francescantonio Mori condusse in porto nel 1853. Altri docenti di rilievo furono Giovan Battista Giorgini e Franceso Buonamici.

Alla filosofia è dedicato lo scritto di Alessandro Savorelli (p. 571-635). L'Autore descrive quella che, a suo giudizio, può essere definita la "generazione eclettica" di metà Settecento: nella fase di passaggio della cultura toscana tra l'ultimo regime mediceo e la reggenza lorenese, essa appare come frutto dei fermenti e delle polemiche riaccese all'Università di Pisa, tra conservatori e novatores, che riecheggiavano lo scontro di fine Seicento tra la proibizione dell'insegnamento dell'anatomismo e la riaffermazione dell'aristotelismo come filosofia ufficiale dell'ateneo. Non sempre in linea con il galileismo settecentesco, il modello culturale degli eclettici (Carlo Taglini, Odoardo Corsini) connotò una forma specifica di pensiero, tipica di un complesso periodo di transizione, piuttosto che la sistemazione teorica di una tendenza di fondo. Questo modello apparirà inadeguato dopo la metà del secolo, sebbene si trascinasse per inerzia, a causa della marginalità delle discipline filosofiche e la difficoltà di sostituirlo con proposte accademiche rinnovate. Centrale fu il ruolo di Paolo Frisi, barnabita milanese, che nei suoi corsi di metafisica ed etica seppe costruire un ponte fra tradizione e illuminismo. Sotto la gestione Fabroni anche per la filosofia si realizzò il riassetto disciplinare, in cui emerse la sintesi "sensista" di Cristoforo Sarti. Il nuovo secolo portò una lunga eclissi dell'insegnamento filosofico pisano, ormai di natura periferica. Per l'Ottocento si menzionano le opache figure di Giacomo Sacchetti e Luigi Corradini per la filosofia razionale, e di Federigo Del Rosso per quella morale; su quest'ultima cattedra non salirono né Antonio Rosmini né Vincenzo Gioberti. Alle soglie dell'Unità infine spicca la figura di Silvestro Centofanti che, «con allegra fiducia filosofando», fu tra gli artefici della rinascita accademica pisana.

Facendo seguito ai saggi su diritto e filosofia, Giuliano Marini ripercorre le tappe che portarono dal diritto naturale alla filosofia del diritto (p. 635661), seguendo la parabola del pensiero e del magistero di alcuni professori, da Francesco Nicola Bandiera a Giovanni Maria Lampredi, da Giovanni Carmignani a Federigo Del Rosso, da Giovanni Battista Giorgini a Paolo Emilio Imbriani.

Mauro Moretti descrive una serie di figure di insegnanti di materie letterarie (p. 699-732). Nell'introduzione vaglia i decenni dal governo lorenese all'Unità, segnalando le personalità di Alessandro Politi, Edoardo Corsini, Carlo Antonioli, Sebastiano Ciampi, Giovanni Rosini e Alessandro D'Ancona. Il ruolo della cattedra di lettere umane si collegava alle orazioni inaugurali, tanto apprezzate a metà Settecento dal provveditore Gaspare Cerati, ma in declino all'inizio dell'Ottocento. Corsi di lingue greca e orientali, e di eloquenza italiana caratterizzarono il curriculum di questi anni. Nel 1810 venne creata l'autonoma Facoltà di lettere, cui seguirono anni di mutamenti e avvicendamenti del personale docente, specie nel periodo seguente la restaurazione, con un potenziamento delle lettere classiche e della storia. Fra 1839 e 1841 la rinata facoltà fu caratterizzata dalle nuove cattedre di storia della filosofia e pedagogia affidate a Silvestro Centofanti, «critico letterario di tipo desanctisiano», e a Gaspare Pecchioli, e dal ripristino di un insegnamento di storia. Il drastico riassetto del 1851 comportò una secca riduzione dell'of fer ta didattica. L'approdo alla cattedra universitaria pisana fra il 1859 e il 1860 di Domenico Comparetti per le lettere greche, di Pasquale Villari per la storia, di Alessandro D'Ancona per la letteratura italiana, e l'inserimento dell'Università di Pisa nel nuovo sistema accademico nazionale segnò l'avvio di una diversa stagione anche per gli studi storico-letterari.

Concentrandosi sull'opera e sull'attività scientifica di un solo docente, Maria Teresa Ciampolini (p. 733-752) traccia un ritratto a tutto tondo di Ippolito Rosellini, già studente a Pisa, raffinato filologo e conoscitore di lingue e culture orientali, che soggiornò e perfezionò i suoi studi a Parigi, dove incontrò Jean-François Champollion. Rientrato a Pisa, venne nominato professore di lingue orientali nel 1824. Conservando rapporti con i colleghi francesi e poi anche tedeschi, e par tecipando a numerosi viaggi e campagne di scavo, Rossellini ebbe modo di confrontarsi con le più avanzate scoperte archeologiche e filologiche (innanzitutto quella dei geroglifici) e con gli orientamenti storiografici delle discipline da lui esercitate, travasando tutto questo come nuova linfa nell'ateneo pisano.

Le brevi pagine di Tommaso Fanfani sono dedicate all'attivazione dell'insegnamento di economia (p. 753758), ultima tappa di un cammino che a Pisa era iniziato con l'attenzione al commercio fin dal XII secolo. La vocazione economico-mercantile incontrò il sostegno delle innovazioni tecnico-scientifiche, ma si dovette attendere il 1840 per una cattedra di economia sociale, sottratta all'albero del diritto, della filosofia e della morale, e affidata a Pietro Eliseo De Regny.

Af frontando le materie dell'area scientifica, Alessandro Dini illustra quasi due secoli di insegnamento e di esercizio della medicina (p. 663-697). All'inizio del Settecento gli studi di anatomia, tributari della scuola medica galileiana, potevano vantare a Pisa un'illustre tradizione, e si distingueva l'attività di Antonio Catellacci, riuscito a coniugare l'anatomia tradizionale con gli stimoli contemporanei. Nello stesso periodo la medicina teorica ebbe un valido esponente in Antonio Matani, mentre per la medicina pratica e la clinica giocò un ruolo di prim'ordine Francesco Vaccà Berlingheri. Nella prima metà dell'Ottocento venne riorganizzato l'ordinamento degli studi medici, mentre l'incalzante processo di industrializzazione e la novità delle scoperte portarono a migliorare l'approccio clinico e l'impegno per garantire la salute pubblica, come fece Giacomo Barzellotti. La riattivazione della cattedra di chirurgia teorica nel 1766 fu un evento importante perché sottraeva questa materia dall'esclusiva esperienza pratica in cui era stata relegata per anni. La docenza seppe perfezionarsi (si pensi al lavoro dello stesso Vaccà Berlingheri oppure a Carlo Burci, o ancora a Filippo Civinini per l'anatomia normale e patologica). Il perfezionamento tecnologico comportò il miglioramento strumentale e quindi, con Filippo Pacini, il deciso sviluppo dell'anatomia microscopica. Con Carlo Matteucci si passò dall'«anatomia animata» alla fisiologia sperimentale, mentre Francesco Puccinotti diede alla storia della medicina un compito essenzialmente filosofico: se nel mondo antico la strada maestra della scienza medica era stata segnata dall'empirismo ippocratico e dal pitagorismo, nell'età moderna la via da percorrere era quella della nuova scienza della natura fondata da Galileo.

Roberto Vergara Caffarelli (p. 759822) s'interessa dell'evoluzione complessiva delle materie scientifiche - fisica, chimica e matematica -, avvalendosi di lunghe citazioni. Nel corso dell'età lorenese, numerose trasformazioni contraddistinsero le materie scientifiche, condizionate da un insieme di fattori culturali, economici e sociali non facilmente individuabili e sensibili alle variazioni generazionali. La breve esistenza dell'Accademia imperiale di Pisa (1810-14) fu un evento che funse da spartiacque nella storia scientifica pisana. Nel periodo mediceo, grazie al prestigio dinastico e all'interesse personale verso la scienza di alcuni membri della famiglia granducale, si era avuto una significativa presenza di scienziati a corte, rilevante sia per la qualità delle persone che per il loro numero. Questo entourage scientifico era assai più importante del gruppo di professori residenti stabilmente a Pisa. L'esistenza di un circolo di uomini «virtuosi», come venivano chiamati gli studiosi dell'Accademia del Cimento, interessati a osservare, a capire e a divulgare i risultati delle loro ricerche scientifiche, trovava la sua giustificazione anche nella resistenza che le università opponevano alle nuove idee. Nel periodo che va dalla morte di Giangastone alla fuga a Vienna di Ferdinando III si assistette invece a una lenta trasformazione della politica culturale del governo. A Pisa si registrò un potenziamento delle attività scientifiche contestualmente a una riorganizzazione didattica, allo scopo di mantenere competitiva l'Università rispetto ad analoghe istituzioni italiane ed europee. Tuttavia, malgrado questo impegno, quella pisana rimase una sede universitaria alquanto provinciale, con una vita culturale assai meno cosmopolita e vivace di quella della capitale, ove si trattenevano a lungo molti dei professori pisani. Nel periodo post napoleonico invece, dopo una breve fase iniziale di stampo conservatore, con Leopoldo II avvenne un'aper tura di stampo liberale compiuta con la riforma Giorgini del 1839-41. I passi decisivi in tale direzione furono: l'organizzazione della riunione degli scienziati italiani, la chiamata in cattedra di studiosi di notevole valore formatisi all'estero (Pilla, Mossotti, Matteucci, Piria), gli investimenti edilizi, il potenziamento dei laboratori, la razionalizzazione della Facoltà e la creazione di nuove cattedre. Come del resto avviene negli altri atenei europei, a Pisa cresce lentamente una nuova mentalità accademica attenta alle attività professionali, che si formano al seguito dello sviluppo tecnologico, e avveduta della necessità dell'istruzione secondaria senza dimenticare la formazione dei tecnici. Dopo il 1814 era completamente inconcepibile la restaurazione di un obsoleto sistema di privilegi, come l'indipendenza dell'Università dalla giurisdizione civile e criminale, la distinzione tra lezioni pubbliche in Sapienza e lezioni domestiche, la riscossione delle propine. La ripar tizione nei tre collegi tramontava con la significativa trasformazione del collegio di medicina e filosofia in tre distinte Facoltà: Medicina, Scienze e Lettere. Il principio fondamentale che l'istruzione pubblica era compito statale giustificava il sostegno della formazione scientifica orientata alla costituzione di quadri di insegnanti e di dirigenti amministrativi. Incalzante fu la separazione tra l'insegnamento umanistico e quello scientifico, che segnò la grande dif ferenza tra lo scienziato illuminista, non di rado autore di opere poetiche o storiche, e lo scienziato ottocentesco, spesso di cultura positivista.

La mancanza di una cospicua presenza di forze militari dotate di ingegneri, car tografi e tecnici impedì il sorgere di un'industria tecnologicamente avanzata per la produzione di navi, armi, strumenti di osservazione e di misura. Ciò concorse ai ritardi dello sviluppo industriale locale (basti pensare ad Antonio Pacinotti per la dinamo o a Barsanti e Matteucci per il motore a scoppio). Nel periodo dal 1737 al 1861 furono molti i fisici, i chimici e i matematici che svolsero la loro attività a Pisa lasciando contributi più o meno rilevanti (la loro vita e le loro opere, almeno per le figure più importanti, vengono illustrate in altri specifici interventi). L'autore si dedica qui alla ricostruzione dei rapporti che gli scienziati hanno avuto con l'istituzione da cui dipendevano e con l'ambiente culturale circostante, ripor tando alla memoria fatti e circostanze della loro attività di professori e di uomini del loro tempo. Le notizie sui molti personaggi, poco importa se maggiori o minori, ci parlano dei cambiamenti degli ordinamenti didattici, delle loro difficoltà economiche o di carriera, dei loro scritti e delle ricompense che ottenevano. La didattica fu incentivata; sulle cattedre di fisica e matematica, su quella di chimica e l'annesso laboratorio, si susseguirono Giuseppe Matteschi, Francesco Pacchiani, Giuseppe Piazzini, Giuseppe Branchi; la fisica sperimentale venne affidata a Luigi Melegari, Gaetano Cioni, Gaetano Savi. Dall'età napoleonica al governo provvisorio toscano (1808-61), l'accademia imperiale vide come docenti Guglielmo Libri, Giuseppe Gatteschi, Olinto Dini, Luigi Pacinotti, Filippo Cor ridi, Ranieri Gerbi, Carlo Matteucci, Riccardo Felici e Mariano Pier ucci, meccanico dell'Istituto di fisica. Non manca un accenno alla stampa periodica, che spesso fu luogo deputato alla divulgazione delle nuove acquisizioni scientifiche e al dibattito interdisciplinare, come nel caso del «Nuovo Cimento».

A queste corpose pagine seguono, quasi come ideale continuazione, degli approfondimenti sulle materie prima solo abbozzate. Iolanda Nagliati propone la disamina di alcuni aspetti dell'insegnamento della matematica

(p. 821-837), i campi di ricerca e i profili biografici e scientifici di alcuni matematici pisani come Paolo Frisi, Pietro Paoli, Vittorio Fossombroni, Gaetano Giorgini, Giuliano Frullani, Guglielmo Libri, Filippo Corridi, Ottaviano Fabrizio Mossotti e Enrico Betti. Franco Bassani interviene sulla fisica nell'età dei Lorena (p. 839-867). Tra il Settecento e il primo Ottocento la matematica, l'astronomia e il controllo delle acque furono insegnati da Tommaso Perelli, Giuseppe Antonio Slop de Cadenberg e il solito Frisi; la fisica sperimentale e la chimica da Carlo Alfonso Guadagni e Leopoldo Vaccà Berlinghieri; la scuola di chimica faceva capo a Raffaele Piria e Stanislao Cannizzaro, mentre quella di fisica a Ottaviano Fabrizio Mossotti e Carlo Matteucci.

La fondazione della Specola e l'istituzione della cattedra di astronomia segnarono l'ascesa dell'astronomia che Mario di Bono non manca di sottolineare (p. 870-882). Sotto il magistero di Tommaso Perelli e Paolo Frisi decollarono gli studi di meccanica celeste, Giuseppe Antonio Slop de Cadenberg avviò un regolare ciclo di osservazioni celesti. Alla fase di declino e poi ai tentativi di rivitalizzazione della specola par teciparono Jean-Louis Pons e Giovan Battista Amici, mentre dopo la supplenza di Ranieri Gerbi, Ottaviano Fabrizio Mossotti assistette alla soppressione della cattedra di astronomia.

Marco Beretta dedica il suo studio (p. 883-887) alla chimica e al suolo giocato in questa disciplina da Raffaele Piria.

Sull'impor tanza della str umentazione nello sviluppo della scienza della ricerca e della didattica, Roberto Vergara Caffarelli (p. 1109-1128) scrive pagine interessanti: dalla macchina pneumatica di Johan Musschenbroek all'istituzione del gabinetto di fisica, sui problemi economici nell'acquisto di nuove macchine, sugli strumenti scientifici e sul ruolo di Carlo Alfonso Guadagni, sulla capacità gestionale del laboratorio o sull'influenza di alcuni professori, come Gaetano Savi, Giuseppe Gatteschi, Olinto Dini, Luigi Pacinotti e Carlo Matteucci.

Gli inizi della geologia come disciplina e il magistero pisano di Giorgio Santi, dal 1782 docente di chimica, botanica e storia naturale, nonché direttore del Museo e del Giardino botanico dell'Università di Pisa, sono gli argomenti con cui si apre il saggio di Pietro Corsi (p. 889-927). Egli sceglie di mettere in primo piano il debito del milieu parigino per quanto riguarda le scienze naturali tra la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento. Paolo Sani fu il primo a Pisa a dedicarsi in modo sistematico all'insegnamento della geologia, avviando un acceso confronto a distanza con Leopoldo Pilla, collega napoletano, e fu anche consulente di Leopoldo II (si pensi alla questione delle miniere, delle estrazioni carbonifere, all'assetto del territorio regionale). Tutto questo fin verso la metà del XIX secolo, quando, con Giuseppe Meneghini, nasce la cosiddetta scuola geologica pisana.

Par tendo dall'or to e dal museo, luoghi complementari all'insegnamento della botanica e della storia naturale, si ha la possibilità di ripercorrerne la storia. È quanto fanno Fabio Garbari e Alessandro Tosi (p. 929940): nel momento in cui le vicende politiche imponevano attente riflessioni sull'assetto dello Studio pisano, all'antico Giardino dei Semplici e all'annessa Galleria di naturalia veniva quasi riconosciuto il ruolo capitale di catalizzatori degli studi naturalistici. Sebbene perdurasse la coincidenza di ruoli tra docente di botanica e prefetto del Giardino, ciò che cambiò fu la struttura stessa dell'istituzione, recettiva alle innovazioni metodologiche e organizzative che andavano scuotendo la cultura europea. Ne furono responsabili Angelo Attilio Tilli, Giorgio Santi, il figlio Paolo e il nipote Pietro.

Tra le nuove cattedre create nel 1840 dalla riforma Giorgini figurava anche quella di agraria e pastorizia nell'ambito della Facoltà di scienze naturali: la nascita dell'Istituto agrario pisano va letta, come ricorda Ranieri Favilli (p. 941-958), come logica conseguenza di questo evento. Fra i protagonisti Cosimo Ridolfi e l'allievo Pietro Cuppari.

Le vicende della biblioteca universitaria fin dalle sue origini, scandiscono lo studio di Alessandro Volpi (p. 1045-1107), che ricostruisce la politica degli acquisti e delle vendite, e la lenta crescita di questa istituzione ausiliaria all'Università, indispensabile nel garantire la conser vazione della memoria e l'aggiornamento.

Il volume si conclude con due contributi che potremmo definire "di servizio": l'elenco delle opere citate curato da Angelo Nesti (p. 1167-1216) e l'indice dei nomi approntato da Elisa Panicucci (p. 1217-1242). V ista la complessità di quest'opera forse il lettore avrebbe tratto giovamento anche da un capitolo riassuntivo dell'ingente mole di fonti documentarie qui esplorate (come avviene nel primo saggio di Barsanti in cui cita le fonti per i ruoli dei docenti) e dall'aggiunta degli indici dei luoghi e, pur nella loro intricata interazione, dei temi esaminati.

La copiosa massa di notizie e di dati deve aver comportato qualche difficoltà nel gestire l'articolazione del volume, fatto evidente soprattutto nella ripetizione di alcune tematiche e in un certo scollegamento fra i capitoli. Proprio per far emergere la peculiarità dell'ateneo pisano, sarebbe stato auspicabile investire maggiormente nel confronto con altre realtà universitarie nazionali o straniere. Cer tamente se si volesse guardare alla storia della cultura storico-letteraria nella Pisa a cavallo fra Sette e Ottocento non sarebbe suf ficiente limitare il quadro ai docenti, che pure hanno segnato la storia dell'ateneo pisano, ma estenderlo ai membri delle accademie, ai funzionari, agli eruditi e ai religiosi.

Complessivamente l'ampiezza dell'analisi è solidamente giustificata dalla rilevante profusione di materiali e di interpretazioni presenti nel volume. L'aver accolto la sfida di comporre una nuova storia dell'istituzione universitaria è di per sé garanzia certa della prossima ultimazione dell'opera.

Simona Negruzzo

Note

1 Storia dell'Università di Pisa. I/1-2: 13431737, a cura della COMMISSIONE RETTORALE PER LA STORIA DELL'UNIVERSITÀ DI PISA, Ospedaletto (Pisa), Pacini Editore, 1993, p. 741.

 

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