Bibliografia: schede

 

«Architetto sia l'ingegniero che discorre». Ingegneri, architetti e proti nell'età della Repubblica, a cura di Giuliana Mazzi-Stefano Zaggia, Venezia, Marsilio, 2004, p. 367

Giuliana Mazzi e Stefano Zaggia, aprono e concludono un interessante volume collettaneo (con contributi di Andrea Bona, Giuseppe Bonaccorso, Silvia Moretti, Maria Teresa Sambin de Norcen, Roberta Pellegrini ed Elena Svalduz), volume dedicato ad un'analisi delle funzioni esercitate nei cantieri pubblici della Repubblica di Venezia, durante l'età moderna, da architetti, ingegneri e proti. Allo stato attuale delle ricerche, una ricostruzione precisa e dettagliata delle mansioni e delle competenze di architetti, ingegneri e proti risulta peraltro non priva di ostacoli, perché è spesso arduo per lo storico stabilire, dal XVI e XVIII secolo, una netta separazione tra queste figure, soprattutto per la difficoltà di individuare un substrato formativo specifico, che possa essere utilizzato come criterio distintivo di una figura dall'altra. Il termine architectus, sostituito poi dal più generico artifex, (ma compaiono anche i nomi di fabricator, edificator, magister) che stava ad indicare per lo più colui che si distingueva per le sue abilità di muratore e scultore, venne in seguito arricchito dal termine di inzenierius. In quest'ultimo caso non solo si indicava il possesso e il riconoscimento di un'abilità di tipo tecnico in generale, ma si tendeva ad evidenziare pure talento particolare nel saper realizzare progetti. Bisogna comunque tenere conto del fatto che il termine ingegnere, già nel Medioevo, vive senza il governo della chiarezza, come testimoniano, tra l'altro, alcuni annali della fine del Trecento. Essi, infatti, identificano l'ingegnere sia come uno scultore che come un pittore su tela, o un decoratore di porte, oppure come un disegnatore di capitelli, denotando così una certa frequente aspecificità del ruolo che gli viene attribuito, per quanto concerne le competenze ad esso sottese. Tuttavia, almeno per certi versi, una qualche chiarezza distintiva attorno alle figure dell'ingegnere e dell'architetto comincia a profilarsi tra i secoli XV e XVI. Il primo viene identificato con i costruttori di mulini, i tecnici armaioli, gli esperti di installazioni idrauliche e i mastri orologiai. Il sostantivo architetto, invece, viene comunemente usato per indicare chi, dotato di valide conoscenze tecniche, ma fornito anche di una buona cultura umanistica, trasferisce tali competenze in ambito cantieristico. Non a caso il termine di architetto nella Repubblica di Venezia compare con frequenza nell'ambito dei cantieri edili a partire dal terzo decennio del Cinquecento. A queste figure si affianca poi quella del proto, le cui mansioni tecniche erano spesso coincidenti – se non del tutto simili – a quelle svolte dall'architetto. Questa convivenza poteva trovare giustificazione nei differenti modi di descrivere, con termini "dissonanti", la medesima funzione. Tra i compiti del proto vi era la sovrintendenza dei cantieri e la responsabilità del buon funzionamento degli stessi, che potevano essere pubblici, e riguardare strutture ed edifici civili o religiosi; pure la ricerca e la selezione dei collaboratori di cantiere, l'analisi della qualità dei materiali da costruzione e la gestione oculata delle singole risorse rientravano di fatto tra le sue competenze. La perizia del proto, che si manifestava in un complesso abbastanza articolato di lavori, contribuì ad ispessire il valore e il prestigio della categoria, capace di raggiungere livelli ottimali di efficienza sul piano empirico, ma incapace però di eliminare le diversità oggettive tra un'architettura riportabile anche ad una cultura alta – da un lato – ed un'efficace attività – dall'altro lato – tutta immersa nell'abilità della pratica, e quindi esterna ed estranea a quella cultura. Nel corso del Cinquecento, comunque, architetti, ingegneri e proti venivano avvertendo sempre più forte l'esigenza di possedere una profonda conoscenza della matematica e della geometria, intese come indispensabili supporti per la validità dei loro progetti. Qui possiamo rinvenire l'origine della successiva emancipazione dei progettisti, le cui competenze e professionalità trovarono giustificazioni e conferme proprio nei princìpi della geometria. Inoltre, già nel secolo XVII divenne consuetudine fare uso di testi e manuali di architettura (specialmente militari), affermando così per la prima volta l'esigenza di un supporto didattico che si staccasse dalla sola e mera pratica. La raccolta dei saggi proposti da Giuliana Mazzi e Stefano Zaggia consente in ogni caso una lettura di situazioni specifiche, utili per una definizione più chiara dei ruoli esercitati nei cantieri da architetti, ingegneri e proti. L'analisi e la descrizione delle attività di alcuni "protagonisti" consentono – nei singoli contributi – di discernere un po' più agevolmente (quando possibile) le differenze tra queste figure. È il caso dell'indagine condotta da Andrea Bona sulle vicende di Dionisio da Viterbo, che nella seconda metà del Quattrocento era noto a Siena come mastro orologiaio. Varie vicissitudini, strettamente correlate alle proprie abilità professionali, lo condussero nella Repubblica di Venezia, nella quale egli poté dimostrare di possedere capacità tecniche, con una chiara propensione per il settore idraulico. Dionisio da Viterbo si occupò pure di alcune problematiche legate al contesto della navigazione, sino a quando il suo ingenium e le sue virtù non incontrarono pubblico riconoscimento soprattutto nel campo delle fortificazioni. Giuseppe Bonaccorso, a sua volta, analizza gli scritti di Carlo Fontana, la cui preoccupazione, nella seconda metà del secolo XVII, era di definire la dimensione didattica in cui un architetto avrebbe dovuto formarsi. Fontana affermava che oltre ad una buona preparazione tecnica era necessario possedere un buon livello di cultura generale. Dichiarandosi esperto in materia di architettura, sottolineava limprescindibile del disegno, sostenendo altresì l'urgenza di un perfetto sincronismo tra le parole e le immagini. Il suo manuale, oltre a soffermarsi su queste fondamentali indicazioni, conteneva una disamina relativa ad un'analisi di casi specifici, in cui argomentare le dinamiche di alcuni importanti interventi architettonici, spesso nel mirino di aspre polemiche. L'ambiente degli architetti e dei proti nel Seicento veneziano continua comunque ad essere pervaso per la storiografia anche da non pochi "misteri" e ciò affiora, in particolare, quando si tenta di mettere a fuoco i legami tra pubblico e privato e i rapporti di committenza. La mancanza di trasparenza, peraltro, sembra risiedere principalmente nell'iter formativo, essendo il proto figura non preparata secondo percorsi di studio istituzionalizzati. Inoltre, nel pieno Seicento si era andato diffondendo il meccanismo della compravendita di uffici e cariche pubbliche. A Venezia, per fronteggiare le spese di guerra, anche il ruolo di proto pubblico compariva tra le cariche esposte a questo processo che le trasformava, tra l'altro, in forme di investimenti sicuri. Giuseppe Benoni rappresenta un altro caso rilevante: viene descritto da Silvia Moretti, il cui obiettivo è di delineare con maggiore precisione la figura del proto e del relativo percorso formativo. La carriera del protagonista (Benoni) si svolge principalmente all'interno del Magistrato delle acque, ma come funzionario non si esime dal misurarsi anche con questioni di architettura. Per ricoprire l'incarico in laguna si richiedeva bella presenza, personalità non troppo autonoma e competenze tecniche. Una valida istruzione richiedeva un giusto grado di conoscenze di matematica e di meccanica, che non dovevano peraltro alimentare aspirazioni a progetti troppo personali. È però vero che verso la fine del secolo XVI si avverte la necessità di un tipo d'istruzione non più rigidamente legata al vecchio contesto di bottega, bensì collegata pure, in maniera articolata, ad una preparazione di natura scolastica, che doveva dare spazio anche (se non soprattutto) ad un apprendimento teorico propedeutico. Presto questa esigenza andò crescendo, e già nel secolo successivo la copertura del ruolo di docente e di istruttore dei futuri proti venne affidata ad un matematico. D'altronde è significativo come già nella prima metà del Cinquecento la Repubblica avesse cominciato ad organizzare un razionale sistema di scuole. Sulla differenziazione tra i vari ruoli tecnici, dobbiamo ancora rilevare come alla fine del XVI secolo fosse già in atto una polemica che vedeva coinvolti gli architetti in contrapposizione a tutte le altre figure impegnate nell'ambito dell'edilizia e della gestione del territorio. In breve il percorso di "composizione scientifica" venne regolato da un preciso iter scolastico, abolendo in tal modo la consuetudine di ispirarsi a programmi formativi autonomi e talvolta poco definiti. Così, nel 1603, in ambito universitario si venne a formare un «collegio degli architetti ingegneri e agrimensori», il cui programma ricalcava fedelmente altri sodalizi professionali legati alle arti liberali. Maria Teresa Sambin de Norcen fornisce l'indicazione di una gerarchia abbastanza definita tra le figure finora ricordate, mediante l'esplorazione del caso di Vincenzo Scamozzi. Rifiutando in parte l'idea albertiana dell'architetto-intellettuale, Scamozzi punta decisamente ad una impostazione da "professionista". Un filosofo consapevole delle cause, ma anche un tecnico capace di progettazione e di realizzazione costruttiva. Per Scamozzi, al proto spetterebbero competenze di progettazione, che lo collocherebbero sul medesimo piano dell'architetto; tuttavia la mancanza di una solida preparazione intellettuale lo avvicinerebbe al capomastro. Di contro l'architetto viene investito di profonda dignità meritocratica, specialmente se sostenuto dalla legittimazione degli esempi antichi. In questa ottica elitaristica si delinea l'assetto di una formazione professionale "aristocratica", destinata a contrapporsi al "vile" apprendistato del cantiere. In ogni caso, già Leon Battista Alberti nel De re aedificatoria aveva delineato le differenze tra architectus e faber. Come regista del cantiere l'architetto prendeva le distanze dal capomastro che era solito tramandare empiricamente le sue conoscenze all'interno della bottega. Da qui la visione "eroica" dell'architettura di Vincenzo Scamozzi, frutto di intensa applicazione e studio rigoroso, che consente per queste vie di raggiungere la qualifica di architetto. Il proto pur avendo acquisito competenze sul campo ed essendo il "soprastante degli artefici", manca suo malgrado di cultura scientifica. Un'architettura come virtù eroica, ossia come scienza, viene opposta ad un'architettura come concentrato di procedure operative. Questo è quanto basta per definire la superiorità dell'autentico architetto. I saggi di Roberta Pellegrini (La ricostruzione del soffitto della chiesa dell'ospedale di San Lazzaro dei Mendicanti) e di Elena Svalduz (I Proti alle acque nel corso del primo secolo d'attività) completano infine – con capacità di sintesi e ad un tempo con finezza di indagine che scende nel dettaglio – il discorso centrale del volume che, come si è già ha detto inizialmente, si è posto l'obiettivo di definire il profilo dei ruoli tecnici rilevabili nei cantieri pubblici della Repubblica di Venezia.

Stefano Pinotti

 

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