Bibliografia: recensioni

ALDO A. MOLA, Corda Fratres. Storia di una associazione internazionale studentesca nell'età dei grandi conflitti 1898-1948, Bologna, CLUEB, 1999, p. 202.

Benché iniziative di raccolta documentaria in corso e ricerche recenti promettano di migliorare la situazione, è ancora alquanto appannata la nostra percezione dell'universo studentesco, né l'età contemporanea può dirsi privilegiata in questo bilancio di scarsità, specie quando dalle approssimazioni quantitative su base statistica ci si volga alla messa a fuoco di identità politiche e culturali che, sempre mutevoli e riflesse in un prisma a molte facce, risultano volatili se non inafferrabili.

Di qui l'attenzione a scandagliare con nuova lena il panorama dell'associazionismo studentesco, nel cui contesto la Corda Fratres, grazie all'indagine pionieristica di Aldo A. Mola, vede solo ora ricomposta la propria fisionomia e evoluzione, come in un puzzle con tessere qua e là nel tempo perdute. A più di un secolo dalla fondazione la storia del sodalizio torna a proporsi come un percorso progettuale e organizzativo di grande interesse al centro di un reticolo di problematiche, influenze, affinità e opposizioni che dall'orizzonte universitario si allarga alla società europea tra '800 e '900, dalla politica interna sconfina nella geopolitica delle relazioni internazionali, dalle biografie incrociate di militanti, soci, simpatizzanti e provvisori compagni di strada investe la particolare temperie etico-politica di una generazione di intellettuali, formatisi negli anni della 'pace armata' ante-1914.

Recuperati statuto e regolamento, proclami e pubblicazioni periodiche, ricostruiti gli organigrammi dei consolati nella loro articolazione nazionale e internazionale, nonché la sequenza dei congressi della sezione italiana e della federazione, Mola ha attinto alle carte del fondatore e artefice della Corda Fratres, il canavesano Efisio Giglio Tos, il cui impegno naturaliter archivistico ha predisposto una base documentaria di partenza per lo studioso. La ricognizione a largo raggio negli archivi e nelle biblioteche universitarie di diversi atenei, l'individuata intersezione tra Corda Fratres e Massoneria, confermata nella matricola del Grande Oriente, infine il fruttuoso ricorso alle carte personali di Angelo Fortunato Formiggini, nella cui traiettoria di atipico editore viene a inscriversi un segmento di militanza nella Corda Fratres, tutti questi fili s'intrecciano a formare l'ordito dell'indagine.

Ma, una volta raggiunti gli obiettivi primari di identificare le idee-guida e i protagonisti, di definire la periodizzazione e i punti di svolta, di quantificare le dimensioni di questa quasi dimenticata esperienza associativa, l'autore riesce a innestare su tali preliminari acquisizioni una riflessione analitica, nella quale i quesiti di fondo sono affrontati e dislocati a tutto campo sullo scorcio di mezzo secolo di storia europea. Se una schietta simpatia traspare quasi in ogni pagina per la spinta utopica che i giovani della Corda Fratres coltivano nel postulare «l'idée de solidarité et de fraternité entre les étudiants» e nel prefiggersi di dissipare «les préjugeés, les rancunes, les haines qui rendent les Etats réciproquement hostiles et toujours sur pied de guerre» così si legge nello statuto approvato il 15 novembre del 1898 e redatto in francese, adottato quale lingua ufficiale della federazione in omaggio al suo riconosciuto primato nella comunicazione culturale cosmopolita, Mola, nel valorizzare l'originalità creativa e progettuale di quella esperienza, ne valuta con equilibrio le concrete potenzialità. Anzitutto provvedendo a situarla nel contesto della fine secolo XIX, tra quelle iniziative illuministiche e moralizzatrici del confronto internazionale come l'attribuzione dei premi Nobel per la pace o la creazione della Società per la pace e l'arbitrato internazionale o, ancora, la convocazione delle Conferenze dell'Aja, nel 1899 e nel 1907, finalizzate a definire un sistema di princì pi e di regole negoziali di reciproca garanzia tra gli stati, tali da escludere il ricorso alla forza e tra quelle opzioni ideali, in particolare l'internazionalismo socialista e il pacifismo democratico, che, tuttavia, nel giro di un paio di decenni, avrebbero rivelato tutta la loro fragilità, contradditorietà e inefficacia. Lungi dal sedare la conflittualità interstatuale alimentarono defezioni clamorose verso le sponde del nazionalismo e dell'union sacrée patriottica, tanto da giustificare il sospetto che la stagione del dialogo universalistico e irenico sia stata quel che l'autore chiama un effimero «turgore di buoni sentimenti». E, dunque, anche questo sodalizio, che nell'inno di Giovanni Pascoli riconosceva fratelli i cuori degli studenti di tutto il mondo, benché diversi per fede religiosa e lingua, consuetudini giuridiche e ascendenze storiche, anche questo potrebbe intendersi come un'episodica efflorescenza di umori solidaristici, sprovvista di adeguata e duratura mobilitazione delle coscienze e delle volontà, insomma, un fuoco di paglia retorico?

Quanto alla durevolezza e ampiezza di ricezione del progetto cordafratrino, l'avvicendamento di più generazioni studentesche, che dedicarono tempo e energie alla sezione italiana e alla federazione internazionale, accerta, almeno fino agli anni della grande guerra, la vitalità e continuità dell'ispirazione originaria. Anche senza voler sopravvalutare i dati quantitativi delle iscrizioni e l'importanza delle assise federali, i 24 consolati attivi in Italia nel 1902 con 1500 iscritti, cresciuti forse addirittura sino a 7000 nel 1904, nonché la progressiva espansione del movimento dall'Italia all'Europa e, nel 1913, l'approdo negli Stati Uniti per l'VIII° congresso internazionale, disegnano una mappa di consensi di tutto rispetto. Se l'interventismo prima e il trauma epocale del conflitto agirono su di essa come un acido corrosivo fino all'"avvizzimento" e all'"estinzione" del sodalizio, la sua ricomparsa, dopo l'eclisse dell'epoca fascista, nel clima della ripresa democratica non solo testimonia della forza d'attrazione dei principi costituitivi, ritornati ad acquistare, come osserva l'autore, «freschezza e efficacia suasorie», ma lasciano pensare, da un lato, a linee di ascendenza ideale felicemente preservatesi in quella che Halévy chiamò l'è re des tyrannies, dall'altro, a possibili "isole" di persistenza, magari sommersa e discontinua, nel mondo studentesco, specie fuori d'Italia. Una ricerca ad hoc potrebbe forse ritrovare qualche traccia di comitati attivi altrove, come alle Università di Ginevra, di Losanna e al politecnico di Zurigo, dove gruppi della Corda Fratres sono segnalati durante la seconda guerra mondiale tra i rifugiati italiani, o comunque cogliere sotto altra denominazione manifestazioni dello stesso segno, come il congresso internazionale universitario, tenuto sempre in Svizzera nel luglio 1944 che, con l'approvazione dei rappresentanti di 22 nazioni, stilava un'ambiziosa Carta dell'Università, cui Giglio Tos o Formiggini non avrebbero negato il loro pieno consenso.

Se, dunque, l'idea della fraternità studentesca, ivi compresi gli aspetti ludici e goliardici, ritenuti corollario del vitalismo giovanile, si radica tenace nella memoria studentesca europea per oltre mezzo secolo, la storia dell'istituzione che ad essa s'ispirò può leggersi come una serie di insolute aporie, che ne segnano e incrinano l'identità. In altre parole, la Corda Fratres proprio per la generosa apertura del suo progetto finisce per collocarsi entro un campo di tensioni politico-ideologiche che, sollecitando continue ridefinizioni e concrete scelte di campo, mettono alla prova la coesione del sodalizio e logorano la credibilità dei suoi valori costitutivi.

Tra queste polarità opposte la più pericolosa è senz'altro rappresentata dal discrimine nazione/universalità, che segna profondamente anche la civitas accademica. A ben vedere si tratta di una dialettica strutturalmente insita in essa e si direbbe ab origine: non a caso Chabod nel ripercorrere le scaturigini dell'idea di nazione segnalava l'accezione medievale, sia pur lontana da quella moderna, delle nationes presenti all'ateneo di Parigi, individualità regionali studentesche talvolta in conflitto tra loro nel contesto di una universitas che, tuttavia, sapeva compensare e controllare diversità e divergenze con il senso forte dell'unità e libertà del sapere nel quadro della condivisa koinè cristiana.

Non stupisce che sia stato arduo e alla lunga impossibile per Giglio Tos e i suoi compagni coniugare la fratellanza universale con le aspirazioni irredentistiche pullulanti nel mondo studentesco: tanto nel livello nazionale che in quello internazionale dell'associazione le aspirazioni dei cosiddetti popoli oppressi divengono uno snodo fondamentale, che la formula proposta dal fondatore, pax in iure gentium, cerca di razionalizzare, sottolineando la necessaria complementarietà dei due termini. Il divieto dell'imperial-regio governo di celebrare a Budapest il convegno della federazione nel 1902, l'assenza dei rappresentanti del mondo universitario asburgico nella geografia del sodalizio, la questione dell'Università di Trieste e le vessazioni degli italiani alle Università di Innsbruck e a Vienna sono altrettante occasioni per la Corda Fratres di verificare quanto le vie del dialogo e della pace siano impervie e, alla resa dei conti, il richiamo alla guerra giusta ha la meglio. Come per gran parte della gioventù europea anche per i militanti della Corda Fratres i valori nazionali appartengono a una sfera emozionale e affettiva ben più cogente di quella tutta astratta e razionale in cui si radicano i valori della pace e fratellanza universale. Li ritroviamo pertanto quasi unanimemente interventisti e patrioti nel 1914, illusi sostenitori della legittimità di quella presunta "ultima guerra" liberatrice, riuscita nei fatti una drammatica autodafè della gioventù europea.

Di molti altri scogli è comunque punteggiata la navigazione del sodalizio, la cui autonomia e peculiarità è a rischio quando converge, sin quasi all'omologazione, con movimenti affini, si tratti delle leghe anticlericali o del libero pensiero, della Massoneria, che arruola non pochi dei suoi dirigenti, e Formiggini tra questi, dei comitati di amicizia italo-francese o della fraternità latina, o, ancora, quando si misura con i poteri e le autorità dello stato, interessate a scambiare il proprio patronato con professioni di lealismo filo-istituzionale atte a neutralizzare le potenzalità eversive dell'universo studentesco. In tutte queste prove la Corda Fratres riesce, secondo Mola, a non smarrire la propria fisionomia, mentre più debole risulta la capacità di raccogliere la sfida di alcune problematiche emergenti: così a proposito del libero accesso femminile all'istruzione superiore e al mondo delle professioni, così, soprattutto, di fronte all'identità ebraica, al bivio tra integrazione e progetto sionista. Su quest'ultimo tema si sarebbe consumato, tra l'altro, uno scontro aperto tra Giglio Tos e Formiggini che, inaspritosi poi per l'accumulo di personalismi e dissapori di carattere organizzativo, traeva la sua principale ragion d'essere da una divergenza non dappoco sul caso romeno. Come rendere, infatti, credibile la dichiarazione di principio del rispetto per ogni professione di fede se il sodalizio non stigmatizzava senza timidezze le tendenze antisemite che al suo interno si manifestavano, a cominciare da quella sezione romena che smentiva un presupposto ideale dell'associazione, rifiutando agli studenti ebrei, ma anche ai magiari, l'accesso tra i "cuori fratelli"? La vicenda, ricostruita acutamente da Mola, è illuminante per comprendere come la 'questione ebraica' funzioni anche in questo orizzonte come un test di civiltà e di chiarezza intellettuale, costituendo nel contempo un prologo rivelatore nella biografia di Formiggini, il filosofo-editore del ridere che, anni dopo, avrebbe scritto col proprio suicidio una delle più incisive pagine di condanna per l'antisemitismo fascista.

ELISA SIGNORI

 

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